Sicurezza
Licenziamenti alla Gkn, una storia che parte da lontano
IL COMMENTO. Quanto sta accadendo a Campi Bisenzio è un’ulteriore conferma del ritorno in grande stile di quella che il mai troppo rimpianto Giorgio Bocca definiva la «razza padrona»
La Gkn di Firenze, la multinazionale attualmente governata da un fondo finanziario britannico che sta cogliendo al balzo, nella forma più bieca, il recente accordo tra il governo Draghi e i sindacati sullo sblocco dei licenziamenti con 422 mail di immediato calcio nel sedere ad altrettanti lavoratori è legata per l’80% della produzione alla ex Fca, ora Stellantis, di John Elkann. Del resto si tratta proprio di uno dei tanti stabilimenti ex Fiat che, nel corso degli anni, ha visto applicare alla lettera la mai abbandonata strategia di Cesare Romiti passata alla storia come: socializzare le perdite e privatizzare i profitti. In questo caso con il valore aggiunto di una gigantesca speculazione immobiliare a suo tempo accettata supinamente dalla politica, fiorentina e non solo.
Al di là della non più sopportabile retorica delle reazioni di politici e sindacalisti nazionali, ipocrisie che attorcigliano le viscere ancora di più per il consapevole cinismo che le accompagna, il particolare che trovo più interessante e significativo della recente storia della fabbrica è quello che riguarda le scelte aziendali dei grandi marchi automobilistici tedeschi, anch’essi committenti della Gkn. Tutti nel corso degli ultimi anni, di fronte ai crescenti segnali della crisi di mercato, hanno riportato la produzione delle componenti realizzate a Campi all’interno dei propri stabilimenti in Germania.
Altrettanto si è guardato bene dal fare Stellantis. In Germania, per legge e per cultura, le rappresentanze dei lavoratori sono presenti nei consigli di amministrazione. In Italia al massimo firmano la condanna a morte di chi dovrebbero tutelare.
Quanto sta accadendo a Campi Bisenzio non rappresenta solo una preoccupazione ulteriore per il futuro dei lavoratori ex Fiat in Italia, sempre più ostaggio dei rischiosi equilibri in Stellantis controllati di fatto dai francesi che tengono il pallino delle scelte strategiche e già se ne avvertono gli inquietanti segnali a danno dell’occupazione italiana, ma è un’ulteriore conferma del ritorno in grande stile di quella che il mai troppo rimpianto Giorgio Bocca definiva la «razza padrona». E ormai c’è rimasto ben poco da discutere su quanto quella definizione appartenga alla storia della sinistra italiana. Forse con questa identità ne è rimasta traccia in qualche libro, ma non certo nella realtà politica di chi, e non solo da oggi, sostiene di rappresentare quell’eredità ideale servendo in realtà il minestrone rancido di un tradimento quotidiano in nome di ricatti, compromessi e vantaggi personali.
Sinistra e destra ormai sono soltanto due giganteschi inganni, funzionali l’uno all’altro, che usano l’abbinamento con la parola "centro" solo per indicare il punto della scena dove si concentrano vecchi e nuovi burattini appesi ai fili del miglior offerente. Che stupore può suscitare la scelta di tempo di uno come Renzi, che peraltro ben conosce il territorio della Gkn (essendo, incidentalmente, anche parte del suo collegio senatoriale) e che, di fronte a una disumanità simile, annuncia il referendum contro il reddito di cittadinanza come e peggio di un Salvini? Renzi, come Salvini e la quasi totalità dei protagonisti della manfrina politica, non ha mai lavorato, ha sempre dimostrato nei fatti pubblici e nei comportamenti privati di amare potere, lusso e privilegi. E nel suo vergognoso incedere, non a caso, incrocia la straordinaria dichiarazione di un suo grande estimatore e referente non solo ideale, il presidente di Confindustria. Marco Bonomi affrontando all’assemblea degli imprenditori pugliesi il tema del futuro dell’ex Ilva, dopo aver ovviamente elogiato Draghi per aver aperto le dighe dei licenziamenti, ha detto che di equilibrio ambientale e difesa della salute a Taranto non parla con «chi ci propone allevamenti di cozze». Il governatore Pd Emiliano ha fatto l’alterato. Ma, c’è da giurarci, gli passerà presto.
Arroganza? No, inevitabile e naturale conseguenza di una scelta precisa di rinunce di chi, dai Letta ai Di Maio, facendo finta di essere dirimpettai dei Renzi e dei Bonomi, alla giustizia sociale ormai da anni preferisce di gran lunga il privilegio personale. --
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