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Italia, le tante storie di un gruppo davvero unico

Enzo Bucchioni
Gianluca Vialli e Roberto Mancini
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Gianluca Vialli e Roberto Mancini

Il punto. Mancini e Vialli che si abbracciano sul prato di Wembley è come se abbracciassero la vita e riannodassero un filo spezzato su quello stesso campo ventinove anni fa

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«I gol li faccio io», prometteva il piccolo Federico Chiesa in braccio al babbo Enrico quando aveva appena imparato a parlare. È commovente e romantico il vecchio filmato di vent’anni fa, diventato ieri virale sui social. Di sicuro un video profetico per questo campionato Europeo.

Ma non c’è solo Chiesa, ci sono tante belle storie dentro questa Nazionale che ha conquistato i quarti di finale dell’Europeo e che partita dopo partita è tornata al centro delle nostre vite. È una quotidianità ritrovata che restituisce emozioni e passioni lontane, che fa riscoprire riti e gesti dimenticati.

I due Chiesa, padre e figlio, sono l’esplosione contagiosa del gol. Quasi un titolo per Kundera. Mancini e Vialli che si abbracciano sul prato di Wembley è come se abbracciassero la vita e riannodassero un filo spezzato su quello stesso campo ventinove anni fa. Ed è davvero una grande storia, per loro e per tutti noi.

Quante volte avremmo voluto abbracciare qualcuno nella gioia o nel dolore e in questi lunghissimi mesi di buio non l’abbiamo potuto fare! Oggi Roberto Mancini e Gianluca Vialli sono il nostro abbraccio collettivo che va ben oltre l’ultima impresa di questa Nazionale azzurra.

"E già, noi siamo ancora qua" per dirla con Vasco. E se è vero che rafforza uscire indenni dai momenti difficili, oggi l’Italia più forte lo è davvero e non soltanto per proprietà transitiva.

L’Austria ha messo in campo muscoli e corsa da vendere, tutto ciò che noi non abbiamo. Noi siamo altro, siamo diversi, abbiamo qualità, agilità, fantasia e schemi che contro i muscoli e la corsa hanno funzionato poco.

La resistenza però è un nostro simbolo nazionale, il carattere sappiamo tirarlo fuori nel momento del bisogno, le risorse non ci mancano. E così stavolta siamo riemersi aggrappati a un fuorigioco, a un fotogramma del Var, ma comunque siamo riemersi.

Dalla panchina, con la panchina: non importa. Oggi le squadre sono fatte di sedici giocatori, l’importante è capire quando e come cambiare, il momento giusto. Mancini l’ha capito, l’ha fatto e noi insistiamo: era e resta la Mancionale. Ora il dibattito è acceso.

Chi siamo? Dove andiamo? Sono più di semplici domande esistenziali. Quelli che pensavano di avere già vinto l’Europeo dopo il girone dominato, erano gli stessi che ieri si chiedevano: "Ma dove vuoi andare se abbiamo faticato con l’Austria?". Il calcio è anche questo e per quanto mi riguarda non so come finirà.

Continuo a vedere una Nazionale che non è perfetta, che ha davanti avversari più forti... che però ha personalità, gioco e giocatori con qualità e caratteristiche davvero uniche.

Una squadra che non perde da trentuno partite. Abbiamo schivato la delusione, è vero, ma in un torneo europeo il terreno è sempre pieno di mine e l’Austria era una di queste. Nessuno mette tappeti rossi ai nostri piedi. Magari ora ci sarà da riflettere sull’unicità di un Locatelli, che forse è meglio non togliere più.

Su Berardi, non abituato a certe partite da dentro o fuori, sull’importanza di Chiellini, leader che speriamo di recuperare. "Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare" era lo slogan preferito proprio da Gianluca Vialli.

Ecco, ora il gioco si fa durissimo: ripartiamo da qui. --

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