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Toscana

il commento

Vaccinarsi, una questione di fiducia

Silvia Capuano *
Cittadini in coda per vaccinarsi a Roma
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Cittadini in coda per vaccinarsi a Roma

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Ogni mattina, quando saliamo in macchina e accendiamo il motore riponiamo una fiducia estrema nell’ingegnere che ha progettato la nostra auto, nei meccanici che ne hanno assemblato i pezzi, in tutti coloro che sono alla guida delle altre auto che incontriamo per strada.

Ognuno, comprando il pane, ripone fiducia nel fornaio, certo che abbia utilizzato ingredienti adeguati. Lasciamo i nostri bambini a scuola ogni mattina sulla base della fiducia nelle insegnanti e nelle persone che si prenderanno cura di loro.

La fiducia che riponiamo in tutte queste persone è massima tanto da affidare loro la nostra stessa esistenza e quella dei nostri cari. Ogni volta che montiamo su un aereo o su una nave o semplicemente attraversiamo una galleria è necessaria la stessa grande dose di fiducia. E ancora, ogni volta che ci rivolgiamo al nostro medico di famiglia e seguiamo scrupolosamente le sue indicazioni assumendo i farmaci che ci prescrive; ogni volta che ci rivolgiamo a un ospedale ci affidiamo alle decisioni e alle cure dei medici.

In tutti questi casi la fiducia riposta è data per scontata, è assodata; non pensiamo all’ingegnere quando accendiamo il motore della macchina o al fatto che il fornaio possa aver utilizzato il gesso al posto della farina. Il discorso cambia se questa fiducia viene richiesta per la vaccinazione che siamo chiamati ad effettuare come unica via di uscita dalla situazione di emergenza che stiamo vivendo. Rispetto ai vaccini negli ultimi mesi abbiamo assistito a prese di posizione radicali. Un ruolo decisivo in questa dinamica l’ha assunta sicuramente la comunicazione o meglio la puntuale comunicazione di una sperimentazione che, scontando la necessità di tempi contratti, ha socializzato con l’esterno ogni singola fase, ogni successo ed ogni fallimento.

È invece decisivo creare un rapporto di fiducia reciproca tra le istituzioni, gli esperti e i cittadini. Ciò richiede una comunicazione aperta e chiara da parte delle istituzioni ma orientata e capace di alimentare e rinforzare il comportamento responsabile dei cittadini, invece di accentuare la sfiducia e il paternalismo. La comunicazione ha avuto un impatto fondamentale nella costruzione delle opinioni intorno al tema ed è stata, anche involontariamente, non filtrata da strategie volte alla costruzione di un clima di fiducia. Una consapevolezza diffusa intorno agli effetti, sia negativi che positivi, della somministrazione dei vaccini ha prodotto il radicamento di posizioni integraliste sia da un lato che dall’altro.

Le fughe di notizie si sono mescolate con le paure della gente in questo periodo di emergenza tali da provocare una percezione selettiva (le persone tendono a recepire solo i messaggi che confermano convinzioni già preesistenti), panico e stati di entropia informativa. La sovraesposizione mediatica degli esperti scientifici nazionali è percepita sempre più come una fonte di confusione. Altro decisivo impatto quello del dibattito politico che ha catalizzato posizioni nell’una o nell’altra direzione e che accanto a una comunicazione non orientata compromettono la possibilità di creare quel clima di fiducia e di dialogo indispensabile in situazioni di rischio. Per l’inevitabile azione combinata di elementi di varia natura, l’informazione in situazioni di rischio tende a creare una dimensione alternativa, una "realtà mediatica" che a volte può allontanarsi da quella reale. È necessario capire che vaccinarsi è un’azione collettiva più che individuale. Funzionerà se tutti lo facciamo.

È una lotta di tutti contro uno, il Covid. Questa pandemia ci ha costretto e riportato al senso più ad autentico dell’interdipendenza tra gli esseri umani.

E per andare nella giusta direzione è quanto mai necessario recuperare una dimensione etica della comunicazione sottraendola a dibattiti di altra natura in modo da recuperare quella fiducia a tratti deteriorata nelle istituzioni e nella scienza. Quella stessa fiducia che ci permette di vivere, ogni giorno, fidandoci di chi ha costruito auto e aerei, di chi negli ospedali cura i malati, di chi in questo ultimo anno ha dedicato i suoi studi alla ricerca di una strategia vincente contro il Covid.

Le persone non devono solo essere al sicuro, ma devono sentirsi al sicuro; comunicare in situazioni di rischio è qualcosa di molto più complesso e delicato che diffondere dati e indicare rimedi.

Si tratta appunto di creare un clima di fiducia durevole.

*Sociologa

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