Il Tirreno

Toscana

L'impresa di Jacobs: la calma, poi un razzo, è lui il figlio del vento

Tommaso Silvi
Marcell Jacobs festeggia dopo aver conquistato la medaglia d’oro nei 100 metri
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Marcell Jacobs festeggia dopo aver conquistato la medaglia d’oro nei 100 metri

Falsa partenza, Marcell è l’unico fermo. Parte lento ma aziona il turbo e fa la storia 

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La tovaglia è ancora sulla tavola. Le briciole di pane sparpagliate qua e là raccontano di un pranzo domenicale terminato da pochi minuti. La televisione è sintonizzata sulle Olimpiadi. Gianmarco Tamberi ha da poco vinto un oro strabiliante nel salto in alto. L’orologio segna le 14,50. L’Italia si ferma. Sta per partire il suo razzo. Nella corsia numero tre c’è una sagoma azzurra. Accanto a lui gli altri sette uomini più veloci del Pianeta.

Si, è vero, in Italia la gente non impazzisce per l’atletica. Non c’è il seguito popolare del calcio. Ma negli ultimi giorni la notizia è rimbalzata ovunque. Per la prima volta nella storia dei Giochi il nostro Paese è in finale nei 100 metri. È un momento storico. Ci siamo anche noi. Marcell Jacobs hanno imparato presto a conoscerlo tutti. Carnagione olivastra, tatuaggi, sorriso caldo e aria da bravo ragazzo nonostante un aspetto da macho a prima vista. Ha corso la semifinale in 9’’84, record europeo.

Si sente il ronzio della storia che gironzola attorno ai nostri colori. C’è odore di possibile impresa. Il tempo con cui Marcell ha conquistato la finale è uno dei migliori. «Non è impossibile pensare a una medaglia», dicono gli addetti ai lavori. Un po’ ovunque.

L’ATTESA FRENETICA

Anche il telegiornale delle 13 ha parlato del proiettile italiano che potrebbe infilarsi nell’eternità sportiva. La gara sta per iniziare. In otto per un sogno. Sembra il titolo di un film. Ma è tutto vero. Tra gli otto finalisti c’è chi saltella nervosamente fingendo un riscaldamento muscolare per mascherare l’ansia. Chi fissa il vuoto e fa movimenti con le braccia. Marcell no. O meglio, molto meno degli altri. Mostra una serenità disarmante. Come se fosse in fila alle poste di lunedì mattina ad aspettare il suo turno. È concentrato, certo. Ma è tranquillo. Incredibilmente rilassato. Nella sua testa ha il piano gara. Solo quello. Si parte.

QUELLA FALSA PARTENZA

Mai come in questo momento nelle case d’Italia si è atteso l’esito di una gara di atletica con la stessa passione dei calci di rigore della nazionale di calcio. Ai blocchi. Via. No. Fermi tutti. Qualcuno ha sbagliato. Il britannico Zharnel Hughes ha eseguito una falsa partenza. Ora, chi fa atletica – ma basta ragionare logicamente per capire – sa bene che quando c’è una falsa partenza, anche gli altri atleti si muovono dai blocchi e fanno almeno il gesto di iniziare la corsa. E infatti tutti i finalisti seguono la scia di Hughes, che viene squalificato per il suo errore. Tutti tranne uno. Tutti tranne Marcell. È rimasto immobile coi piedi sul suo blocco. Ha alzato la testa e l’ha riabbassata. È la quiete prima della tempesta. Il silenzio assordante che anticipa il tuono. E quello dell’azzurro è un temporale di velocità. Scocca lo “start” e Marcell sembra dietro agli altri. Il suo tempo di reazione non è dei migliori. Questione di millesimi, ma capaci di fare la differenza. Aziona il motore e dopo poche decine di metri è già al passo degli altri. Frequenza terrificante. Un martello. Mette la testa avanti a tutti. È quasi finita. Resiste. L’americano Fred Kerley prova a distruggere il sogno di Jacobs, ma è tutto inutile.

IL FIGLIO DEL VENTO

Il nostro fulmine è là davanti. Prima del traguardo gira la testa e controlla velocissimamente la situazione. Poi l’incredibile diventa realtà. 9’’80. Un tempo galattico. Distrutto il suo record europeo di poche ore prima. Jacobs ha coperto i 100 metri a una velocità media di 38,4 chilometri all’ora. Il picco di velocità massima lo ha toccato a 43,3 orari (42,7 in semifinale, il vento era praticamente nullo (+0,1 metri al secondo). Il suo tempo di reazione dai blocchi, per dare un’idea, è stato il penultimo tra tutti i partecipanti alla finale. Ma chissenefrega dei numeri. Quello che conta è che l’oro va all’Italia, il figlio del vento ce l’abbiamo noi. In una disciplina in cui per tantissimo tempo abbiamo giocato un ruolo da comparsa. Spesso neppure quello.

IL MOMENTO DELLA GIOIA

Marcell è il nostro riscatto su pista. Quel grido d’orgoglio che ci nasce dalla pancia. La voglia di urlare al mondo «E ora? Cosa avete da dire? Sicuri che nei 100 metri non vinciamo mai?». Perché è giusto così. Perché le Olimpiadi sono sport. E lo sport è competizione. Si gioca per vincere. Al di là delle belle parole di circostanza che – guarda caso – appartengono quasi sempre a chi esce sconfitto.

Aggiungiamo che Jacobs non ha vinto. Ha dominato. Gli avversari a fine gara si complimentano con lui, ma si vede che sono quasi increduli. Si sapeva che l’atleta italiano avrebbe potuto fare buone cose, ma nessuno credeva all’oro. Fino a due settimane fa il 26enne cresciuto a Desenzano del Garda lo conoscevano in pochi. Soltanto gli appassionati di atletica. Poco più. Da ieri è una star. La sua foto sui social viaggia a un ritmo clamoroso. Quasi più forte della sua corsa verso il Paradiso dell’immortalità che appartiene a chi compie qualcosa di mai visto. Marcell Jacobs è una mongolfiera su cui gli italiani ora salgono volentieri per volare alto e sentirsi migliori degli altri.

Ed è una cosa bellissima. Perché vuol dire che Jacobs è riuscito a far sognare un popolo. A unire un Paese sotto la sua bandiera. E ha concentrato tutto in 9 secondi. Per la precisione, in 9’’80. Il tempo di conquistare il mondo.

Il tempo di far vedere a tutti che ora i più forti siamo noi. Provate a prenderci, se ci riuscite. —

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