Il Tirreno

Toscana

Il sopravvissuto all'alluvione della Versilia: "Perdere tutto ed essere dimenticati"

Barbara Antoni e Luca Cinotti
Giuseppe Guidi
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Giuseppe Guidi

Parla Giuseppe Guidi, autore di tre libri sul'inondazione di Cardoso: «Ma nessuno ha più cercato noi sopravvissuti» 

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Perdere tutto, o quasi e trovare la forza per rinascere. Giuseppe Guidi (nella foto) nell’alluvione del 1996 ha perso la moglie, la sorella, i genitori, la cognata, il nipote di nove anni. Unico sopravvissuto il figlio Lorenzo, che ora ha 27 anni. Nel mezzo, un periodo di racconto di quanto era successo e poi uno “scomparire”, velato di amarezza. Perché – spiega – «nessuno ci ha più cercato».

Venticinque anni dopo, qual è il primo pensiero che le affiora alla mente?

«Ho scritto tre libri su Cardoso e oggi sono fuori da questa parentesi, mi sono ritirato. Ho pensato dei aver dato tutto quello che potevo. Da allora non ho più riparlato con nessuno. Se uno non sa quello che è successo non può capire».

Ci racconti.

«Sono rimasto solo con un bambino di 22 mesi. Dopo, tutto è stato molto complesso. Adesso vivo a Stiava. Ho 59 anni e mezzo, è da 43 che lavoro. Sto per andare in pensione ma non è mica tanto facile».

Dell’alluvione cosa ricorda?

«Chiudo gli occhi ed è tutto lì. Ero abbastanza giovane, avevo 33 anni, lavoravo in cava alle Cervaiole, vicino al monte Altissimo. Quella mattina del 19 giugno 1996, uscii di casa che il tempo era molto brutto e pioveva. Salutai mia moglie, come sempre. Il bimbo lo guardai che dormiva. Aspettai i miei compagni a Ponte Stazzemese, come al solito. Il tempo peggiorava, pioveva sempre più forte. Durante la mattina telefonai a casa: mia moglie e mia madre mi dissero che si parlava già di qualche disperso».

E dopo?

«Noi in cava si pranzava a mezzogiorno. Io dissi al mio caporeparto che volevo scendere giù perché ero preoccupato per la mia famiglia a Cardoso. Si mangiò in fretta, a mezzogiorno e mezzo eravamo già fuori. La situazione era già drammatica. Passammo dalla galleria del Cipollaio e il fiume era dietro di noi, che si mangiava un pezzo di strada alla volta. Arrivammo a Ponte Stazzemese: c’erano molte persone a mangiare all’albergo Milani. Telefonai da lì ancora a casa e a tutti quelli che stavano al ristorante diedi l’allarme, dissi che vicino stava venendo giù tutto. Chissà forse ne ho salvati parecchi di quelli che erano lì a pranzo».

E a quel punto, con la situazione che degenerava di secondo in secondo, cosa fece lei, Giuseppe?

«Cercai di andare verso Cardoso, ma l’acqua me lo impediva. Prima di mettermi in cammino, feci l’ultima telefonata a mia moglie: ero nella piazza dove si trovava l’albergo Milani. Guardai su, in direzione della mia casa. In quel momento cominciai a capire che la situazione era più che drammatica. Stava venendo giù tutto e io battevo la testa nel muro. A un certo punto, nella furia della corrente, vidi venire giù il bombolone del gas che avevo montato io fuori dalla mia casa, in giardino. Pensai che lo avevo fissato in una soletta di cemento: se l’acqua se lo era portato via, voleva dire che aveva portato via la casa e tutti quelli che erano dentro. Ma non mi volevo arrendere».

E cosa fece?

«Con altre quattro-cinque persone provammo a partire, anche se presto rimanemmo in due. Volevo raggiungere Pruno. Mia moglie è di Pruno: pensai che magari aveva cercato di mettersi in salvo andando là, dove viveva la sua famiglia. A Pruno ci arrivai. Da lassù la mia casa si vedeva, invece quel giorno non si vedeva più: si scorgevano solo cumuli di sassi. In quel momento arrivò mio suocero da Cardoso: io volevo andare là in tutti i modi. Ma tutti quelli che ci provavano dovevano tornare indietro: era impossibile passare. Ero con mio cognato Euenio Ricci, il padre di Alessio, marito di mia sorella Valeriana, anche lei dispersa. L’indomani mattina riuscimmo a passare. Il resto della storia lo sanno tutti».

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Molti, anche tra gli amministratori dell’epoca, hanno detto che è stato il primo segnale forte, in questa zona della Versilia, della natura che si è ribellata.

«È quello che ho sempre sostenuto, l’ho detto anche nei miei libri, li ho scritti cercando di dare un contributo affinché quello che è accaduto non accada mai più. Vorrei però dire anche qualcos’altro».

Cosa?

«Mi dispiace che non ci siano persone autorevoli che abbiano chiamato prima di questo momento, di questo giorno dell’anniversario dei 25 anni. In quel periodo io conobbi e mi avvicinai molto a Paolo Fontanelli, il commissario per la ricostruzione nominato dalla Regione, e ad Andrea Tagliasacchi, presidente della Provincia. Ma sono stati gli unici con cui ho mantenuto i rapporti. Gli altri sono spariti tutti. E questo è brutto, sa, perché a volte anche una sola parola, una semplice frase “come stai?”, è molto importante». —

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