Sicurezza
Dalla Valdera a Roma per portare i regali ai bimbi Rom. «La loro amica è morta, travolta da un treno»
Un furgone della Misericordia è partito dalla provincia di Pisa. A bordo otto ragazzi, giocattoli, quaderni, palloni, fresbee, racchettoni, peluches e tanto altro. Il diacono: «Abbiamo pensato che fosse il caso di fare qualcosa»
SAN MINIATO. Un legame speciale, quello della solidarietà, unisce la Valdera e San Miniato a Roma. Un furgone della Misericordia di Santa Maria a Monte carico di otto ragazzi che fanno parte dell’associazione e di giocattoli, quaderni, palloni, fresbee, racchettoni, maglie della Sampdoria, peluches, cerchi dell’hula hop, porte da calcetto smontabili, è partito nei giorni scorsi alla volta della Città eterna. «Un po’ di cose le abbiamo comprate al negozio dei cinesi» racconta Tommaso Giani, diacono pontederese che sta facendo dei valori etici racchiusi nel concetto di humanitas e della carità la sua vera missione. Altre invece sono state regalate dagli angeli di Calcio Sociale, l’associazione sportiva che prova a togliere dalla strada e dall’isolamento i bambini di Corviale.
Il gruppo è partito dalla provincia di Pisa e ha stabilito la propria base a Corviale, per un’iniziativa della Caritas di San Miniato all’insegna della spiritualità della strada, fino a Salone. Perché scegliere queste periferie dimenticate a più di 300 chilometri di distanza da casa? È stata una notizia di cronaca, di quelle che nessuno vorrebbe mai leggere, a portarli fin laggiù. «Una ragazzina di 14 anni, di nome Elisabetta, travolta e investita da un treno sui binari vicino al campo rom dove abitava con la sua famiglia. Una morte tragica ma accidentale, senza misteri da spiegare, senza il “giallo”, senza colpevoli: e poi era solo una zingara. Però per noi è stato diverso: leggere di questa storia romana a pochi giorni dal nostro viaggio “full immersion” nelle periferie di Roma ci ha fatto pensare che fosse il caso di fare qualcosa», sono le riflessioni che il diacono, di 38 anni, insegnante di religione all’istituto “Checchi” di Fucecchio, con trascorsi da cronista affida ai social, come sua abitudine. Il gruppo pisano, come è stato poi raccontato, ha provato a contattare qualche associazione che a Roma si dedica all’aiuto dei rom. Il risultato però non è stato dei migliori: tutti i tentativi sono andati a vuoto. Ci hanno riflettuto un po’ e poi sono partiti anche senza avere trovato un punto d’appoggio locale: hanno deciso di realizzare l’idea dei regali ai bambini come un piccolo gesto di vicinanza nei confronti di amici e familiari di Elisabetta.
Sono così approdati, in una mattina di inizio agosto, davanti alle baracche del campo, dove abitano circa duecento persone in mezzo a erbacce, carcasse di auto e sacchi dell’immondizia accatastati, rifiuti sparsi. «Davanti a noi ci sbarrano la strada due vigilesse. Ci avviciniamo a chiedere informazioni, spieghiamo il motivo della nostra visita. La loro prima reazione è all’insegna dello spaesamento: “È da un po’ di tempo che facciamo sorveglianza qui, soprattutto per evitare i roghi. Ma in tutto questo tempo non avevamo mai incontrato una situazione come la vostra”» è la prima reazione delle due vigilesse, stando al racconto di un’esperienza davvero particolare. Impossibile entrare nel campo. Alla fine passa la possibilità di accompagnare una persona nel campo, incaricata di spiegare a un adulto il motivo della visita e dei regali in memoria di Elisabetta. E dare alle famiglie dei bimbi un appuntamento nel piazzale della stazioncina a poche centinaia di metri dal campo. Tutto pronto: la missione può cominciare. «Il primo ad arrivare al nostro furgone è Gerardo, un ragazzino in bicicletta, che vince la prima maglia della Samp regalataci da Calcio Sociale, e poi un pallone e la porta di calcetto. È felice», racconta il diacono. Dietro il primo bambino ne sono poi arrivati molti altri, come era facile immaginare. Infine l’incontro con i genitori di Elisabetta.
I genitori della ragazzina non sembrano minimamente interessati ai regali. Ma hanno altro da dire. Chiedono al gruppo arrivato a portare doni ai bambini di seguirli fino al luogo dove è morta la figlia. «Un piccolo corteo si mette in cammino dietro ai genitori mentre una nonna del campo rom bisbiglia a una ragazza del nostro gruppo» continua il racconto del diacono. Di fronte a un piccolo altarino, con fiori e disegni, una donna si è anche lascia andare a un amaro sfogo: «È colpa nostra. Siamo stati noi a insegnare ai nostri bambini ad attraversare i binari, per fare prima a tornare a casa». Tornati al furgone, bambini e adulti nel volgere di pochi minuti hanno ritrovato il sorriso. «I bimbi cominciano a palleggiare, a ridere e a rincorrersi. Con alcuni di loro e alcuni di noi ci scattiamo una foto, mentre la mamma di Elisabetta, Sandra, mi lascia il suo nome e il suo numero di telefono. Ci rivedremo presto» è quasi una promessa quella di Tommaso.
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