Il Tirreno

Toscana

Gli equilibri fra il lavoro e i diritti

Stefano Tamburini
Gli equilibri fra il lavoro e i diritti

Buona domenica: l'editoriale. In una fase di crisi economica, storicamente, c’è sempre spazio per chi punta ad abbassare il livello dei diritti e la loro efficacia reale

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Manca solo di sentirli ruggire l’uno in faccia all’altro e poi siamo al Colosseo - con tanto di leoni e gladiatori - che ospita il dibattito sul sentimento e sulla ragione di questa fase di ripresa, di soldi (tanti) da spendere e di idee (poche e confuse) da legare ai progetti per il rilancio. Nell’estate che manda il Covid un po’ in letargo, il problema più grosso può arrivare dalle tante (presunte) verità che generano bugie spacciate per colatura dell’oro.

Tutto ruota intorno a una parola magica: lavoro. Quello che è, o almeno dovrebbe essere, anche dignità. Intorno al lavoro stagionale sta andando in scena un balletto da incubo, di quelli che generano mostri. L’allarme è scattato da un paio di settimane anche se sottotraccia covava da prima. Ed è legato a storie di imprenditori del turismo che non riescono a trovare lavoratori per la stagione estiva. Possibile che sia davvero così? Non ci si può fermare alle apparenze, alle prime sciocche conclusioni da Festival dei luoghi comuni, alle frasi fatte del tipo "questi giovani non hanno voglia di lavorare", "la rovina è il reddito di cittadinanza, per non perderlo chiedono di lavorare in nero". Sciocchezze. Il reddito di cittadinanza è stato certamente una delle scelte peggiori della politica dell’"uno vale uno" e comunque c’era anche prima del Covid. Però è anche vero che in una fase di disperazione come questa ha contribuito a fare da argine al peggio, un argine debole insieme con gli altri sussidi da elemosina. Ma pur sempre una piccola diga».

Il problema adesso qual è? Per molti questa storia del reddito di cittadinanza o degli altri sussidi è un alibi per poter dire che ci sono quelli che vogliono paghe in nero per non perdere quei contributi. Per carità, in minima parte è vero, ma non può essere l’occasione per fuggire dal vero tema: quello di un equilibrio reale fra sostenibilità dell’impresa ed equa retribuzione della manodopera. Non si può accettare il principio che ci sia (fra gli imprenditori e i commercianti) chi pensa che la crisi abbia colpito solo lui e che gli altri si debbano adattare alle sue esigenze.

E qui si scontrano due verità che generano (anche) bugie. In una fase di crisi economica, storicamente, c’è sempre spazio per chi punta ad abbassare il livello dei diritti e la loro efficacia reale. Anche se, a dire il vero, si è mosso molto prima Matteo Renzi con quella roba che si chiama Jobs Act e che in italiano si traduce con fregatura: occupazione vera non ne ha prodotta, i diritti li ha in gran parte eliminati.

Va detto anche che in un contesto da ripresa selvaggia, è molto facile che fra i lavoratori ci sia chi approfitti della possibilità di mantenere sussidi e lavoro. Ma quanti sono, realmente? Pochi, veramente pochi. I requisiti richiesti peraltro escludono i più giovani, quelli più penalizzati da offerte di lavoro talvolta offensive: paghe da fame per lavoro a cottimo, di fatto schiavitù.

Se ci soffermiamo al mondo della ristorazione o degli alberghi, la lunga crisi - con sussidi da fame - ha portato a una migrazione di risorse, anche pregiate (chef, maitre) verso altri mestieri, magari meno remunerativi prima del Covid ma in questo momento con più certezze. Le figure professionali di qualità magari conservano ancora un po’ di potere contrattuale, ma il resto è giungla allo stato puro: contratti per poche ore in cambio di lavori per il doppio o il triplo dell’impegno. Quando va bene stipendi parzialmente in nero e se uno protesta si passa all’«avanti il prossimo», che tanto c’è la fila. Non tutti fanno così ma servirebbe una maggiore presa di distanze da parte di quelli perbene (tanti) che sono danneggiati da tale approccio.

Il sindacato certamente esagera quando sostiene che solo il 10 per cento delle aziende del settore offre contratti regolari. Ma certo il problema esiste. Perché essere regolari non conviene, nessuno (o quasi) controlla e in una fase come questa è facile far passare la vulgata del "giovane vagabondo" o della scarsa capacità di fare sacrifici. Il vero problema è che i più non si chiedono neanche chi abbia ragione. Si siedono al ristorante, vanno in vacanza, cercano i prezzi più bassi, senza domandarsi come sia possibile pagare così poco. Così come non si pongono alcun problema di fronte a una busta di insalata che costa meno di un euro.

Su questo giornale, lo scorso 26 maggio, il vicedirettore Cristiano Meoni, a proposito di uno strano giro di appalti e subappalti con operai pagati in nero e male, ha chiuso così un suo commento: «Se scrivessimo sulle borsette da 820 euro che sono state fatte da operai pagati tre euro l’ora quanti le comprerebbero?». Una domanda simile potremmo farla a proposito di un piatto di spaghetti con le vongole servito in un ristorante sul mare. Cosa accadrebbe se sul menù scrivessimo che il cameriere prende otto-dieci euro l’ora per tre ore al giorno e che delle altre otto che trascorre in quel locale, a fare pulizie e a pulire i piatti, la retribuzione è ridotta a metà e le tasse vengono evase? I più, purtroppo, girerebbero il menù e ordinerebbero anche il secondo.

Attenzione, non tutti quelli che sottopagano i lavoratori sono furbetti del contrattino o approfittatori. Molti sono vessati dalle tasse, dalla burocrazia e purtroppo pressati anche dagli usurai che li hanno tenuti in piedi quando erano costretti a star chiusi e lo Stato offriva solo briciole. A fronte di bollette e affitti da pagare, ci sono anche quelli che sono costretti a comportarsi da aguzzini ed è a questi che lo Stato deve pensare, togliendo ogni alibi con sostegni degni di tal nome e rendendo conveniente rispettare le regole: una cosa tipo sgravi contributivi per chi assume regolarmente, sussidi tagliati a chi imbroglia.

E chiudiamola anche con la storia che certi lavori sono un prezzo da pagare all’apprendistato. No, quello è il sacrificio che tanti di noi hanno fatto in passato, sapendo che quel sacrificio si sarebbe tramutato presto in un lavoro vero. Oggi quasi mai è così. Siamo allo sfruttamento puro.

Ecco, sono queste le verità che generano una colossale bugia, la negazione di una realtà che è fatta di un impoverimento complessivo del 10 per cento, se non di più se andiamo oltre le medie matematiche. E dove in troppi cercano di stare nella prima fila dei bisognosi senza esserlo. Quelli che lo sono davvero, spesso, sono i più silenziosi. Soffrono e magari si arrabattano. Spesso li scopriamo quando è il lavoro a uccidere, storie di persone che sono uscite di casa per procurarsi quel che serve a sopravvivere e che tornano indietro fasciati di mogano. Dall’inizio dell’anno in Italia sono già 310 le vittime. Quasi sempre a causa di misure di sicurezza ridotte, di subappalti al massimo ribasso che sarebbero vietati ma continuano a esistere. E in ogni caso se il rischio cresce è perché anche sulla sicurezza la diga è crollata da tempo.

Messa tutta insieme, questa è la barbarie che segue il tentativo di uscire dalla crisi. E la cosa ancor più brutta è che siamo rimasti in pochi a tenere accesi i riflettori su tutto questo: qualche sindacalista, i giornali (non tutti). Il balletto della politica si tiene alla larga, certi scenari richiedono risposte vere, non cazzeggi social e supercazzole buone per la disinformatija da balconismo.

Spira un brutto vento su questa estate di ripresa. Quello del "si arrangi chi può" e della falsificazione della realtà. Dove c’è lavoro sano, dove i contratti profumano di regole, c’è anche la fila dei pretendenti. Come nel caso della Sammontana. Quando anche chi avrebbe bisogno si tiene alla larga, c’è più di un problema. E non va cercato fra chi rifiuta. Quella è l’ultima forma di difesa prima della disperazione, è dignità che fa preferire l’elemosina, la carità allo sfruttamento mascherato da concessione. Con i pochi privilegiati, quelli che un lavoro ce l’hanno, che guardano molto spesso infastiditi.

E questa è forse la cosa peggiore in un mondo dove purtroppo non sta andando tutto bene. Anzi.

Twitter: @s_tamburini

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