Il dolore
Le infrastrutture e gli annunci senza speranza
L'editoriale del direttore del Tirreno di domenica 20 giugno. Passo dopo passo, gran parte dei politici stanno condannando la Toscana costiera al sottosviluppo. Da decenni, imperterriti e imperturbabili. In pochi possono chiamarsi fuori perché ogni schieramento ha avuto la possibilità di invertire la tendenza
A questo punto, nella gigantesca commedia degli annunci e delle illusioni, resta solo da capire che parte recitino quei politici che insistono ogni volta a tentare di farci credere che sulle infrastrutture stia per arrivare una svolta. Se siano solo incapaci, se lo facciano apposta per favorire altri o se ci sia una congiura di chi vede lo sviluppo di questo territorio come una coltellata al portafoglio. Magari c’è un po’ di tutto questo. L’unica certezza è che, passo dopo passo, stanno condannando la Toscana costiera al sottosviluppo. Da decenni, imperterriti e imperturbabili. In pochi possono chiamarsi fuori perché ogni schieramento politico ha avuto la possibilità di invertire la tendenza. Quella che, in fatto di infrastrutture e opportunità di investimenti produttivi, vede andare in scena sempre lo stesso schema: l’annuncio reboante, il nulla di fatto e il “sarà per la prossima volta e poi vedrete...”. Qui, dove il mare luccica e tira forte il vento, dove anche il turismo vive di quel che c’è senza pensare a quel che potrebbe essere, l’accelerazione è sempre in retromarcia.
E, dunque, conviene cominciare a ragionare come investigatori di fronte a un delitto, quello di chi ha ucciso la speranza di un’intera comunità. E, di fronte agli indizi, cominciare a chiedersi cui prodest, a chi giova? I fatti dell’ultima settimana hanno purtroppo dato nuovi spunti in questo festival di parole vuote chiamate promesse al vento, una sorta di rifacimento del film “Il giorno della marmotta” con Bill Murray e Andie MacDowell.
Al risveglio, ogni mattina la radio trasmette la stessa canzone e da lì in poi la giornata è come le precedenti.
Qui, in riva al Tirreno, purtroppo non si tratta di un film. C’è sempre un sottosegretario, un senatore, un consigliere regionale, un presidente di commissione che annuncia una cosa del tipo «vedrete, stavolta è quella buona, la Tirrenica sarà finanziata...» (o arriverà il commissario, o ci sarà un progetto). Poi la sorpresa, sempre quella, «no scusate, è che mancava un documento...» (o un voto in commissione, o una transazione fra società). Prendete la storia dell’autostrada A12, che si interrompe a Vada e riprende a Tarquinia e nel mezzo ci offre da più di mezzo secolo qualcosa di raffazzonato, peraltro con lo schiaffo di due gabelle spacciate per pedaggio. A chi giova tenere questo territorio senza un corridoio d’asfalto degno di tal nome? Prima di tutto a chi gestisce i tratti autostradali che potenzialmente vedrebbero diminuire i traffici, e di conseguenza i proventi al casello. In primis, ai proprietari di Società autostrade, i gestori dell’Autosole. E, già che ci siamo, a chi giova non potenziare la ferrovia che scorre quasi parallela alla vecchia Aurelia? E a chi giova non sviluppare adeguatamente l’aeroporto di Pisa facendo crescere quello di Firenze?
Se togliamo il cassiere della Società autostrade, il resto è nella volontà di non riequilibrare risorse e opportunità fra la Toscana interna (Firenze essenzialmente) e quella costiera. Nel caso degli aeroporti c’è anche un colossale autogol (voluto o no, sempre grave è) di autorevoli esponenti del Pd pisano che hanno consegnato il controllo a un privato legato a doppio filo con i potentati fiorentini. Con l’aggiunta di un centrodestra, sempre a Pisa, che fa fuoco e fiamme a domicilio e abbassa lo sguardo al cospetto del “rivale”.
In ogni caso, Il Tirreno da tempo ha smesso di dare spazio al Festival degli annunci, sostituendolo con la lista di quelli pregressi di analoga portata finiti nel retrobottega delle bugie. Ma tutto intorno, specie sui profili Facebook di chi vuol farsi bello, è ancora un fiorire di «vedrete, alla prossima...». Andando avanti così non sarà mai la volta buona. Lo ha ben spiegato ieri su questo giornale Francesco Pacini, presidente della delegazione di Grosseto di Confindustria Toscana sud: «La mancata realizzazione della Tirrenica ha contribuito negli anni a non attrarre le imprese sulla costa. Anzi. Più volentieri si sono allontanate». Manifatture, agricoltura, industria, turismo, negli anni hanno perso miliardi e miliardi di potenziali fatturati, centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Adesso, con la pioggia di miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza ci stiamo giocando le ultime carte per uscire dall’isolamento, non solo territoriale. L’unica grande opera che può contare su soldi veri, a Livorno, è la Darsena Europa, base necessaria per un rilancio vero del maggiore porto toscano. Ma da sola non basta, servono raccordi ferroviari veloci, serve una sinergia con l’aeroporto di Pisa, servono strade degne di tale nome. La viabilità moderna si è fermata di fatto a sud di Livorno, al Lotto zero sempre promesso e che non si farà mai. Servono soldi, servono progetti veri, serve la Politica con la P maiuscola, quella che da anni non riesce a sbloccare il passaggio delle quote della Società autostrade all’Anas per poter ricominciare a parlare di commissariamento e di nuovi progetti. E non finirebbe comunque lì, perché poi ci sarebbero nuovi scontri sui tracciati, sulle complanari e sui pedaggi. Andando avanti così, prima o poi l’attuale Variante Aurelia farà la fine della Firenze-Pisa-Livorno, superstrada degli sprechi e delle inefficienze. Di fatto una sorta di roulette russa: sai quando parti e non sai quando arrivi, fra giunti che si rompono e spaccano gli pneumatici, massicciate che franano e voragini che si aprono. L’ultima è di venerdì notte ma l’emergenza non si esaurirà qui.
Certo, non si possono dare colpe agli ultimi amministratori per le nefandezze del passato. Ma gli annunci da campagna elettorale sono ancora lì, quelli che vengono fatti giorno dopo giorno per dire “ora ci siamo” e poi non è vero nulla. Roba da cinepanettone.
Nel frattempo, la crisi legata al Covid e alle sue evoluzioni viene presa a pretesto per tentare di spiegare situazioni di potenziali disastri occupazionali. Nel caso delle concerie, il pretesto è anche lo scandalo legato a infiltrazioni di ’ndrangheta e agli “aiutini” della Regione per allentare i controlli sui veleni degli scarti di lavorazione. Con tanto di fanghi tossici dispersi sotto la massicciata di una strada, vicino a Empoli, e in prossimità di laghi o altre strutture. Gli operatori hanno ammesso che non dipende solo da questa inchiesta la crisi di fiducia da parte dei committenti, che la crisi c’era anche prima, che il mercato adesso ha meno sbocchi. Però, vedrete, che proveranno (anzi, lo hanno già fatto) a dar la colpa ai giornali (al nostro, soprattutto) che hanno tenuto alta l’attenzione sull’inchiesta e sui comportamenti eticamente sospetti di esponenti di primo piano del Pd. In parte figli degeneri di una tradizione politica che ha saputo produrre anche e soprattutto pagine di bella amministrazione, non ultimo il “modello Versilia”, quello della ricostruzione dopo la disastrosa alluvione di cui ieri ricorreva il 25esimo anniversario.
All’orizzonte, dunque, c’è un potenziale disastro che non si ferma alla mancata realizzazione delle infrastrutture. Ma adesso si giocano i tempi supplementari, quelli dei miliardi europei. E, dunque, si potrebbe ancora portare a casa la qualificazione a un futuro diverso. La lista della spesa del governo ci lascia ancora una volta fuori. O ci rientriamo o, per gli ayatollah del potere per conservare il potere, sarà dura continuare nel Festival degli annunci a vuoto. Sarà troppo anche per le loro Tribù degli Adoranti. A un certo punto dovranno rispondere alla ragione con la ragione, con i fatti e non più con le promesse. E allora non potranno che tacere, chiudendosi finalmente in casa a sfogliare l’album dei ricordi con i ritagli di giornale, quando i loro tronfi annunci erano a tutta pagina: Lotto zero, soldi per i porti, statale 398, terza corsia sulla Fi-Pi-Li. Come in quel film, ogni giorno sempre uguale: parole, parole, niente fatti. Incapaci, complici o vittime di congiure? Poco importa. Non abbiamo altra scelta: quelli non devono più toccar palla, se non vogliamo affogare nel sottosviluppo perenne. —
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