Il Tirreno

Toscana

Il riscatto di Said: arrivato nascosto in un tir. Dalla disperazione ai palazzi presidenziali

Danilo Renzullo
Said Talbi alla destra del presidente tunisino nei giorni scorsi a Roma
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Said Talbi alla destra del presidente tunisino nei giorni scorsi a Roma

Il quarantenne pisano, di origini tunisine, adesso cerca di strappare alla morte migliaia di giovani che ogni anno cercano di sbarcare in Italia

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Dalla fuga a bordo di un tir per inseguire quel sogno chiamato Europa ai palazzi presidenziali. Da clandestino fino alle trattative per cercare di regolare i flussi migratori nel Vecchio Continente.
Quella di Said Talbi, 40enne pisano di origini tunisine, è la storia di riscatto sociale di quella generazione che sognava la “primavera”, ma si trova ancora costretta ad alimentare le proprie speranze attraverso viaggi che hanno trasformato il Mediterraneo nel più grande cimitero d'Europa. Lui, operatore ecologico in forza alla Geofor, arrivato in Italia nascosto tra gli ingranaggi di un tir, adesso cerca di strappare alla morte le migliaia di giovani tunisini che annualmente tentano di sbarcare in Italia. Un obiettivo che Talbi ha discusso anche con il presidente della Repubblica tunisina Kaïs Saïed nella due giorni a Roma di mercoledì e giovedì scorsi. Il presidente tunisino ha incontrato Sergio Mattarella (alla presenza del ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio e del ministro dell'Interno Luciana Lamorgese) e il presidente del Consiglio Mario Draghi. Poi ha avuto una serie di incontri nella residenza romana dell'ambasciatore tunisino in Italia per ascoltare i problemi legati alla presenza dei cittadini tunisini in Italia e le loro esigenze. E a uno di questi incontri c’era Said.

«Ho ricevuto l'invito direttamente dalla presidenza tunisina», racconta Talbi, delegato dei Cobas, fondatore e presidente dell'associazione Unità migranti di Pisa e vicepresidente dell'Unione giovani tunisini in Italia. «Abbiamo discusso della situazione dei cittadini tunisini in Italia e delle preoccupazioni legate al continuo arrivo di giovani che rischiano la vita per cercare di riscattare la propria esistenza – continua –. Al presidente Saïed ho proposto di chiedere all'Italia e all'Europa l'istituzione di un visto della validità di sei mesi: tempo sufficiente per chi arriva di trovare un lavoro e regolarizzare la propria presenza. In caso contrario, prevedere il rimpatrio alla scadenza del visto. Uno strumento che può favorire l'arrivo regolare dei migranti e per i Paesi ospitanti di tenere sotto controllo i flussi migratori».

Un permesso temporaneo. Quello che Talbi sognava da ragazzino per tentare una scalata sociale alimentata negli anni dalle lacrime e dal sudore di un giovane che ha trasformato ogni difficoltà in una sfida, anche lottando contro razzismo e discriminazioni. Era il 1999. «Avevo 17 anni e passavo l'estate ad Hammamet a lavorare nel settore turistico», ricorda. Scarsi guadagni. Spesso pochi spiccioli, fondamentali però per continuare gli studi, ma soprattutto per continuare a sognare l'Europa. «Vicino ad Hammamet c'era una fabbrica multinazionale – prosegue –. Produzioni altissime grazie all'impiego di manodopera a basso costo. Da un grosso piazzale partivano decine di tir verso l'Europa. Ho unito il coraggio alla speranza e un giorno, un sabato mattina, mi sono nascosto in un tir. Da lì è partito il mio viaggio verso una destinazione ignota». Un viaggio senza meta, aggrappato agli ingranaggi del mezzo e alla fiducia di una nuova vita. «Ho rimesso i piedi a terra dopo due giorni – continua –. Non sapevo dov’ero, affamato e ricoperto dal grasso del motore. Sono scoppiato in lacrime».

La sua nuova vita, quella di clandestino, inizia nel bagno di un bar di Marsiglia. Una carta telefonica donata da un fattorino che trasportava latte l'unico bene in tasca. «Ho chiamato un parente che abitava in Sicilia», ricorda Talbi. Una telefonata che inaugura un nuovo viaggio, concluso dopo tre mesi con l'arrivo nel ragusano. Lì il primo lavoro nei campi. Decine di cassette di pomodori da riempire il quotidiano “ordine”. Pochi spiccioli la ricompensa. Un lavoro estenuante interrotto dall’amicizia con un ragazzo toscano. «Grazie a lui sono arrivato a Pisa, dove ho ricevuto il sostegno di varie associazioni che mi hanno permesso di perfezionare la conoscenza dell’italiano, di iniziare a lavorare e di regolarizzare la mia posizione». Oggi sorride Talbi, osservando gli occhi gioiosi della figlia di appena un anno. Sorride, ma continua a lottare. «Dal presidente Saïed – conclude il 40enne – ho ottenuto anche la promessa dell'arrivo a Pisa di alti esponenti del governo tunisino e dei suoi rappresentanti in Italia per discutere con le istituzioni locali i problemi legati alla presenza di tanti cittadini tunisini, dei possibili percorsi di integrazione e dei sostegni da offrire ai tanti studenti tunisini dell'Università di Pisa». —

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