Il Tirreno

Toscana

«Dramma legato al cambiamento climatico»

Barbara Antoni
«Dramma legato al cambiamento climatico»

All’epoca Andrea Tagliasacchi era un giovane politico «Capimmo che il rapporto tra uomo e natura si era rotto» 

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È tutto lì dentro al cuore, una ferita fresca come fosse ieri. Insieme alla consapevolezza, fin da subito, che Cardoso, con i suoi quattordici morti e e le sue case annientate, il paesaggio cancellato, è stato un segnale, un segnale potente di quanto l’uomo è stato ed è in grado di devastare l’ambiente in cui vive. È il messaggio che Andrea Tagliasacchi non si stanca di ripetere, da venticinque anni a questa parte. Il 19 giugno 1996, giorno della bomba d’acqua che squarciò la Versilia e portò via case, strade e vite umane, era un giovane politico, capogruppo dell’opposizione in consiglio comunale a Castelnuovo di Garfagnana. Un anno dopo sarebbe diventato presidente della Provincia di Lucca. Oggi è sindaco di Castelnuovo. Cardoso entrò nella sua vita quel giorno e non è uscito più. Il passare del tempo, invece che sbiadire un ricordo, lo ha consolidato per lui in un’immagine attuale, anche in relazione all’emergenza sanitaria di oggi: nei giorni del disastro prima e della ricostruzione poi, prese forma un modello amministrativo virtuoso che rese la ricostruzione più veloce ed efficace. È questa la sua testimonianza.

Taglaisacchi, 19 giugno 1996: qual è la prima immagine che questa data le riporta alla mente?

«Il senso di disorientamento nell’apprendere le prime notizie che giunsero dai luoghi dell’alluvione. Nessuno si sarebbe aspettato che la bomba d’acqua avrebbe colpito il nostro territorio. La prima risposta fu l’attivazione della protezione civile: ci rendemmo subito conto della misura del disastro. Vergemoli e Fornovolasco in Garfagnana furono i luoghi messi in ginocchio. Avemmo una vittima, una donna di 68 anni di Fornovolasco: l’acqua la travolse mentre era nella sua casa. Anche il territorio di Gallicano fu messo a dura prova, intere strade spazzate via. Col passare delle ore, grazie alla protezione civile, furono allestiti punti operativi. A Gallicano, il campo sportivo fu trasformato in pista di atterraggio per gli elicotteri. I danni più grossi come è noto furono dalla parte della Versilia, ero in contatto costante con i sindaci di Seravezza, Stazzema e Pietrasanta e con il commissario per l’emergenza Paolo Fontanelli. In quel periodo ero a capo dell’opposizione. L’anno dopo, il 1997, diventai presidente della Provincia. Da quel momento in particolare fui coinvolto in prima persona nella ricostruzione; essere a stretto contatto con chi studiava le cause del disastro e con tutte le forze che lavoravano per il ripristino di case e infrastrutture chiarì molti aspetti».

Dal punto di vista ambientale, cosa è stato il disastro di Cardoso?

«La bomba d’acqua che si abbatté fra l’Alta Versilia e la Garfagnana fu uno dei primi episodi in cui prendemmo consapevolezza dei drammi del cambiamento climatico. Non è una questione astratta, ma direttamente collegata con i nostri comportamenti. Come può un fenomeno di precipitazioni di questa intensità concentrarsi in un piccolo territorio? Eppure è successo. Come è successo anni dopo per l’alluvione di Vinchiana a Lucca. Dobbiamo misurarci con questi fenomeni legati al cambiamento climatico e alla dinamica del rapporto fra uomo e natura. L’equilibrio si è rotto e le conseguenze sono tragiche. In alta Versilia, il disastro evidenziò anche la fragilità del territorio».

Da amministratore, quale “lezione” ha tratto da quel tragico evento?

«Nella grande risposta che ci fu per la ricostruzione, dal punto di vista amministrative, prese forma un tipo di organizzazione che possiamo definire un modello, il “modello Versilia”. Sarebbe stato bello estenderlo a tutto il Paese anche in altre circostanze. Si costruì, in quei giorni, una stretta rete di collaborazione fra le amministrazioni locali e il governo. L’allora presidente della Regione Vannino Chiti e il commissario Fontanelli costruirono una stretta interazione con i sindaci della provincia e i comitati cittadini. Fu una mobilitazione che impresse una svolta. All’inizio non mancò lo scetticismo, ma fu sopraffatto dalla potenza della risposta, non scontata. I costi della ricostruzione furono enormi, sperimentammo interventi ingegneristici mai attuati prima e si ricostruì facendo prevenzione: in seguito quei territori hanno retto, significa che si ricostruì bene. Infatti ancora se ne parla. Credo che dovrebbe servire da esempio oggi, quando si ragiona di come meglio sviluppare il piano nazionale di ripresa e resilienza post Covid».

Quali furono i fondamenti del “modello Versilia”?

«Ci permisero di accelerare la ricostruzione grazie a gare di appalto più veloci e nella massima trasparenza, che coinvolsero le aziende che rappresentavano l’élite del nostra territorio. Si crearono grandi opportunità di lavoro. Se ci vai ora e fai la strada verso Cardoso o Fornovolasco non puoi accorgerti che quelle strade erano sparite e che il paese di Cardoso era diventato fantasma. La scelta di ricostruire un paese non era scontata, ma la gente di montagna voleva rimanere lì. Nacque un rapporto molto forte fra noi amministratori e gli abitanti del posto. Un’esperienza umana che ci segnò tutti». —

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