Finanza
La scienza asse centrale dello sviluppo
Questa è una notizia che, sono certo, passerà in sordina nel dibattito sul Piano nazionale di ripresa e resilienza e sui temi dello sviluppo del paese. Sembra che «l’Italia abbia fissato a limiti molto bassi le emissioni elettromagnetiche rispetto ai parametri europei costringendo gli operatori a istallare molte più antenne del dovuto. Sembra che questo limite, lontano da quello imposto da paesi come la Germania o la Corea del Sud, costerà all’Italia un quarto dei 44,5 miliardi stanziati dal Piano per lo sviluppo del 5g» (J. Hedberg . Formiche del 22 giugno).
È chiaro che se spendiamo molto di più per le antenne, a parità di risultato sulla copertura, potremo spendere di meno sullo sviluppo dei servizi e di altre applicazioni utili alla messa a punto degli strumenti innovativi in questo campo. E questo potrebbe significare meno innovazione e quindi meno crescita per il paese.
Questo fatto è soltanto uno degli ultimi che accadono in Italia ed è una metafora della filosofia antiscientifica che purtroppo sopprassiede da tempo a tante, troppe, decisioni pubbliche. Decisioni che sembrano sostenute più da credenze e miti, più o meno alimentati da culture "alternative al main stream", che da seri e documentati approfondimenti scientifici.
Il primo aspetto del problema è quello relativo alla cultura scientifica. In Italia, e lo si vede anche dalla bassa adesione del nostro mondo giovanile alle materie Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), la scienza non è molto amata. E anzi c’è una gran parte del paese che considera la scienza in maniera relativamente negativa. Basta vedere una parte del dibattito sui social e sui media alimentato in questa pandemia.
Non c’è bisogno di scomodare Popper per stabilire che la forza della scienza non è nelle "attestazioni di verità", le quali possono essere provvisorie, appena abbozzate e anche sbagliate ma nel "metodo scientifico" che è una garanzia procedurale per arrivare via via a delle verità e per ricusarle, modificarle e riformularle quando queste presentino delle "falle interpretative". Quando il metodo scientifico non ha ancora prodotto i suoi risultati, anche parziali e provvisori, le intuizioni e le proposizioni degli scienziati non sono nulla di più che delle ipotesi. Ed è in questo caso che la scienza si presenta con delle "verità deboli".
Tutto il dibattito sul modo di trattare la pandemia, sui vaccini, sulle mascherine e su tante altre mille congetture avanzate in questo periodo risentono appunto di questa misinterpretazione. Non è che la scienza produce verità deboli, ma quando non ci sono dati, esperienze, studi e sperimentazioni ciò che viene detto è solo una previsione, magari fondata su competenze consolidate, ma niente di più.
Ed ecco allora che le banalità del tipo "anche la scienza sbaglia" valgono nelle discussioni al bar o in qualche talk show scandalistico ma nulla dicono di come funziona davvero la scienza e di come funziona il suo metodo. Un paese che ascolta la scienza e che prende decisioni sulla conoscenza e le interpretazioni da questa prodotte è un paese forte. Ed è un paese che rifugge le "verità" proposte da maghi, incompetenti e complottisti sempre pronti a scovare i punti deboli del "pensiero dominante". E a proporre saperi alternativi completamente incapaci di produrre alcun "bene comune".
Ma alla critica alla scienza si è aggiunto, in questo periodo storico, un altro concetto che, se mal usato come accade in molte decisioni pubbliche nei campi più diversi, produce danni al paese. Ed è il "principio di cautela". Se ben usato è un principio sacrosanto. Laddove ci sono dubbi sugli effetti di un determinato evento sul benessere o la sicurezza della collettività deve prevalere il principio di cautela. Ma è evidente che l’incertezza deve nascere da qualche elemento significativo dal punto di vista della scienza e delle sue applicazioni. Deve cioè essere un elemento che, pur se non definitivo in termini di conoscenza scientifica, deve dare adito a qualche dubbio fondato.
E invece il dubbio, come è accaduto in tanti casi in Italia fra cui quello sul limite delle emissioni elettromagnetiche, non appare tanto fondato su una presunzione scientifica quanto sulla forza della contestazione di qualche gruppo sociale. Cioè l’applicazione del principio di cautela deriva da problemi di consenso espressi da comunità maldisposte e che non si fidano delle Istituzioni. E non da un approccio scientifico che chiama in causa l’incertezza a fronte di studi non ancora approfonditi.
Per cui è un proliferare di "principi di cautela". L’approccio è un po’ quello di Davigo verso la colpevolezza dei funzionari pubblici e dei politici. Se c’è una cosa che, con le conoscenze di oggi, non fa male, non produce danni all’ambiente e alle comunità è soltanto una cosa non ancora ben studiata. Non appena lo sarà emergerà in maniera evidente la sua "insalubrità". Per questo è bene, secondo il principio di cautela, vietarla o alzare in maniera forte i limiti di emissione.
Sappiamo che il Piano nazionale di ripresa e resilienza per funzionare e produrre uno sviluppo e una crescita forte e sostenibile ha bisogno di importanti riforme a supporto. Il rapporto fra politica e scienza, e quindi fra scienza e opinione pubblica, è uno degli elementi portanti per un paese che vuole guardare avanti. E che vuol fare della conoscenza, quella vera e fondata, l’asse centrale del nuovo sviluppo. --
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