Sicurezza
Forno paese della Carrà. «Ci ha migliorati, per lei una piazza»
C’è una strada che corre lungo il fiume Frigido e raccoglie il fresco che si porta dietro dai monti. E su quella strada, a Forno, proprio davanti alla Casa Socialista, c’è il bar Alpi. Lo gestisce Debora Balloni con suo marito. Non è un bar del centro, in cui ti bevi un caffè e fuggi. È un bar in cui ti siedi, chiacchieri. È luogo di incontro, non di consumo. È lì che a qualcuno viene l’idea. Condivisa. L’idea che quella piccola corte proprio dietro il bar, dove si affaccia una manciata di case, meriti un’ intitolazione. L’idea che potrebbe portare il nome di Raffaella Carrà. L’idea che tra Raffaella e Forno ci sia una contiguità. Quella di chi non discrimina, ma accoglie, quella dell’abbandono del pregiudizio, della falsa morale.
Un paese che smentisce i luoghi comuni di un vicinato litigioso e dispettoso: a Forno nel cuore delle montagne massesi, la sera nella piccola corte si sta insieme, si chiacchiera, si cena quando il Covid lo permette. E in quella piazzetta privata domenica si tiene una cerimonia. Una targa in marmo realizzata da uno scultore e inciso il nome di Raffaella Carrà. E se non c’è cerimonia senza orazione, ci pensa la professoressa Alessandra Fruzzetti a tenere un discorso sulla portata sociale di una figura come la Carrà. Alessandra, docente di lettere, persona che di miti non ne ha mai avuti, nella Carrà vede una donna che ha fatto la differenza. Con leggerezza, ma l’ha fatta. Quella leggerezza che domenica anima la cerimonia. Non il pensiero leggero che accompagna la pochezza, ma quella leggerezza calviniana che invita a pensare e ad inventare. Perché se le strade ricordano battaglie e vittorie, «di battaglie la Carrà, con i suoi modi e la sua allegria, ne ha combattute. Contro pregiudizi, esclusione, falso moralismo». Se le vie portano nomi di scienziati, «lei ha inventato – Alessandra ci mette una dose di sana ironia – il tuca tuca e regalato spensieratezza», se strade e piazze richiamano la geografia, la Raffa «ha ridotto l’ oceano Atlantico e esplorato il Sud America». Reso più vicino quello che è lontano.
Alessandra spiega e i compaesani condividono. Anche l’idea che quella leggerezza non sia mai distacco perché Forno davvero dalla sua realtà e dalla sua storia non potrebbe mai distaccarsi. Terra di resistenza e dell’eccidio del giugno del 1944, rimane luogo di identità, uno di quelli che non si massificano. Che nell’uguale che si diffonde rimangono diversi. Forno la sua identità la rivendica nella scuola che ha difeso per anni con i denti e ha salvato perché un paese senza scuola non c’è più. L’ identità la ritrova ogni anno nella sua sagra e nei suoi tordelli saporiti e con l’immancabile ragù dai pezzi di carne belli grossi. Nelle commemorazioni, in quella con cui lo scorso giugno le giovani del paese hanno ricostruito con immagini e voci la strage. E adesso quella identità è in una intitolazione. Nella capacità di fare una cosa insieme, di lasciare che il collettivo vinca, che il noi sia meglio dell’io.
«Dopo la morte di Raffaella – Debora Balloni, titolare del Bar Alpi racconta come è nata l’idea della targa – ci siamo trovati più volte a parlare di lei, di cosa ha rappresentato per più di una generazione, ricordandola come un simbolo di emancipazione. Così è nato il progetto: abbiamo affidato la realizzazione della targa e l’abbiamo affissa con una cerimonia di inaugurazione durante la nostra tradizionale festa di Ferragosto». Alessandra tiene il discorso e vede aggiungersi minuto dopo minuti, tanti compaesani, anche quelli che la casa che si affaccia sulla corte non ce l’hanno: «Siamo stati insieme è stato bello».
Una iniziativa di pochi che ha coinvolto molte persone che in Raffaella Carrà e in Forno hanno trovato il comune denominatore, l’elemento che lega, che unisce: «La Carrà non è certo Cavour, ma quella sua frase coraggiosa – Alessandra ci tiene a ricordarla – che invita a fare l’amore da Trieste in giù è un appello a stare uniti. Ad amarsi».
Come è bello far l’amore. A Trieste. E a Massa. In una piazzetta piccola piccola, in un paese arroccato sulle Apuane. Come è bello far l’amore da Forno in giù. E Forno la bellezza dell’amore la conosce davvero, come la conoscono tutti quelli che la guerra ce l’hanno dentro, nelle ferite, nella loro storia. Una piazzetta per volersi più bene.
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