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Tassare le eredità per aiutare i giovani: un’idea giusta o no?

Tassare le eredità per aiutare i giovani: un’idea giusta o no?

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Il segretario del Pd, Enrico Letta, ha lanciato l’idea di aumentare la tassa di successione su immobili e beni mobili oggetto dell’eredità per finanziare una "dote" da destinare ai giovani al compimento dei 18 anni, usando questi fondi per le spese di studio, lavoro, o casa. Dalle eredità sopra i 5 milioni di euro si potrebbero raccogliere 2,8 miliardi di euro. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha stoppato la proposta, dicendo che questo «è il momento di dare e non di ricevere». Critiche sono arrivate anche da dentro il Pd, dal centrodestra e dalle forze imprenditoriali, perchè la misura aumenterebbe la pressione fiscale. Va però ricordato che le tasse di successione in Italia sono le minori d’Europa. Ne abbiamo parlato con Andrea Roventini, docente di Economia alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, e Giulio Grossi, presidente di Confindustria Toscana Nord.

Andrea Roventini (Economista Scuola Sant'Anna): Una proposta che riduce le disparità

La proposta di Enrico Letta di aumentare l’imposta di successione sui grandi patrimoni detenuti dall’1% degli italiani più ricchi è molto benvenuta. È il primo intervento progressista da quando Letta è diventato segretario del Partito Democratico, e spero sia il primo di una lunga serie per realizzare in Italia la "bidenomics", cioè la nuova politica economica intrapresa negli Stati Uniti dal presidente Biden. La proposta del segretario del Pd mira a ridurre la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza che è molto cresciuta in Italia negli ultimi anni e si auto-alimenta anche per le imposte di successione italiane, tra le più basse nei Paesi sviluppati. La disuguaglianza di ricchezza consolida la disuguaglianza intergenerazionale che limita fortemente la mobilità sociale. Ecco perché i nostri giovani sono costretti a emigrare per cercare lavori decenti o perché in Italia abbiamo un tasso record di Neet, ovvero di giovani che non studiano e non lavorano. Non sono bamboccioni, subiscono un grave problema sociale frutto di scelte di politica economica cristallizzatesi nel tempo. La proposta di Letta dovrebbe essere il punto di partenza per una riforma generale del nostro sistema fiscale che, mantenendo costante o riducendo la pressione fiscale, ne aumenti la progressività facendo pagare più tasse solo all’1% più ricco degli italiani.

Come si realizza la riforma? Il primo passo è l’aggiornamento dei valori catastali che avvantaggiano chi possiede immobili, spesso prestigiosi, nel centro delle città. Si deve poi realizzare la riforma dell’Irpef, promessa all’Europa nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), partendo dalla proposta del precedente governo. Le aliquote e gli scaglioni vanno rimodulati aumentandone la progressività, dato che l’aliquota massima scatta già per redditi da classe media. Per evitare che l’Irpef gravi solo sui lavoratori dipendenti, la base imponibile va allargata ad esempio riducendo la portata dei regimi forfettari. Infine, si può introdurre un’imposta patrimoniale sull’1% più ricco e si deve appoggiare la proposta Usa per introdurre un’imposta minima mondiale sui profitti delle multinazionali come Amazon. La riforma fiscale creerebbe le risorse necessarie per realizzare le politiche pre-distributive, come la sanità e l’istruzione pubblica, che hanno un ruolo fondamentale per ridurre la disuguaglianza e aumentare la mobilità sociale dei giovani. Per questo motivo non sono entusiasta dell’idea di fornire una dote ai diciottenni, l’altro pilastro della proposta di Letta. Non è infatti chiaro come questi soldi sarebbero spesi e non trovo giusto fornire una dote ai figli delle famiglie più abbienti. Sarebbe molto meglio utilizzare i fondi raccolti per promuovere l’uguaglianza di opportunità e la mobilità sociale dei giovani, permettendo a tutti di frequentare l’università o gli Istituti Tecnici Superiori (Its), la cui riforma è inserita nel Pnrr. Non è solo una questione di abbassare le tasse universitarie, che comunque sono tra le più alte d’Europa, ma di garantire alloggi e trasporti pubblici gratuiti per gli studenti, buoni per l’acquisto di libri di testo, e tutti quegli interventi necessari a promuovere concretamente il diritto all’istruzione, come già avviene per gli studenti delle Scuole Sant’Anna e Normale. In definitiva, la proposta di Enrico Letta è una boccata d’aria fresca nello stantio dibattito economico italiano.

La proposta può però essere migliorata ulteriormente per segnare un punto di discontinuità più netto con le politiche economiche amiche del mercato della "Terza via" di Clinton e Blair. La crisi del 2008 e quella del Covid hanno mostrato inequivocabilmente che le soluzioni magiche del mercato spesso non funzionano o neppure esistono. In USA, la "bidenomics" ne prende atto e assegna allo Stato un ruolo più attivo nel ridurre la disuguaglianza e promuovere la crescita economica. Spero che in Italia avvenga altrettanto, ad esempio con l’introduzione del salario minimo che permetterebbe di aumentare le remunerazioni dei giovani e contemporaneamente spingerebbe le imprese ad innovare di più invece che ad adagiarsi in una trappola di bassi salari e produttività.

Giulio Grossi (Pres. Confindustria Tosc. Nord): Ma non è il momento delle tasse

Confido di aver percorso una buona parte del terribile percorso sanitario e sociale che l’emergenza Covid ci ha imposto: non scopro niente e non dico nulla di originale se affermo che ognuno ne porta i postumi, che potranno essere risolti da un sistema Paese rinnovato, moderno, organizzato e con una visione di insieme. Per questa ragione mi è sembrata un’estemporanea proposta quella sull’imposta di successione a carico dei patrimoni più elevati, e tesa a creare un "tesoretto" per i giovani; questo in attesa della rivisitazione del sistema fiscale vigente, quando sarà. Nelle more, saremo costretti a portarci dietro il nostro, con i suoi bizantinismi, le sue iniquità, le elusioni che consente e le difficoltà di gestire un limpido rapporto con l’erario.

Non condivido il messaggio che un’imposta nuova, e "finalizzata" sia la giusta risposta a una domanda di solidarietà. I sostenitori dell’imposta di successione sui patrimoni (che si vorrebbero colpire in quanto parassitari) accusano chi come noi la avversa, di essere retrivi; tutti dovrebbero essere a favore di un prelievo che grava sui "rentier", e non penalizza la fatica, la capacità imprenditoriale, l’organizzazione di impresa. Nel ricordare che i patrimoni sono sovente risultato del lavoro, sottolineo che in Italia, la parte consistente del prelievo sul patrimonio è costituita dalle imposte ricorrenti sul patrimonio immobiliare (1,3% del PIL) e dalle imposte relative alle transazioni finanziarie e di capitale (1,1% del PIL). Più in generale, osservo che ci sono imprese che si affannano per cercare di ottenere ristori, in alcuni casi anche minimi ma comunque vitali. Le aziende e i loro titolari hanno in alcuni comparti subìto il fermo più duro; ed anche quelle che hanno continuato a lavorare lo hanno fatto con oneri gravosissimi (quelli sostenuti per la messa in sicurezza dei lavoratori ai fini Covid, per essersi dovuti riorganizzare nei reparti e sui mercati, per aver agito in un clima di generale incertezza): le nostre spalle sono gravate, dal marzo scorso, da una tassa occulta sulla produzione e sul reddito di impresa. Non è questo il momento di parlare di una nuova imposta, sulla cui effettiva utilità nutro forti dubbi, e che si sottrarrebbe comunque, nella sua logica, alla riorganizzazione del sistema fiscale complessivo. Quello che invece auspichiamo, come sistema Confindustria è la regolarizzazione dell’andamento delle aliquote Irpef, l’alleggerimento della pressione sui redditi medi e l’eliminazione dei disincentivi ad aumentare il reddito (in particolare sopra i 28mila euro, soglia oltre la quale l’attuale modello produce le distorsioni più ampie). La nostra visione favorirebbe i ceti bassi e medi e contribuirebbe a rimettere denaro in circolo.

Sosteniamo con forza la salvaguardia delle misure fiscali che incentivano la produttività e il welfare aziendale (che fortemente proponiamo ai tavoli di contrattazione collettiva), quali la detassazione dei premi di risultato o la normativa fiscale del welfare aziendale. Esprimo il punto di vista della categoria a cui appartengo, e che partecipa al dibattito su quale dovrebbe essere la riforma del fisco, una di quelle che l’Europa ci chiede per darci fiducia (e denari). Da essa partirà la ripresa del Paese: non certo dalla mini dote che l’1% dei ricchi eredi dovrebbe costituire a favore dei giovani. Vorrei dare un’ulteriore valutazione proprio sulla dotazione di cui i giovani hanno bisogno per uscire dal cono d’ombra della disoccupazione o sottoccupazione, ed affermarsi come donne e uomini e come cittadini. Ce lo dobbiamo dire con onestà intellettuale e franchezza: occorre un sistema formativo e scolastico moderno e rispondente ai bisogni del Paese, occorrono nuove professionalità e la duttilità di acquisire sempre nuove competenze, serve (tornando al tema del fisco) un sistema che favorisca le assunzioni dei giovani e la loro formazione in impresa. Da questi ingredienti può nascere anche la spinta all’autoimprenditorialità: ne vediamo, nelle nostre industrie o nei corsi di formazione che organizziamo, di giovani capaci che decidono di percorrere strade proprie, magari dopo un periodo di prezioso apprendistato. Su questo piano, e in una logica complessiva, siamo pronti a confrontarci. --

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