Attenzione
Tamberi: la libellula torna a volare, Gimbo, oro leggendario
Il gesso portafortuna simbolo del calvario e il volo a 2,37: è primo con Barshim
Il gesso, ingiallito dal tempo e segnato dalle firme dei compagni e dalla sofferenza, è rimasto lì tutto il tempo della gara, per ore. Convitato, e non di pietra: visibilissimo, in bella mostra perché il mondo non dimenticasse i tormenti, i dubbi, le notti bianche e dolorose, gli allenamenti pieni di rabbia, i dubbi che si insinuano nella mente e ti trasformano da libellula a pesante carrarmato, quasi impossibile da elevare oltre l’asticella dei desideri.
Ogni saltatore in alto, mestiere pieno di tic, di coazioni a ripetere, ha un suo oggetto che usa per segnalare la partenza della rincorsa, esercizio quasi meccanico, mandato a memoria, un arco perfetto di passi fino all’esplosione dello stacco.
Chi ha un cono, chi un pupazzetto, chi un borsone: Gianmarco Tamberi no, sceglie il gesso che ha imprigionato a lungo la sua caviglia, che cedette a poche settimane dalle Olimpiadi di Rio, quando il mondo sembrava farsi piccolo davanti all’imperioso Fosbury del ragazzo di Ancona, che con 2,39 nella notte di Monte Carlo si iscrisse, come Lancillotto, alla tavola dei grandi.
Il gesso, dunque, spettatore privilegiato di una notte che nessuno dimenticherà: Marco, il papà, ex altista di rango, che si morde le unghie sugli spalti semivuoti del mastodontico stadio Olimpico, e tutti noi italiani che ci godiamo un momento che difficilmente tornerà, e per questo resta scolpito nella hall of fame dello sport tricolore. Il percorso netto di Gimbo, soprannome che lo connette strettamente con un altro genio con poche regole com’era Jimmy Connors, i salti perfetti, replicati quasi con il pilota automatico, 2,19, 2,24, 2,27, 2,30 passati quasi senza sudare, e proprio a quel punto si è capito che qualcosa di clamoroso sarebbe potuto accadere. Perché nei giorni del dubbio, nella zona grigia dell’incertezza Gimbo quelle misure non le superava, o se lo faceva l’asticella tremava minacciosa fino a fermarsi, vivaddio, senza cadere.
Nell’enorme sudario di Tokyo no: ispirata da quel gesso, potente talismano, la libellula di Ancona si è liberata per incanto della sua zavorra e ha ripreso a volare. Ha ritrovato i meccanismi del volo, novello Leonardo, la perfezione dei passi, la rabbia dello stacco.
Il gesto dello scavalcamento si è fatto pulito, quasi ineluttabile mentre i grandi rivali, così invidiati cinque anni prima a Rio, pian piano iniziavano a mostrare crepe nelle loro armature. Solo il formidabile fenicottero qatariota Barshim lo ha seguito nel percorso netto fino a 2,37. A 2,30 erano in gara ancora in dieci, ma quella misura è stato un vallo atlantico per tutti, meno che per i due nemici-amici, troppo forti e ispirati.
A 2,37 l’Italia ha trattenuto il respiro, fino a esplodere in un’estasi verticale: Gimbo si è arrampicato lassù, dove non osava da tanti anni. Barshim, eccezionale nel controllo delle emozioni, ha subito impattato. Così agli altri non è restato che alzare la posta, forse troppo, al punto dove i loro pur eccezionali garretti non potevano proiettarli.
Uno dopo l’altro sono caduti il coreano Woo, lo statunitense Harrison (a proposito, farà anche il salto in lungo da favorito ed è una delle storie olimpiche che resteranno nei volumi) e l’australiano Stark. Restava solo, io tra di voi come cantava Charles Aznavour, l’insidiosissimo bielorusso Nedasekau, obbligato a fare il colpaccio per emendare qualche errore nella fase precedente. Quando l’asticella è caduta per la terza volta, Gimbo e l’amico qatariota si sono visti planare il mondo in mano e tutte le emozioni di una vita concentrarsi in un istante: erano in testa, e perfettamente alla pari.
È stato quello il momento più bello, più commovente, più olimpico, più iconografico che c’è. Il giudice che si avvicina ai due, e da regolamento pone la fatidica domanda.
Il regolamento consentirebbe lo spareggio per l’oro e per l’argento, tornando alla misura inferiore, e dunque ai 2,37. Altrimenti... Gimbo guarda il fenicottero qatariota e i due, senza parlare, aprono il libro di storia: doppio oro, ma sì, che sia festa per due che è più bello così. Tamberi lo spiegherà dopo, a mente fredda: Barshim aveva avuto il suo stesso infortunio, percorso il suo piccolo Calvario. Condividere con lui il tetto del mondo è ancora più significativo.
Due parole, un abbraccio e Gimbo parte come impazzito. Non sa dove andare, corre dovunque sul tartan che undici minuti dopo ci regalerà l’impresa dei secoli dei secoli, l’oro dei 100 di Jacobs. Gianmarco da Ancona, l’uomo che è saltato sopra i suoi guai, non capisce più dov’è, se è giorno o notte, se fa caldo o freddo. Parla, straparla, urla. Si sdraia accanto al suo gesso, che sembra il pallone Wilson di Tom Hanks quando si perde nell’isola deserta. Urla ancora contro tutti e nessuno, poi piange, poi si alza, cerca gli abbracci eppure vuol restare solo, a pensare ai cinque anni in bilico tra speranza e depressione.
Cerca il padre, si guardano, capendosi. La triplista venezuelana Royas, fresca di medaglia d’oro con primato del mondo, lo avviluppa dentro la bandiera del suo paese, perché Gimbo è un’icona mondiale, un esempio, una guida, un ragazzo così solare ed esplosivo che si è fatto soltanto amici nel mondo dell’atletica.
Alla fine trova la bandiera tricolore e ci sprofonda dentro, il cuore che batte forte e l’anima finalmente in pace. Manca l’ultima missione perché attenti, lui della nazionale è anche il capitano. Così si piazza in fondo al rettilineo, e falcata dopo falcata corre con l’amico Jacobs, sa che festeggiare un doppio oro qui, oggi sarebbe come trovare dieci biglietti vincenti della lotteria, tutti insieme. E il destino sorride ancora a noi poveri italianuzzi che nella regina delle discipline olimpiche non vinciamo niente dalle Guerre Puniche. Accoglie l’uomo-jet tra le sue braccia ed è leggenda per due. Marcell il razzo e Gianmarco la libellula, l’uomo capace di risalire dallo sprofondo. --
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