Proteste
Dentro Cardoso dopo l'alluvione, tra morte e case distrutte
Il reportage dell’epoca del nostro inviato arrivato nel borgo spazzato via dalla piena del Vezza
Questo reportage da Cardoso del nostro inviato Giuliano Fontani (scomparso nel 2016) fu pubblicato sul Tirreno del 21 giugno 1996, due giorni dopo la disastrosa alluvione dell’Alta Versilia
Doveva essere un bel paesino, un po’ di Garfagnana e un po’ di Versilia. Qualche bersò nei giardini, accanto a stive di legna per l’inverno, un riparo dal sole e una provvista contro il freddo: il mare da una parte, la montagna dall’altra. Ma Cardoso non c’è più, ne restano pochi ricordi: la chiesa crollata per metà e per l’altra metà attaccata a qualche vecchia casa che ha resistito all’ondata di piena e il segno più evidente di una comunità colpita, stroncata, cancellata anche geograficamente.
Il paesaggio è spettrale. Il sole del pomeriggio non ha spazzato via una foschia simile a caligine e l’aria sembra filtrata da una cartavelina che tutto sfuoca e tutto annebbia. Per guardare quegli ammassi di rovine, quelle macerie ancora fumanti, devi scollinare un monte attraverso i sentieri del dolore e della memoria. I cartelli lungo la strada evocano i fantasmi del passato e le tragedie di oggi, il sanguinario fanatismo degli sconfitti e la vendetta selvaggia della natura: Vallecchia, Ruosina, Stazzema, Sant’Anna...
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In fondo alla discesa, attraversato dall’ultima frana, c’è quel che resta di Cardoso. Le case del borgo alto sono franate, quelle vicino al fiume sono distrutte. Soltanto lui, il Vezza, è quello di sempre, oggi finalmente sdraiato tra gli argini, di una fluorescenza color della terra, l’altro giorno gonfiato a dismisura dai torrenti della zona. Viene da chiedersi cosa è avvenuto tra le 12 e le 12.30 di mercoledì 19. L’acqua tracimata dal letto del fiume ha portato via le case più vicine e ha creato anche una voragine che ha fatto cadere quelle della parte superiore, in una sorta di tragico domino? Oppure il vecchio agglomerato della parte alta del paese è precipitato rovinosamente sotto il peso di frane cadute dal monte? Bisognerebbe sentire il racconto dei superstiti, ma non è facile perché Cardoso è un paese di duecento anime, forse meno, di cui una ventina risultano disperse, altre sono morte, altre ancora ricoverate nei vari centri di accoglienza disposti tra Querceta, Seravezza e Pietrasanta.
L’impressione sommaria che si può ricavare guardando il paese è che forse la furia dell’acqua, da sola, non avrebbe potuto “scavare” così tanto da far precipitare le case della parte alta e dunque, molto probabilmente, altri eventi si sono concatenati all’esondazione del fiume in quella mattina di tempesta.
Quando siamo arrivati a Cardoso le operazioni di soccorso e di evacuazione erano ormai alla fine. Per tutto il giorno gli elicotteri decollati dal campo sportivo di Querceta ci hanno segnato dall’alto il percorso, fugando anche il dubbio di non ritrovare la strada per, tornare indietro. Nei paesi più vicini a Seravezza abbiamo visto gente sporgersi alle finestre, salire sui tetti delle case, alzare le braccia al cielo per chiedere aiuto.
Gli elicotteristi hanno dimostrato, in qualche caso, una straordinaria perizia volteggiando tra una vegetazione alta e folta, il crinale della montagna, i pali e i fili dell’energia elettrica. Ma sono giunti ovunque, riuscendo a trarre in salvo anche alcuni anziani che non avevano potuto lasciare il letto.
Le ultime persone a essere recuperate sono stati alcuni vigili del fuoco che erano giunti a Cardoso e a Ponte Stazzemese dalla sera precedente. Proprio come i buoni capitani: gli ultimi a lasciare la nave... Ma il ponte-elicotteri non era finito perché messe al sicura tutte le persone che avevano dato segni di vita, è iniziato il trasporto di materiali per montare una grande tenda in quello che doveva essere il centro del paese. Un posto di polizia volante contro gli “sciacalli” che potrebbero approfittare per mettere le mani sulle poche cose che sono rimaste in paese. È brutto accorgersi che l’ultimo legame con la vita è rappresentato dalla paura di qualcosa di orribile e di ignobile. Verrebbe la voglia di credere e di sperare che sotto quelle rovine ci sia ancora qualcuno vivo, che dentro qualche auto sommersa dall’acqua color della melma vi sia ancora un uomo, una donna, un bambino. Sono pensieri che non si scacciano facilmente quando volgi lo sguardo su degli arbusti finiti tra i sassi di quel che sembrerebbe essere stato un negozio: una bambola di pezza senza testa, una bandiera rossonera sporca di fango e sgualcita. Qualcuno ha giocato con quel pupazzo, qualcun altro ha fatto festa con quel vessillo. Ma gioco e festa sono parole strane e difficili in questo luogo che profuma ai morte, dove nessuno parla, tranne quel fiume che oggi ringhia più piano, dove tutto sembra immobile e inanimato, non fosse per quella brezza che viene dal vorticare delle pale degli elicotteri.
In quello che era il borgo alto ci sono altre piccole tracce di vita quotidiana, una pagina di giornale di mercoledì con il faccione sorridente del povero Gino Bramieri, e quello preoccupato di Gigi Sabani, un pezzo di stoffa arrotolato sul quale forse si è impegnata una sarta, una scatola di chiodi da carpenteria per qualcuno che forse voleva rimettere a posto la casa. Potrebbe essere roba che è giunta in quel luogo da lontano, insieme a tronchi di albero sradicati, a un portone distrutto. E poi una filata di sassi, uno dietro l’altro, di altezza quasi uguale, forse il segno che lì c’era una fila di case, adesso sventrate e dunque la certezza che almeno lì non ci possono essere corpi.
Se questa paura (o questa speranza) ha una ragione riguarda le case a valle, vicine al fiume. Cosa nascondono quei tegoli rossi che sembrano crollati su un cortile? E cosa ci sarà sotto quel soffitto bianco che penzola tra dei legni verdi che somigliano a una persiana? Sono dubbi destinati a rimanere tali perché oltre è impossibile avventurarsi.
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Comunque valeva la pena arrivare fino a Cardoso. Abbiamo percorso piccoli tratti di strada asfaltata, quella che il fiume non si è inghiottito, boschi e campagne sfavillanti. Abbiamo trovato i segni di una civiltà, straordinarie piccole maestà preziosamente incastonate nella pietra, case agghindate e giardini in fiore casolari puliti e peschi carichi di frutta. La laboriosità e la precisione, la creatività e l’amore per la natura. Una passeggiata tra l’olezzo dei tigli, la fragranza dei narcisi che si specchiano sui rigagnoli d’acqua le siepi “lucidate” di verde dal pitosforo rigoglioso.
La natura vince e sopravvive. E anche la vita continuerà. Il terreno prosciugherà l’acqua, le ruspe si metteranno al lavoro, i cumuli delle macerie e dei detriti saranno rimossi. Qualche casa sarà riparata, altre saranno costruite. Torneranno gli anziani e anche bambini in questi paesini che in cui tutto sembra dedicato alla natura e alla botanica: il Serra, il Vezza, Cardoso, Pruno Volegno... E resterà il ricordo di un’alluvione micidiale di una frana tragica, di nomi e volti annegati e sepolti. Sorgeranno altre lapidi in questa montagna costellata di cippi dove è bello vivere ma purtroppo facile morire. — © RIPRODUZIONE RISERVATA
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