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Toscana

Il sindaco di Siena: «Mps non è un supermercato, meglio una banca regionale»

Cristiano Pellegrini
La sede di Mps a Siena  in piazza Salimbeni  (archivio Ansa)
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La sede di Mps a Siena in piazza Salimbeni (archivio Ansa)

Luigi De Mossi attacca: «Unicredit non può scegliere ciò che vuole». Per il primo cittadino ricapitalizzazione o fusione per salvare l'istituto

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SIENA. Usa la metafora del consumatore al supermercato. Dice che il tema della ricapitalizzazione o fusione della banca è centrale per «farla vivere» e che sarebbe disponibile a valutare anche l’ipotesi di una banca regionale. D’altra parte, il sindaco di Siena Luigi De Mossi rivendica con forza che la città e i senesi non sono stati «supini» in questi anni e che le responsabilità, per quanto accaduto – la crisi della banca, ora il rischio di “spezzatino” – sono della politica, quella alta. Perciò – sottolinea – deve essere proprio quella stessa politica, adesso, a salvare Mps. Senza furbizie, come rimandare tutto a dopo le elezioni, giusto per non compromettere i risultati del voto. Non usa mezzi termini De Mossi parlando del futuro del Monte a poche ora dall’avvio della trattativa in esclusiva tra Unicredit e ministero delle Finanze.

Dossier complicato

Stasera il ministro del Tesoro, Daniele Franco, deve riferire alle Camere la posizione del governo sul “dossier Mps”: è una posizione scomoda perché i burocrati del ministero hanno già deciso che la banca deve essere venduta a Unicredit (ma non tutta); il parlamento è contrario; la Commissione Europea sostiene di non aver ricevuto alcuna proposta su questa operazione dalle società coinvolte e il vicepresidente della commissione Finanze Giovanni Currò ( M5S) sollecita l’audizione anche del governatore di Bankitalia sulla vicenda, Ignazio Visco. In questo contesto, si muove De Mossi: «Troppo semplice, adesso, dire che la questione è esclusivamente tecnica e che, in base ai dati, si può scegliere cosa è buono e cosa non lo è, come in pasticceria» commenta riferendosi alla possibilità di Unicredit di acquisire solo la parte sana di Mps, senza crediti deteriorati, senza cause e solo con gli sportelli del centro-nord. Sul futuro di Mps il Comune di Siena batte un colpo. Prova a tirare i calci che può.

I peccati originali

Tra i destinatari delle ire del sindaco finiscono a tutti i politici – mai citati per nome – responsabili delle operazioni Banca 121 e Antonveneta. I due “peccati originali” le cui acquisizioni sono costate a Mps, fra oneri aggiuntivi, polizze e restituzioni, qualcosa come 18 miliardi. «Se io sono qui oggi è perché la gente si è stufata che il consenso si comprasse a colpi di banca. Questa – ribadisce De Mossi – è una partita sociale e politica, non tecnica. Ridurre Mps a una questione tecnica non lo accetto. Un conto è fare macelleria sociale, un conto è gestire la situazione sociale» puntualizza il sindaco. Ma il tempo stringe. Entro dicembre lo Stato dovrà uscire dal capitale della banca e una soluzione deve essere trovata. Chiedere una proroga all’Europa? «Va bene – dice De Mossi – ma solo in funzione di raggiungere un risultato». Tradotto: la richiesta di rinvio dell’uscita dello Stato, avvenga solo in presenza «di un progetto industriale su Mps e non per prendere tempo per le suppletive» che a Siena serviranno a coprire il seggio della Camera lasciato vuoto dall’ex ministro Pier Carlo Padoan, attuale presidente di Unicredit.

Un seggio che scotta per la sinistra che deve affrontare la campagna elettorale con il segretario del Pd Enrico Letta candidato, costretto a fare i conti con la banca in crisi, le accuse di conflitto di interessi su Padoan e quelle di inerzia per non aver impedito il disastro. Come la città reagirà si vedrà l’11 agosto quando Letta si presenterà a Siena.

Scadenza riservata

Intanto c’è da fare i conti con Bruxelles: «La Commissione europea non può fare commenti sull’esatta scadenza della partecipazione del Tesoro perché è considerata un’informazione riservata» dice la portavoce della Commissione Arianna Podestà. Aggiungendo che dalle società non sono arrivate neppure comunicazioni formali sull’operazione. Risposte, invece, si attendono già da stasera dal Governo, rimasto finora in silenzio. Infatti alle 20, il ministro Franco riferisce alle commissioni Finanza di Camera e Senato, in seduta plenaria, su Mps. Sul tavolo, oltre alla definizione del perimetro dell’operazione, rimangono la questione esuberi, i territori e la clientela su cui l’acquisto da parte di Unicredit potrebbe andare a impattare. Sul fronte occupazione, i sindacati continuano a esprimere preoccupazione e a Siena si parla di almeno seimila posti di lavoro a rischio in Italia che potrebbero diventare addirittura il doppio, considerando anche l’indotto.

Tutelare le imprese

Non la pensa così Lando Maria Sileoni, segretario Fabi, sindacato dei bancari: «Sono state esasperate alcune situazioni e i numeri non sono quelli letti finora. Unicredit – spiega – potrebbe prendere 1.250 sportelli di Mps su 1.400, con circa 100 filiali che, molto probabilmente, potrebbero essere rilevate da Mediocredito che ha già la Popolare di Bari perché c’è un progetto di costruire una grande banca del Sud». «Nel definire i dettagli del salvataggio di Mps, le parti interessate, dovranno puntare a tutelare al massimo i territori e la clientela», aggiunge Giuseppe Spadafora, vicepresidente di Unimpresa, associazione di micro, piccole e medie imprese.

«Dando per scontato che non ci saranno impatti traumatici per l’occupazione, è opportuno concentrarsi sui miliardi di crediti a famiglie e imprese, di depositi e conti correnti, sui 62 miliardi di masse gestite e sui 42 miliardi di patrimoni amministrati». —

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