Il Tirreno

Toscana

Il ricordo dell'alluvione di Cardoso: «Uno strazio la disperazione della mia gente»

Luca Tronchetti
Alberto Rebechi all'epoca in cui era sindaco
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Alberto Rebechi all'epoca in cui era sindaco

Il ricordo di Alberto Rebechi, allora sindaco di Vergemoli che alle 5,30 del 20 giugno fu il primo a giungere in paese 

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L’emozione non ha voce. E il nodo in gola si manifesta nel ricordo di quella tragedia vissuta sulla pelle e da sindaco di Vergemoli che a piedi e per giunse a Fornovolasco all’alba del 20 giugno 1996 portando i primi soccorsi agli abitanti. Alberto Rebechi, 79 anni, maestro elementare in pensione e per due mandati primo cittadino dell’allora più piccolo comune della Garfagnana eletto in una lista civica, è lucidissimo nel ricordo di quel dramma che colpì la comunità di Fornovolasco, con il paese spazzato via dall’alluvione. Sono passati 25 anni, ma quelle auto ammassate e accartocciate in fondo alla piazza e addossate contro l’ultima casa del centro abitato sono ancora davanti ai suoi occhi: «Erano le 5,30 del mattino e dalle 20 e per tutta la notte con due ruspe, i vigili del fuoco e la protezione civile, attraverso una strada secondaria che da Fabbriche di Vallico passava da Arliano, Campolemisi e San Pellegrinetto eravamo riusciti a raggiungere l’abitato.

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La piazza era completamente ricoperta di ciottoli: rami e tronchi d’albero, massi e rocce, detriti di ogni tipo. E in mezzo un trattore carico di legname che la furia dell’acqua aveva sollevato portandolo fino lì. In quel silenzio irreale mi sono avvicinato sino al rifugio, un bar punto di ritrovo della gente del luogo. Non si poteva entrare perché la porta, almeno per l’80%, era ricoperta di detriti portati dal torrente. Al primo piano dell’edificio si era radunata la maggior parte degli abitanti. Una bolgia: gente che urlava, piangeva, si disperava. Uno strazio vedere il paese devastato e quelle persone che avevano perduto tutto». A colpire profondamente il primo cittadino fu la dignità e la forza di volontà di due abitanti rifugiatisi nel punto di ristoro del paese: «Uno mi si presentò davanti in pantaloni, camicia e ciabatte indicandomi la sua abitazione: era completamente sventrata con il pavimento inclinato e i mobili e le suppellettili all’interno della stanza inghiottite dal fiume che era entrato dentro le fondamenta. L’altro mi mostrò un coltellino svizzero: l’unico oggetto che gli era rimasto. Non aveva più nulla. La sua casa? Un muro portante aveva ceduto e della sua camera era rimasto soltanto il letto con il gatto sopra il materasso».

Rebechi rischiò la vita per cercare di raggiungere la sua comunità: «Alle 13,30 le comunicazioni telefoniche con Fornovolasco s’interruppero. Non avevamo contezza di cosa era realmente accaduto. Così provai a raggiungere la frazione con l’ausilio di una ruspa guidata da un operaio che faceva da apripista. A un tratto però un muro che avevo alle spalle venne giù travolto dal torrente che ruppe gli argini. Ebbi la prontezza di scappare velocemente e, urlando a squarciagola, avvertire anche il ruspista che lasciò il mezzo. Trovammo rifugio nella boscaglia mentre la strada venne completamente invasa dal fiume».

Le due strade per raggiungere la frazione erano quindi impercorribili: quella che portava al lago di Trombacco spazzata via dall’acqua, quella che da Vergemoli arrivava alla Grotta del vento distrutta in vari punti. «Ricordo – prosegue Rebechi che vive a Calomini – che il maresciallo Rocchiccioli, che affettuosamente e per il suo coraggio chiamavamo “Rambo”, decise di raggiungere a piedi l’abitato attraverso i boschi. Fu lui a mettersi in contatto con il sottosegretario alla Protezione Civile, Franco Barberi, che alle 15,30 mi diede la notizia del decesso di Isolina Frati, 68 anni, l’unica vittima di quel disastro. Il marito si salvò perché si era rifugiato nel pollaio prima che l’acqua invadesse la casa. Fu un momento estremamente doloroso. Il cadavere fu l’ultimo a lasciare l’abitato di Fosciandora. Prima pensammo a mettere in salvo i 95 abitanti rimasti completamente isolati. Con una piccola ambulanza, fatta arrivare attraverso l’unica strada resa accessibile grazie alle ruspe, venivano caricati a due a due gli abitanti che si trovavano nel bar-rifugio mentre un’altra ventina, in maggioranza turisti, furono portati via dal piazzale antistante la Grotta del vento con l’ausilio dell’elicottero. Prima delle 14 del 20 giugno tutti furono evacuati. Devo dire che le istituzioni ci furono vicine: Vannino Chiti, allora presidente della Regione, e Paolo Fontanelli, assessore alla Protezione Civile, vennero spesso anche a controllare l’andamento dei lavori di ripristino e ricostruzione».

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Vittorio Verole Bozzello, 78 anni, che 54 anni fa scoprì la Grotta del vento a Fornovolasco ancora oggi ne gestisce il percorso. Ma quanto accadde quel mercoledì 19 giugno 1996 è ben impresso nella sua memoria. «Sin dalle 11 del mattino un cielo plumbeo annunciò la catastrofe. Una spessa nube oscurava completamente il sole e caddero ininterrottamente 400 millimetri d’acqua in quattro ore: un fenomeno atmosferico mai visto e che non si è più ripetuto. Ricordo che entrò subito in funzione la fotocellula del piazzale antistante la Grotta come accade di sera. Un buio pesto accompagnato dai scrosci d’acqua. Ebbi l’intuizione di far uscire dalla Grotta le dodici persone che in quel momento si trovavano nel punto più profondo del percorso. Appena in tempo perché alle 15 la Grotta si riempì con l’acqua che fuoriusciva. I turisti si rifugiarono in parte nel ristorante e in parte nella mia abitazione. Vedevamo le auto che si rovesciavano trascinate via dalla forza dell’acqua. Paura? In quei momenti eravamo troppo impegnati a metterci in salvo». —

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