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L'intervista

Niccolò Fabi e il ritorno sul palco: i concerti non saranno come prima

Gianni Tacchi
Niccolò Fabi e il ritorno sul palco: i concerti non saranno come prima

Il cantautore romano racconta il suo tour che lo porterà anche in Toscana: la distanza ci ha reso insensibili

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Una partenza. È proprio vero che se chiudi gli occhi e immagini una gioia, come Niccolò Fabi cantava una quindicina di anni fa in “Costruire”, molto probabilmente penseresti a una partenza. Da marzo dell’anno scorso a oggi l’abbiamo fatto decine, centinaia di volte. E ora è il turno della musica, dei concerti live, delle piazze piene, dell’incontro reale fra artisti e pubblico. «Una partenza, sì, ma io non sono ossessionato dal palco: a me è mancato di più andare a un concerto che esibirmi», racconta il cantautore a pochi giorni dal ritorno in tour dopo più di un anno di stop per la pandemia.

Quest’estate passerà dalla Toscana per quattro volte: il 24 luglio a Firenze in piazza della Santissima Annunziata per il MusArt Festival, il 10 agosto a Castello Pasquini per il Castiglioncello Festival (Livorno), l’11 alla Fortezza di mont’Alfonso a Castelnuovo di Garfagnana (Lucca) e il 12 al Teatro delle Rocce di Gavorrano (Grosseto). E l’organizzazione, nei casi di Castiglioncello e Gavorrano – per cui i biglietti sono in vendita sul circuito Ticketone – è firmata Leg Live Emotion Group, agenzia toscana che da più di vent’anni si occupa di eventi. «La famiglia di mia mamma è originaria di Siena, la Toscana è una regione che fa parte del mio Dna. I concerti saranno il nostro punto di incontro».

Niccolò Fabi, è la gioia della partenza dopo un anno tremendo.

«A livello personale non è stato un grosso problema stare lontano dal palcoscenico. Io ho passato diversi periodi di pausa, credo che siano momenti fondamentali per l’artisticità. La mia è una visione diversa delle cose rispetto a molti colleghi. Tanti artisti dicono di essere loro stessi solo sul palco. Io no, sono sempre me stesso. A volte è importante staccarsi, guardare da lontano, vivere eventi più o meno potenti, leggere le sfumature della vita. Se però mi guardo attorno, allora sì che ripartire è una gioia».

Si riferisce al settore musicale che è rimasto fermo così a lungo?

«Sì, a tutte le figure che ruotano intorno alla musica e che non hanno potuto lavorare, al comparto tecnico e organizzativo, ma anche e soprattutto agli spettatori. Nei giorni scorsi ho rivisto il mio fonico di palco. È di Cuneo, mi ha raccontato che nell’ultimo anno ha fatto l’elettricista ed è stato costretto a cambiare casa. Quella vecchia non poteva più permettersela».
Cosa avrebbe dovuto fare il governo per questa categoria?
«Troppo facile giudicare da fuori le lacune di chi, in piena emergenza, si è ritrovato a dover prendere delle decisioni così importanti. Risulta chiara però la totale mancanza di conoscenza del lavoro che facciamo, delle procedure, dei numeri, delle esigenze. Il discorso è semplice: se non so come funziona il tuo lavoro, anche se voglio aiutarti non riesco a farlo, d’altronde non so cosa potrebbe servirti e quando potrebbe servirti. Non siamo conosciuti e riconosciuti. Quello musicale è un comparto enorme. E produce ricchezza, non è solo divertimento estemporaneo».
Come ha vissuto l’ultimo anno e mezzo dal punto di vista artistico?

«Il lockdown non mi ha suggerito qualcosa di interessante. Non ho trovato la chiave, lo stimolo, forse la voglia di raccontare lo psicodramma che stiamo vivendo».
E dal punto di vista umano?
«Mi sono preoccupato di più per le vicende sociali e globali. Io credo di essere abbastanza in grado di accettare e superare tutto senza sviluppare rabbia, aggressività. È una questione di sensibilità. Vedo gente che corre per recuperare il tempo perso. Per me è stato un tempo strano».

Ne stiamo uscendo acciaccati.
«Senza dubbio. Niente empatia né comprensione, molti hanno sviluppato lo spirito di sopravvivenza che è molto egoistico. Lo vediamo anche oggi: se qualche commerciante ha perso tot, ti chiede tot più uno. E così a catena. Invece dovremmo aiutarci a vicenda».

Un anno fa Francesco Guccini disse: «Non saremo migliori quando si tornerà alla normalità. Gli uomini non imparano, dimenticano».

«Non voglio essere disfattista, ma non ho una visione positiva della reazione che hanno avuto le persone. L’assenza di contatto fisico penalizza l’empatia. E quando manca il contatto fisico, quando non ci si guarda negli occhi durante una discussione, quando non vedi e non capisci l’espressività dell’altro, non riesci a relazionarti».

Ma era un processo già in atto con i social.

«Ed è stato accelerato. Se giudichi da un messaggio su WhatsApp o su Facebook, è chiaro che non potrai mai cogliere tutte le sfumature. Oggi ci comprendiamo meno, i giudizi sono sommari. Non è solo l’isolamento, è soprattutto la virtualità».

A proposito di isolamento e virtualità, per un artista è diverso?

«L’artista può sempre suonare e nutrirsi di musica, anche a casa. L’artista ha il privilegio di poter trasformare un disagio in un’opera d’arte».

E un concerto, dopo quello che abbiamo vissuto, oggi può essere considerato un’opera d’arte?

«È il primo momento che caratterizzerà qualcosa di diverso, sarà la testimonianza di uno stato d’animo collettivo. Un concerto di oggi non potrà mai essere lo stesso di due anni fa. Per le emozioni, per quello che abbiamo passato, anche per la scaletta che di certo cambierò. Presto si potrà godere tutti. Stare insieme, toccarci, non essere più diffidenti. È questa la vera rivoluzione».

La vittoria dei Maneskin all’Eurovision, la musica indie, l’invasione di rapper su Spotify: come sta cambiando la musica italiana?

«Da anni non c’era un fermento del genere. Penso a Gazzelle, Motta, Coez e a tanti altri. La mia generazione ascoltava tre artisti italiani in mezzo a decine di stranieri, oggi invece i ragazzi ascoltano tantissima musica italiana».

Per quale motivo?

«Questi artisti italiani hanno trovato il modo di raccontare la quotidianità dei ragazzi. È un racconto dettagliato, minuzioso, poco onirico, nel quale i giovani si rivedono. Attenzione, sto andando oltre il contenuto e il giudizio artistico, anche perché faccio fatica a sentire vicina questa musica. Mi sembra che dietro manchi un orizzonte, che sia tutto legato al qui e ora».

Raccontare la quotidianità dei ragazzi significa anche usare il linguaggio dei social?

«Certamente. Il linguaggio social è basico. Stiamo assistendo a un impoverimento non solo delle parole nella musica, ma di tutta la comunicazione. Abbiamo ridotto la grammatica e l’uso delle parole. Ma il problema non è tanto l’artista».

E allora qual è?
«È il politico che parla come il ragazzino. È la fine delle sfumature, dell’arricchimento, della pluralità. Ormai parliamo tutti nello stesso modo». —

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