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Una speranza dalla politica ecologista

tiziano gorini
Una speranza dalla politica ecologista

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In una intervista del 6 giugno scorso al quotidiano la Repubblica, finalmente Carlo Calenda ha pronunciato parole chiare, che attendevo da tempo: «L’idea è quella di costruire un fronte repubblicano, che riunisca il Pd, i centristi di Forza Italia ostili alla Lega e una forza liberaldemocratica che va aggregata, formata da Azione, +Europa e Italia Viva. In aggiunta ai Verdi rifondati di Sala e Muroni». È quest’ultima specificazione che mi interessa.

Considero l’attuale condizione del Pd patetica, privo com’è di capacità autocritica, identità e progettualità, con un leader defenestrato rientrato da un’altra finestra, mentre le strutture territoriali boccheggiano (e, date le attuali vicende giudiziarie, ne diventa probabile anche il tracollo toscano); diffido del M5S e lo temo, perché nato dal risentimento, nutrito di demagogia e ora in cerca di chissà quale improbabile palingenesi promessa da un leader per caso; rilevo che l’area liberaldemocratica del centrosinistra è sminuzzata in partitini che probabilmente scompariranno alle prossime elezioni. Perciò sono ridotto a sperare che in qualche modo si formi quel fronte repubblicano prospettato da Calenda. Non so se questo progetto potrà realizzarsi o naufragherà nella riottosità di questo o quel gruppo politico in cerca di autonomia ideologica o di visibilità mediatica, tuttavia lo ritengo un valido percorso per cui impegnarsi, per uscire dalla palude in cui oggi è impantanata la politica italiana. Soprattutto se - come auspico, poiché è per me un elemento discriminante - riuscirà a includere l’ambientalismo, da troppo anni estenuato da diatribe, interdizioni e inconsistenza politica.

Io sono stato un elettore dei Verdi, poiché sin dagli anni ’70 dello scorso secolo convinto della drammatica urgenza di intervenire per evitare l’impellente catastrofe ambientale; poi però ho smesso di votarli, riducendomi mestamente a distribuire il mio voto in qua e in là nell’ambito del cosiddetto centrosinistra, sempre - seguendo il consiglio di Montanelli - tappandomi il naso.

Smisi di votarli perché fecero scelte che non condividevo, scelte che infatti provocarono un tracollo elettorale e politico: nel 1987 i Verdi entrarono in Parlamento con 13 deputati, all’inizio del Duemila contavano 12 deputati e 12 senatori, dal 2005 vi sono scomparsi. Furono cofondatori dell’Ulivo e dunque divennero la prima formazione politica ambientalista europea a partecipare a un governo nazionale; grazie al loro impegno governativo fu ottenuta, ad esempio, la prima riforma del settore dei rifiuti, nonché le prime leggi a sostegno delle energia rinnovabili, l’istituzione dei parchi, l’agricoltura biologica, ecc. Eppure scelsero di abbandonare l’Ulivo, di accodarsi al sinistrismo logorroico e inconcludente di Rifondazione comunista di Bertinotti e del Pdci di Diliberto, conseguentemente scomparendo dal Parlamento, perdendo la propria identità politica, affondando nei piccoli e litigiosi movimenti locali e nelle risse astruse che inutilmente Alexander Langer aveva stigmatizzato.

Ricordo che quando protestai per quella scelta molto ideologica e poco ecologica mi fu risposto che in fondo si trattava solo di un accordo elettorale; non mi pareva, comunque replicai che a quell’accordo coi fossili del comunismo non avrei acconsentito. Fummo in tanti a dissentire. Così iniziò l’eclissi dei Verdi, la perniciosa assenza di una vera e necessaria rappresentanza politica di un progetto ecologista, che i fatti dimostrano indispensabile.

È un’anomalia tutta italiana, perché nell’Unione Europea il movimento ecologista avanza quasi ovunque, governa in importanti città di molti stati, in Germania può addirittura aspirare alla futura guida del governo federale; un ambientalismo rinnovato, che non è più permeato di un fondamentalismo ambientale gravido di veti e rifiuti bensì flessibile e propositivo, si va diffondendo ovunque, tranne che in Italia. Non tanto paradossalmente, dato quanto ho spiegato precedentemente; cosicché mentre ormai la questione climatica e i problemi ambientali sono tra le principali preoccupazioni degli Italiani, i Verdi sono una sorta di ectoplasma.

Qualche minimo segnale vitale c’è: è pur vero che nelle ultime elezioni europee Europa Verde ha ottenuto un misero 2,3 % dei voti, ma è comunque un risultato, non è lo zero del parlamento italiano. Ma che fare, nel prossimo futuro? Confesso di essere diffidente nei confronti degli attuali dirigenti dei Verdi e scettico sulla loro capacità di sfuggire a risentimenti, diatribe, incapacità programmatiche, nostalgie ideologiche; tuttavia intravedo la possibilità di una riconfigurazione entro un orizzonte che dev’essere ancora delineato ma è già stato abbozzato dal sindaco di Milano, Giuseppe Sala, quando ha aderito ad Europa Verde.

Ecco perché suppongo che la possibilità per i Verdi - rifondati, come Calenda ha voluto puntualizzare - di entrare a far parte di un’alleanza riformista come quella da lui proposta, possa essere l’occasione da cogliere per ricostruire un soggetto politico ecologista. Di cui io, e tanti altri cittadini, specialmente quelli giovani, sentono l’impellente bisogno.

La partita è aperta, l’esito incerto: ma almeno ci si provi. --

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di Redazione web