Sicurezza
Lo ius sportivo per i campioni dopo i trionfi
A seguito dei successi ottenuti dalla nazionale italiana alle Olimpiadi, grazie anche all’apporto di atleti cittadini italiani ma nati o provenienti dall’estero, il presidente del Coni ha lanciato al Parlamento la proposta/richiesta di riconoscere lo ius soli sportivo.
Nelle parole di Malagò, «a 18 anni e un minuto chi ha i requisiti deve avere la cittadinanza italiana e non iniziare una via crucis con rimbalzi tra prefetture e ministeri». Detta così, non è né uno ius soli né tantomeno sportivo: sembra piuttosto una sollecitazione per l’amministrazione a rispettare la legge.
Ma cerchiamo di capire come stanno effettivamente le cose. La legge attuale prevede, in primo luogo, la possibilità per uno straniero che sia nato in Italia di diventare cittadino al compimento della maggiore età, qualora abbia risieduto legalmente sul nostro territorio (senza interruzioni) fino a 18 anni.
Quindi: se non è nato in Italia (ma magari vi si è trasferito dopo pochi mesi dalla nascita), oppure per un periodo di tempo è tornato (o andato) a risiedere all’estero, oppure ancora non è stato tempestivamente registrato all’anagrafe dopo la nascita, la cittadinanza non viene riconosciuta. Il che tuttavia non significa che non possa fare sport, e neppure che non possa farlo per una società sportiva italiana, perché una legge del 2016 consente a un ragazzo immigrato in Italia, anche se non ancora in possesso della cittadinanza italiana, di essere tesserato e, a nome di quella società, partecipare alle diverse competizioni, purché sia residente in Italia da quando aveva almeno dieci anni. La ragione di tale limitazione è evidente: si vuole evitare (o perlomeno ridurre) che si sviluppi un “traffico” di bambini per ragioni sportive (o presunte tali).
Tuttavia questi minori stranieri, che possono gareggiare per società italiane, non possono essere chiamati in nazionale, né lo possono essere una volta diventati maggiorenni: perché per questo occorre la cittadinanza che questi, continuando appunto ad essere “stranieri”, non hanno. Da qui, forse, la richiesta di Malagò: diamo la cittadinanza a tutti coloro che già possono iscriversi alle società sportive italiane, così che possano gareggiare anche per la nazionale.
È però evidente, in primo luogo, che questo non è uno ius soli: che invece sta a significare – in termini generali – che tutti coloro che nascono sul territorio nazionale diventano, per ciò stesso, cittadini. Come stabilisce la Costituzione degli Stati Uniti d’America, “Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e sottoposte alla relativa giurisdizione sono cittadine degli Stati Uniti”. Punto.
Poi vi possono essere diversi modi per mitigare questo criterio: si può, ad esempio, prevedere che i genitori, o almeno uno di essi, siano residenti in Italia (o magari che vi siano nati), oppure che il minore abbia svolto in Italia almeno un ciclo di studi, e così via: come la proposta di legge di cui si è discusso qualche tempo fa prevedeva. Ma di cui, come noto, non se ne è fatto di nulla. In ogni caso, prevedere che soltanto quei ragazzi che facciano sport (e poi, in che modo? Per quanto tempo? eccetera) possano diventare cittadini e gli altri no sarebbe una discriminazione grave e intollerabile.
Ma anche lasciando perdere il riferimento allo ius soli, si potrebbe intendere la proposta di Malagò nel senso di concedere la cittadinanza a quei minori stranieri che diventino maggiorenni, quando essi siano idonei a essere chiamati in nazionale.
Già la legge prevede la possibilità di acquisto della cittadinanza “per concessione”, allorché la persona abbia “reso eminenti servizi all’Italia, ovvero quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato”. Ma si tratta di una previsione che ha carattere eccezionale e tale dovrebbe rimanere, e che certo non può riguardare soltanto gli sportivi. Più in generale, credo che si debba riflettere sui criteri di riconoscimento della cittadinanza: se lo ius sanguinis, che vige in via prioritaria in Italia, è forse da ridimensionare, non è certo introducendo criteri basati sul merito (e poi, quale?) che il tema deve essere affrontato. La cittadinanza dovrebbe fotografare una realtà di partecipazione effettiva alla comunità nazionale e non essere un premio da riconoscere a qualcuno sì e qualcuno no. Ricordiamo che la cittadinanza è nata per rendere eguali i cittadini, sovrapponendosi alle distinzioni di censo, categoria sociale e quant’altro: non può essere trasformata in strumento per discriminare i meno bravi rispetto ai bravi (o quelli che “servono” rispetto a quelli che “non servono”).
*Costituzionalista Scuola Sant’Anna Pisa
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