Il dolore
Vialli-Mancini: i significati di un abbraccio lungo una vita
Da Wembley a Wembley: 30 anni di amicizia. Una chimica perfetta in campo e fuori, e un sogno da condividere
Lo scatto di Gianluca è quello dei giorni belli. Un balzo, due, e calpesta di nuovo quel sacro prato. Arriva alle spalle dell’amico, che sa, lo sente. Lo sente da oltre trent’anni, uno sa sempre dov’è l’altro. Roberto si volta, allarga le braccia: sa che l’altro lo abbraccerà forte, lo tiene stretto stretto. Come quando, uno col dieci e l’altro con l’undici, regalavano estasi blucerchiata ogni fine settimana. Gianluca Vialli e Roberto Mancini. Anzi, Vialli y Mancini, come li chiamava il loro mentore Vujadin Boskov, finissimo cervello calcistico dietro un volto da gitano di Novi Sad, l’uomo che li mise insieme come nessun altro.
Uno nato a Cremona, grassa borghesia padana, una cascata di riccioli a incorniciare un volto da impunito, fortissimo sulle gambe, baricentro basso per beffare, con il suo movimento razzente e improvviso, le difese di mezza Europa. Stradivialli, lo chiamava Gianni Brera, accostandolo al liutaio (cremonese) più grandi di tutti i tempi. Icona delle ragazze di mezza Genova (ma forse anche dell’altra), estroverso, faccia di bronzo che non guastava, in campo me soprattutto fuori. Uno così avrebbe spostato gli equilibri dovunque, in nazionale, e poi nella Juventus. Ma alla Samp, nel dorato mondo di Bogliasco, con i soldoni del petroliere Mantovani e i tramonti senza fine, Stradivialli aveva bisogno di un contraltare. Di uno che sapesse arpeggiare calcio, mettere fiori dentro il suo cannone. E chi se non Bobby Mancini, stessa classe 1964, marchigiano di Jesi, più ombroso e riflessivo fuori, dentro il campo iscritto a pieno titolo della dinastia dei numeri 10: della grana finissima dei Baggio, dei Totti, del Del Piero. Invenzioni, giocate mai banali, lampi abbaglianti anche nella partita più indolente. Bobby e Gianluca, la rugginosa Genova che all’improvviso sale al potere, uno sberleffo al triangolo industriale che fagocita scudetti. Il tricolore porta la firma di campioni come Cerezo. Katanec, Pari, Bonetti, Dossena, Lombardo, Pagliuca, Vierchowod. Ma i dioscuri sono loro, Vialli e Mancini, Castore e Polluce, Romolo e Remo. Diversi e per questo perfetti.
Lo scudetto, certo. Ma vuoi mettere la Coppa Campioni? A Genova? Certo che si può. La squadra decide di “mollare” il campionato e punta tutto sul trofeo dalle grandi orecchie. Il cammino è una passeggiata tra le nuvole: 7-1 complessivo al Rosenborg nei sedicesimi, 4-3 alla Honved negli ottavi, vittoria del gironcino contro Stella Rossa, Anderlecht e Panathinaikos. Eccola, la finale. Eccolo, il Barcellona. Eccolo, Wembley, il teatro dei sogni. 20 maggio 1992: Vialli y Mancini hanno 28 anni, sono allo zenith della carriera, della condizione, della loro perfetta chimica. I blaugrana non sembrano una montagna inespugnabile. Due ore di sofferenza allo stato puro, caldo, sudore, occasioni. Al 112’ una punizione dal limite e Rambo Koeman buca Pagliuca. Finisce lì, finisce tutto. La Samp è una favola che evapora, Vialli e Mancini (senza più la y) prendono strade diverse. Vinceranno molto ancora, volendosi bene da lontano.
Wembley. Vialli. Mancini. 29 anni dopo, anche se lo stadio è stato ristrutturato, il profumo dell’erba è lo stesso. La vita ha dato tanto, spesso ha tolto. Mancio ha vinto scudetti italiani e inglesi, Vialli a Londra ha trovato famiglia e casa, ma anche un avversario terribile, la malattia che ha affrontato con il piglio di quando impallinava i portieri. Il fato sa scrivere storie fantastiche e smazzare gli assist più belli. C’è ancora Wembley, ci sono ancora loro, uno in giacca da ct e l’altro nei panni di dirigente, di collante, di coscienza del gruppo. Quando segna Chiesa, Roby si volta e sa che arriva Stradivialli. Loro, inseparabili, a Wembley vogliono tornare. E noi con loro. —
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