Il Tirreno

Toscana

Le mille facce di Ballantini, l'arte di diventare un altro: "Draghi? Mi scambiano per lui"

Cristiana Grasso
Dario Ballantini, 56 anni, livornese, imitatore e showman, e uno dei suoi personaggi più apprezzati: il presidente del Consiglio, Mario Draghi
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Dario Ballantini, 56 anni, livornese, imitatore e showman, e uno dei suoi personaggi più apprezzati: il presidente del Consiglio, Mario Draghi

L'imitatore e showman, 56 anni, si racconta: dagli esordi a Livorno all'incontro con Ricci fino ai fasti di "Striscia la Notizia"

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Tanto trucco per sdoppiarsi eppure niente trucchi nella vita, perché Dario Ballantini salta di personaggio in personaggio senza finzioni, calandosi dentro a ciascuno di loro ogni volta come se fosse la sua prima imitazione «eppure è da quando ero bambino che mi diletto in questa attività» scherza. In effetti era ancora un bambino Dario, 56 anni, livornese, tre figli tutti con una buona dose di arte nel dna, stella di "Striscia" e di Mediaset , quando si è scoperto artista. Imitatore-trasformista appunto, attore comunque, e anche pittore. Due talenti che ha coltivato in parallelo, tanto che ormai nel panorama italiano e anche all’estero le sue mostre sono considerate dei veri e propri eventi. Dei personaggi dei quali veste i panni poi ha fatto dei miti assoluti. Lo stilista Valentino al primo posto, ma la galleria è lunghissima, le critiche entusiaste, il pubblico in estasi quando appare lui così simile alla sua "preda" da trarre in inganno persino amici e parenti dell’imitato. L’ultimo bersaglio, dopo Renzi, Conte, e altri politici, è Mario Draghi e la somiglianza è tale che tanti parlamentari i cascano e la gag è di quelle memorabili.

Come sceglie i personaggi da imitare?

«Ormai le imitazioni di "Striscia" vengono soprattutto dall’attualità, si cerca di rincorrere la tv e non è facile, perché c’è una sorta di meccanismo usa e getta, quello che va bene oggi magari domani è già decrepito. Così mi concentro su un personaggio e velocemente cerchiamo di realizzarlo con il responsabile di Striscia, Antonio Ricci, e con la truccatrice. Ci vogliono ore di trucco, una sfida difficile ogni volta».

Mario Draghi è una delle sue imitazioni più riuscite. Quanto lavoro c’è dietro?

«Farlo era inevitabile. E devo dire che in effetti quando vado in giro molti credano che sia davvero Draghi, tanto più che con le mascherine ovviamente le differenze si assottigliano. Ma questa imitazione in particolare è una delle più complesse, ci vogliono ore e ore di trucco».

Come si prepara un’imitazione?

«Individuo il personaggio da imitare, mi guardo filmati su filmati. Poi faccio dei disegni, mi aiuto con le foto, sovrappongo le sue alle mie per vedere i punti che abbiamo in comune e quelli da "ritoccare". In studio si discute per scegliere eventuali protesi, nel caso di Draghi le occhiaie evidenti vanno create. Le truccatrici Mariangela Palatini e Sara Scognamiglio fanno gran parte del lavoro. E quando Antonio Ricci apprezza in modo particolare il risultato lo manda a tormentone. Ora siamo alla fine della stagione ma quando riprende Striscia, se Draghi sarà sempre presidente del consiglio lo riproporrò. Mi diverte farlo, ci vedo un po’ di Agnelli l’aristocratico ma anche di Alberto Sordi e siccome l’autore, Davide Lubrano, anche lui livornese, è un patito di Sordi, gli abbiamo dato anche questo aspetto, un Draghi che quando è rilassato tira fuori la romanità che è in lui. Tra l’inglese impeccabile e il romanaccio insomma. Poi in studio c’è una sorta di rodaggio del personaggio. I miei compagni di lavoro "testano" l’imitazione e in una specie di comunismo ideale tutti possono criticare e io da quanto ride la troupe capisco quanto funziona».

I suoi personaggi preferiti.

«Televisivamente Gino Paoli tra i preferiti, persino suo figlio mi scambiò per lui. Ma anche Moretti e Valentino. Poi naturalmente c’è Dalla, ma anche perché è un personaggio che ho adorato, stimato e infatti gli ho dedicato il mio spettacolo».

Al di là del trucco lei riesce a calarsi dentro la psicologia dei suoi personaggi. Un’empatia innata?

«Sì, credo di avere questa attitudine anche nella vita reale. È una marcia in più certo, ma anche una croce a volte perché ti carichi dei problemi degli altri, li senti come tuoi. Vuoi essere d’aiuto, magari non sempre ci riesci ed è frustrante. Una certa sensibilità me la sono scoperta fin da quando avevo quattro anni, e infatti a quell’età già facevo imitazioni e disegnavo....».

Lei è anche uomo di teatro. Dopo lo stop per la pandemia tornerà in scena con i suoi omaggi a Dalla e Petrolini? Che cosa la lega a questi due personaggi?

«Ho un programma un recupero "intensivo" delle date perse per l’emergenza covid di "Da Dalla a Balla" e di "Ballantini e Petrolini". A luglio sarò anche in Toscana, a Manciano. Per me Lucio Dalla e Petrolini sono due guide. Lucio è stato un grande artista, la mia storia è intrecciata alla sua, anche per la mia pittura che lui apprezzava. Petrolini è una guida perché alla fine tutti i comici, da Proietti a Montesano, sono figli suoi. Così sono andato a studiarmelo e sono rimasto affascinato. Perché tra le righe della sua comicità aveva delle sfumature noir, horror, che per esempio si ritrovano in un film come Joker il cui finale sembra in effetti una citazione del grande Petrolini. Portarli in teatro è una immensa soddisfazione».

Come ha vissuto l’emergenza covid e la lontananza dalle scene?

«Devo dire che personalmente in qualche modo questo periodo mi ha arricchito, almeno per quanto riguarda la mia attività artistica pittorica. Ero in campagna, ho adottato uno stile di vita diverso dal solito, niente più corse tra Milano, Roma, Livorno. Dipingevo, il mio stile è diventato più riflessivo».

I quadri, il teatro, le imitazioni, i figli. Come fa a destreggiarsi tra tutti questi impegni?

«Per quanto riguarda la tv e il teatro mi organizzo, bene o male ci sono impegni predefiniti, mi regolo su quelli. Per la pittura seguo l’ispirazione, ho attrezzato con degli studi le case di Livorno, Roma e Milano. Quando mi sento dipingo. E magari mi metto a disegnare mentre sono al trucco».

I suoi quadri sono molto apprezzati dalla critica. In che stile si riconosce?

«Il critico Giovanni Faccenda lo ha definito "espressionismo esistenziale", le mie opere nascono dentro di me, dalle visioni che ho, comunque credo di trasmettere delle sensazioni che rispecchiano il mio ottimismo. In questo campo, la pittura, devo molto ai maestri che ho avuto a Livorno. Cesare Rotini, un grande pittore, Giancarlo Cocchia, mio insegnante, tanti altri colleghi pittori. A Livorno davvero c’è una bellissima tradizione. Io poi non ho seguito la scuola post-macchiaiola, non mi interessava dipingere paesaggi anche se devo dire che in questo senso la scuola livornese è ineguagliabile. Ma io ho cercato altro. Le mie più grandi fonti di ispirazione? Picasso, spontaneo quasi fosse un bambino e geniale. Ma anche Vedova, , Guttuso... Mi hanno ispirato in molti».

La sua è stata una lunga gavetta?

«Ho iniziato a fare spettacolo al liceo, la gavetta è stata molto lunga. A 19 anni mi chiamò Corrado. Credevo che fosse l’inizio invece poi ho capito che non basta partecipare a una trasmissione per decollare. Mi sono fatto serate ovunque, nelle parrocchie, persino nei night club, 16 anni di gavetta, prima che venisse fuori Valentino. Ma mi sono serviti, perché è in questo modo che si impara a far ridere: quando appunto ti trovi davanti a cinque avventori di un night club che a tutto sono interessati meno che a te è più difficile lavorare che davanti a migliaia di persone come mi è capitato in uno stadio per un concerto di Ivan Graziani. ... La svolta è arrivata con Antonio Ricci, fine anni Ottanta. C’era una specie di concorso, oggi li chiamano talent. Gli proposi imitazioni di Dario Fo e Jannacci, gli piacquero. Passò ancora un po’ di tempo. Poi sono entrato a "Striscia". E la mia vita è cambiata».

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