Il Tirreno

Toscana

l'intervento

C’era una volta il Conte presidente

Bruno Manfellotto
Giuseppe Conte (Cinque stelle)
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Giuseppe Conte (Cinque stelle)

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Tolta la cravatta e riposta la pochette, il prof. avv. Giuseppe Conte, neo leader grillino in pectore, si appresta ora alla sua mission impossible: resuscitare i Cinque Stelle, evitare una scissione, impedire un’emorragia di consensi, tenere a bada Beppe Grillo, liberarsi della Casaleggio srl, dare al movimento un’identità nuova e una linea politica chiara traghettandolo definitivamente dalle piazze del vaffa ai riti di un vero partito politico. Di centro. Vaste programme...

Insomma, altro che convivenza con Salvini (Conte presidente del Consiglio gialloverde), altro che sgambetti di Renzi (Conte giallorosso): qui si tratta di dare ordine, fiducia ed efficienza a un’armata sbandata, confusa, divisa. Già, divisa. Lontano dal campo di gioco, addirittura in Bolivia per reportage giornalistici, si agita Alessandro Di Battista che dai 5S se n’è andato, sì, ma che coltiva legami forti con i dissidenti post grillini. Che sono tanti. Con l’uscita di Giorgio Trizzino, deputato di Palermo, motivata da parole di fuoco («I 5S? Un circo equestre!»), il numero di parlamentari che hanno cambiato casacca è arrivato alla fatidica quota 100: insomma il 40 per cento degli eletti 2018 alla Camera e al Senato. Un record.

Comun denominatore del dissenso è oggi il no al "governo dell’assembramento" (copyright Di Battista, appunto), e innanzitutto a Mario Draghi visto come il massimo rappresentante dei poteri forti, bancari finanziari europeisti atlantisti.

Il povero Conte le sta provando tutte per frenare le perdite e per imbarcare nel nuovo partito quanti più big della vecchia guardia, Di Battista compreso. Ai quali ha cominciato a lanciare messaggi inequivocabili, come la litanìa dei distinguo che segue ogni decisione di Draghi: prima le nomine ai servizi segreti e alla Cassa depositi e prestiti, poi la più sostanziosa questione del blocco dei licenziamenti, infine il batti e ribatti sull’autonomia dei M5S. Dal governo. L’altro campo di battaglia è quello degli alleati competitor, cioè il Pd di Enrico Letta, altro tema divisivo dentro il M5S. Arma di offesa (o di difesa, scegliete voi) sono diventate le candidature per le prossime amministrative: a Roma Conte difende la Raggi contro la strategia Bettini, guru dell’alleanza stabile e strutturata Pd-M5S; a Napoli appoggia invece il candidato Pd Manfredi con tanto di pizza insieme e maglietta di Maradona sbandierata nei vicoli, visto che i sondaggi indicano nei Cinque Stelle il primo partito in città. Chiaro, no? Anzi, questo del M5S «partito di maggioranza assoluta» (Conte ha detto così) è diventato il mantra che riassume la sua sfida.

Infine c’è la madre di tutte le questioni: che fare di Beppe Grillo? E qui la cosa si complica, sul filo di norme, statuti e cavilli che hanno come unico scopo levare poteri al Fondatore-Garante - che scompare e ricompare sulla scena a suo piacimento - e trasformare Conte nell’unico uomo al comando. Sapremo presto come andrà a finire. Poi magari il neo leader ci dirà pure cosa pensa di economia, giustizia, tasse, Cina, Europa... Ma ora, si sa, ci sono le elezioni e di certe cose è meglio non parlare... --

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