Il dolore
Andiamo oltre il reddito di cittadinanza
Quindici anni fa le famiglie povere erano al 3.6% del totale. Nel Centro e nel Nord l’incidenza era più bassa, sotto il 3%, mentre nel Sud i valori erano quasi il doppio (5,5%). Il fenomeno era prevalentemente italiano e riguardava le aree storicamente più in ritardo di sviluppo. Oggi la situazione si è molto aggravata. Registriamo nel 2020 i valori più alti del quindicennio; e non poteva essere diversamente dopo uno shock come quello vissuto dall’Italia e dal resto del Mondo. Il valore medio è più che raddoppiato (7,7%). Il Sud segnala ancora la situazione più critica (9,4%) ma questa volta il Nord segue da vicino (7,6%) mentre il Centro si mantiene su valori più contenuti (5,4%).
È evidente che su questi indici di povertà influiscono gli elementi storici della situazione meridionale ma si aggiungono anche, aggravando il dato nazionale, gli esiti della crisi economica che ha toccato in maniera dura le aree più sviluppate. Non è un caso che troviamo una maggiore incidenza della povertà nelle fasce più giovani (sotto 40 anni), nelle famiglie in affitto (quelle meno sedimentate nei luoghi di residenza) e quelle con la presenza di stranieri (dove sono più numerosi i lavoratori marginali e meno protetti).
Siamo di fronte a un’emergenza. Da non sottovalutare e da affrontare da subito e in maniera non episodica. Qualcuno afferma, di fronte a tutto questo, "meno male che in Italia c’è il Reddito di cittadinanza" almeno qualche risposta l’ha data. E in questa affermazione c’è evidentemente un elemento di verità: meglio che nulla, va bene anche uno strumento sbagliato. Ma ci permettiamo di dissentire. In questi casi, come in tanti altri che riguardano quelle situazioni critiche che tengono assieme condizioni di emergenza e condizioni strutturali, la migliore risposta è la risposta giusta. Che viene da un’analisi del problema, o meglio dei problemi, da affrontare e che sulla base di questa analisi, e non sull’onda della ricerca immediata di consenso, imposta una risposta strategica.
E allora vediamo come si presenta il problema. Intanto siamo di fronte a due fenomeni distinti. Che si segnalano come povertà ma che non riguardano lo stesso tema e, cosa più importante, neppure la stessa area sociale.
Da una parte ci sono le aree sociali fragili e marginali. Il mondo della povertà che potremmo definire "strutturale". Si tratta di un’area che va trattata con logiche di lungo periodo dove l’accesso alla casa popolare, la dotazione di un minimo di reddito e la prestazione di servizi di rafforzamento individuale e familiare, fra cui l’istruzione e la sanità, devono essere gli assi portanti. Per favorire la creazione di un ambiente meno segregante e dare a queste famiglie la possibilità di uscita almeno dalla criticità più profonda. In questo caso l’approccio assistenziale, che pur non deve essere esclusivo, è inevitabile. E appare accettabile a fini di coesione sociale.
Poi c’è l’area della povertà che deriva dalla perdita del lavoro per uno o più componenti della famiglia e che può essere divisa, ulteriormente, fra un’area di lavoratori più inseriti nel sistema produttivo e un’altra che si trova, per motivi di causalità, di professionalità o di età, nell’area più precaria del mercato del lavoro.
In questo caso la povertà è un fenomeno "temporaneo" che deve essere affrontato in chiave di emergenza, in maniera meno assistenziale possibile, e che deve contare su una serie di modalità di partecipazione attiva da parte dei soggetti interessati al fine di consentire l’uscita dalla difficoltà nel tempo più breve e con risultati più decisivi. E’ chiaro che il reddito di sostegno deve essere una componente importante e significativa degli strumenti messi in campo dallo Stato ma altrettanto importanti sono gli strumenti di "empowerment", fra cui quelli formativi sono al primo posto, che possono consentire una reale ri-occupabilità nel sistema produttivo. Cosa che deve avvenire unificando gli strumenti di sostegno alla disoccupazione nel primo caso e allargandoli semmai alle fasce più precarie che a oggi stanno fuori da questo tipo di provvidenza. L’intervento sulla abitazione, che abbiamo visto essere uno degli elementi critici che spingono alla situazione di povertà, non deve essere di tipo strutturale come nel caso delle fasce deboli della popolazione, ma piuttosto di tipo temporaneo ed emergenziale (sussidi all’affitto).
In questo mondo di "povertà" così diverso e frastagliato il Reddito di cittadinanza è caduto come una operazione prevalentemente di "captatio benevolentiae" di tipo elettorale ma con due grandi difetti. Il primo è quello di essere uno strumento unico per fenomeni che sono di natura profondamente diversa. E quindi adattandosi male ad ambedue le tipologie. Il fallimento dei "navigator" e della filosofia che li ha accompagnati dice tutto su questo punto. Il secondo deriva da uno strumento che solo a parole richiede un "impegno" a uscire dalla situazione di criticità da parte dei soggetti coinvolti. Ma che nella gestione pratica elargisce un "bonus" in cambio di niente. Non innescando nelle persone coinvolte nessuna spinta a modificare il proprio status.
E invece occorrono strumenti che favoriscano, invoglino e spingano anche alla più piccola modifica dello status di povertà. Anche mantenendo, per un certo tempo e per una certa quota, il sussidio in caso di una nuova, non ottimale, situazione di uscita dalla criticità. L’impegno "dell’assistito" deve essere uno degli elementi fondativi dello strumento di lotta alla povertà. In caso contrario la "giusta assistenza" diventa "mero assitenzialismo".
E non va bene. Spendiamo gli stessi soldi. Anche di più se necessario in questa fase di emergenza. Ma evitiamo di creare masse di "assistiti di Stato" che vivono l’aiuto in maniera passiva. Dobbiamo andare "oltre", grazie anche all’impegno e alla volontà di azione di chi oggi si trova in una situazione di difficoltà. --
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