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Il Dante dimezzato dalla cultura mediatica

Umberto Baldocchi
Il Dante dimezzato dalla cultura mediatica

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Non mancano certo in Italia le celebrazioni del settecentenario dantesco, ma celebrare Dante è oggi un compito arduo. Soprattutto in mezzo a questa pandemia che evidenzia una crisi epocale. Abbiamo letto tutti la Divina Commedia come un’antologia di personaggi, non anche come la storia del cammino di un personaggio in divenire, il Dante protagonista, pellegrino alla ricerca del senso della vita. E i personaggi che ricordiamo appartengono tutti o quasi alla prima cantica, all’Inferno. Nessuno dei personaggi delle ultime due cantiche pare reggere il confronto con Francesca da Rimini, Farinata degli Uberti, Cavalcante de’ Cavalcanti, Pier delle Vigne, Ulisse, Conte Ugolino. La vera e profonda umanità sarebbe dunque quella rappresentata nell’Inferno!

Il fatto è che il Dante che conosciamo e apprezziamo è soprattutto il Dante analista del male umano e del suo mistero abissale. Un "male" che però, in questa lettura riduttiva, finisce per mostrare quella dimensione "eroica" che sembra invece mancare al "bene" che rimanda a una "umanità" più sbiadita.

Dante però non si limita a fuggire il male. Nel suo lunghissimo viaggio è alla ricerca del "bene". Ed il bene non è semplicemente l’assenza del male, o l’opposto del male (come magari si potrebbe anche pensare). O, tanto meno, qualcosa di "banale", di lontano dall’eroismo.

Un dantista "anomalo", papa Montini, o "San Paolo VI" se vogliamo, ha scritto che «In Dante tutti i valori umani (intellettuali, morali, affettivi, culturali, civili) sono riconosciuti, esaltati; e ciò che è ben importante rilevare, è che questo apprezzamento e onore avviene mentre egli si sprofonda nel divino, quando la contemplazione avrebbe potuto vanificare gli elementi terrestri». In effetti è nel Purgatorio e nel Paradiso che si realizza questo pieno "apprezzamento" dei valori umani. Se non si comprende questo si comprende la Commedia solo per metà o per un terzo. Non si può certo capire cosa Dante intenda per la pienezza dell’essere umano.

Solo un esempio: il grande valore umano che si realizza nel Purgatorio è la libertà morale. Il Purgatorio dantesco è il regno della libertà e della speranza, o, detto altrimenti, è la vicenda della conquista di libertà e speranza. Libertà va cercando, ch’è sì cara/come sa chi per lei vita rifiuta (Purgatorio, I, 71-72) dice di Dante Virgilio a Catone l’ Uticense, il custode del Purgatorio. La riflessione del Purgatorio è una grande riflessione sulla libertà morale , che è infatti oggetto dei canti centrali dell’opera.

La libertà che Dante va cercando non è tanto una condizione oggettiva, una liberazione da ostacoli e vincoli, ma una situazione soggettiva che deve esser costruita, conquistata con fatica dall’uomo, è la libertà che si configura come capacità di scegliere tra bene e male, e di rispondere di ciò che si è scelto. Non è semplice raggiungere questa libertà anche se ognuno può arrivarci con le forze della ragione, se guidata però da una profonda cultura.

E proprio questa libertà è oggi quella più dimenticata; quella che si colloca esattamente al polo opposto rispetto al libertarismo radicale o anche al "liberismo di mercato" oggi imperanti. Noi, da tempo, ci siamo abituati più alla liberazione che alla libertà. Se la libertà è soltanto, o soprattutto, una condizione oggettiva (un’assenza di vincoli) di cui dobbiamo godere, al limite è l’assenza di ogni vincolo e di ogni confine, anche di quelli morali, la libertà finisce per essere espressione di volontà individuale.

E quanti pseudo-diritti e quanti equivoci nascono oggi da questa volontà, da questa libertà priva di responsabilità, da questa banale, ma tragica, confusione di libertà e di volontà? Ma è questa libertà ciò che alimenta la speranza. E oggi la speranza intesa come attesa fiduciosa di un bene che non possiamo realizzare nel concreto e nell’immediato, ma che si realizzerà nel futuro, sembra una fiaba da raccontare ai bambini. Il mondo del possibile non è più nell’uomo, ma è fuori dall’uomo. È negli smartphone, nell’intelligenza artificiale nelle città smart, nelle cose smart, nell’Internet delle cose. Ci siamo alienati dalla speranza. Perché sperare allora? Sperare non è più né possibile, né utile, né necessario.

Dante è fallito nel suo tempo, è vero, ma solo perché era più grande del suo tempo, come Cacciaguida gli ricorda e gli spiega: «Questo tuo grido farà come vento, che le più alte cime più percuote, e ciò non fa d’onor poco argomento» (Paradiso XVII, vv. 133-135). Ma Dante ha costruito il futuro.

E soltanto questa tensione verso la libertà animata dalla speranza è ciò che ha fatto progredire in senso umano la storia. Questo, in effetti, è proprio il Dante che manca ancora nella "cultura" diffusa. A questo forse dovrebbero mirare le celebrazioni dantesche in epoca di pandemia. E senza questa dimensione della speranza senza cui non può esistere la libertà creativa dell’uomo non sembra facile uscire dalle tragedie, come quella pandemica e tornare a guardare alla comunità che dobbiamo costruire per tornare a vivere insieme. Forse sarebbe auspicabile, per questa celebrazione, un impegno maggiore non solo di uomini dei media e di Tv, ma anche di altre agenzie educative e culturali, attualmente a me pare, un po’ troppo silenti: la scuola e l’ Università da un lato, la Chiesa cattolica dall’altro, peraltro a ciò richiamata da autorevoli , ma non molto ascoltati, interventi papali, da quelli di Paolo VI a quello di papa Bergoglio che ha dedicato a Dante la lettera apostolica "Candor lucis aeternae".

Un impegno utile anche per andare oltre le letture unilaterali, clericali e laiciste, della società, per attualizzare davvero il messaggio dantesco. --

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