Attenzione
Quella fila per il vaccino all'open day
Prima di tutto una doverosa premessa: grazie. Perché stamani in ospedale ho avuto l’opportunità di vaccinarmi con "Moderna" e in anticipo di due giorni rispetto alla scadenza faticosamente conquistata con l’ultimo clic-day. Che mi avrebbe costretto a una trasferta fino a Prato e oltretutto per farmi inoculare (questo verbo mi ha sempre un po’ allarmato nella sua insinuante ambiguità) la prima dose di Astra Zeneca.
Detto questo, aggiungo subito che l’open day promosso all’ospedale, in quanto a esaltante rapporto del cittadino con l’interlocutore pubblico, fisico o digitale che sia, sul piano organizzativo non ha avuto niente da invidiare al troiaio (ops, mi è scappata: ma, in fondo, non è tanto peggio di inoculare) già sperimentato con la penosa prenotazione del clic day.
Mi sono presentato puntuale alle 8 al cancello dell’ingresso principale degli Spedali Riuniti di Livorno dove si era già formata una discreta calca di persone, tutte più o meno della mia età (fascia 65-75). Siccome sin dalla vigilia si ipotizzava una disponibilità intorno alle trecento dosi, si può dire con una punta di orgoglio condiviso, che la scena aveva poco di anagrafico e molto di epico. Eran trecento, eran giovani e forti, ricordate? Ma, nonostante le segrete speranze e gli evidenti tentativi dell’Azienda sanitaria locale Toscana Nord Ovest (a cui, purtroppo, appartiene anche Livorno), così mirabilmente diretta da Maria Letizia Casani, novella Spigolatrice di Sapri, non siamo morti.
Tutt’altro, con storica memoria e stoica resistenza, l’eroica pattuglia buttata allo sbaraglio, ha resistito oltre due ore e mezza in piedi, un po’ al sole, un po’ meno all’ombra (comunque sempre meglio della pioggia) per conquistare l’ambitissimo approdo al padiglione dove, intorno alle 11, la tanto desìata inoculazione ha finalmente avuto luogo. E qui, devo dire, con l’ennesima prova di garbatissima ed efficientissima accoglienza del personale sanitario.
In assenza di uno straccio di logistica, che sarebbe stata peraltro imposta proprio dalle norme sanitarie anti-Covid, tipo quattro transenne o una decina di metri di fettucce da cantiere, quelle che da Brico vendono a rotoli a tre euri e cinquanta, un eliminacode magari chiesto in prestito al primo alimentari di Colline, quartiere di antica e generosa tradizione commerciale, si è visto di tutto. Un banchino con due addetti alla compilazione dei moduli, disperati, nel vano tentativo di regimentare l’afflusso che aveva per obiettivo la conquista del trofeo di giornata: il numerino che avrebbe confermato il diritto d’accesso al paradiso dell’inoculazione.
Ma c’era un insidia in più: come stabilire la priorità al banchino dei numerini ufficiali, su vezzosa carta rosa, senza uno straccio di numerino che stabilisse l’ordine di accesso al banchino? Quando la disperazione, alimentata anche dalla tensione crescente fra i trecento al serpeggiante grido "dè, e c’ero prima io", stava per prendere il sopravvento, ecco la luce in fondo al tunnel: una giovane donna, elegante e silente, indicata da chi ne aveva già beneficiato, come fornitrice di numerini clandestini. Una sorta di mercato parallelo, su carta bianca spezzettata alla meglio, vissuto ai confini dello spaccio. Di stupefacenti vantaggi.
A un certo punto, più o meno un quarto alle dieci, sono arrivati un agente del posto fisso di polizia dell’ospedale e il responsabile sicurezza inviato dalla direzione sanitaria a dar man forte agli addetti già duramente provati. Ce l’hanno messa tutta, ma era dura per chiunque giustificare un arruffio di quel livello. Di evidente responsabilità di chi stava loro sopra.
Ho abusato, si fa per dire, dei miei trascorsi di cronista e, qualificandomi, ho chiesto quando e come fosse stata organizzata quella specie di sommatoria di violazioni della legge, prima ancora che di accertati disagi.
Tra discrezione e disperazione si è capito chiaramente che il tutto si era consumato, ai piani alti di Regione e Asl, nello spazio di una notte. Tanto che alle 9,54 (ora documentata dalla foto che ho fatto) sono arrivati due operai con le transenne, due, una ciascuno, che erano state ordinate al cantiere interno dell’ospedale alle 7,30 proprio per evitare il caos descritto. E vissuto.
Basta così. Basta e avanza per una cronachina dell’ennesimo flop di un sistema organizzativo, politico e dirigenziale, che ha già ampiamente dimostrato di non essere neanche vagamente all’altezza dell’impegno del personale sanitario, soprattutto paramedico, costretto a salvare il salvabile con straordinaria generosità e professionalità. Personale e collettiva.
E concludo, ribadendo a questi ultimi, il grazie con il quale ho iniziato il raccontino di giornata. In particolare a Simone, giovane e bravissimo infermiere, che mi ha inoculato. Con l’ago, non con le imbarazzanti incapacità e inefficienze di un Giani e di una Casani. --
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