Negli Usa e in Cina la vera sfida sulle emissioni
Vorrei iniziare con la notizia del giorno in tema di transizione energetica e cambiamenti climatici. La Corte distrettuale dell’Aja ha intimato alla Shell di mettere in atto una riduzione del 45% delle emissioni di anidride carbonica del suo sistema produttivo e di quello dei fornitori entro la fine del 2030. Giudicando, in linea con quanto richiesto dagli ambientalisti olandesi, troppo lento il piano di rientro della Società che prevedeva un tale target per il 2035.
Quindi la magistratura entra nel piano di transizione energetica europea dando supporto al movimento ambientalista più radicale che ha sentenziato: «Shell è la prima ma non sarà l’ultima azienda costretta a fermare i cambiamenti climatici». Immagino che una tale impostazione non tarderà a trovare proseliti anche in Italia.
Intendiamoci, che la lotta ai cambiamenti climatici, nella duplice accezione della mitigazione (ponendo come aumento massimo della temperatura 1,5 gradi) e dell’adattamento in tutte gli aspetti della vita delle comunità, sia una cosa da non prendere "sotto gamba" è una verità scomoda, spesso rifiutata e sottovalutata, ma che deve diventare un obiettivo primario della "world community".
Non si può più scherzare. Ce lo dicono i dati sul riscaldamento globale e ce lo dicono i dati sulle emissioni di anidride carbonica (Co2) che, a parte quest’anno di pandemia, evidenziano una grande difficoltà a diminuire come previsto dagli Accordi di Parigi. Ci vuole un cambio di passo sia nell’abbandono dei combustibili fossili sia nell’avvio della vasta gamma di energie rinnovabili o a basso impatto climalterante.
Ma su questo punto occorre avere un piano strategico generale, in grado anche di tenere conto della geopolitica mondiale, e occorre evitare che un approccio sbagliato e privo di flessibilità crei contraccolpi ancora più negativi della lentezza del processo di transizione. Ricordiamoci che di fronte alle criticità e alle eccessive paure l’uomo non cerca il cambiamento ma piuttosto l’ancoraggio a certezze e sicurezze consolidate.
In primo luogo occorre considerare che quasi la metà delle emissioni viene prodotta da soli due paesi, la Cina e gli Usa e che l’Europa intera non va oltre il 10% del totale. Questo significa che l’Europa non può fare la "mosca cocchiera", mettendo in crisi unilateralmente propri apparti produttivi strutturati e di forte innovazione tecnologica, se non all’interno di un approccio globale che vede tutti i paesi, e certamente i più grandi dal punto di vista economico, porre gli stessi limiti e gli stessi obiettivi. Altrimenti potremmo avere l’amaro risultato di aver indebolito l’apparato produttivo europeo senza aver raggiunto gli obiettivi di contenimento delle emissioni a scala globale.
Poi c’è il problema della flessibilità. Una transizione come quella prevista dagli Accordi di Parigi e ripresa nel Piano nazionale di ripresa e resilienza per l’Europa non può essere fatta con strumenti di azione rigidi e intoccabili. Primo perché le tecnologie sono in cambiamento e non è facile conoscere oggi in assoluto quello che potremo raggiungere, in termini di obiettivi, domani con lo stesso sforzo. Conviene modulare e monitorare i diversi step del processo. E poi l’economia conta. Sia perché dà benessere alle nostre comunità. E sia perché l’impresa è un soggetto di innovazione e deve essere chiamata a contribuire alla transizione con slancio e con passione, ed anche con risultati di successo laddove riesca a imboccare strade nuove, e non può essere considerata uno "scolaro svogliato" da sanzionare da parte di chi non si è mai cimentato con il "fare sviluppo". Ci mancherebbe la transizione energetica guidata da un pool di magistrati di "aria pulita".
E infine c’è il tema di pensare e agire con un atteggiamento pragmatico ed operativo. Le scelte non vanno fatte sulla base di "impostazioni ideologiche" prive di un ancoraggio col mondo reale. Quasi che, nel mentre si parla di transizione, tutto ciò che viene dal passato vada considerato come "male" in nome del "paradiso futuro" verso cui stiamo andando.
Solo per fare un esempio, ma se ne potrebbero fare tanti altri, se in una Acciaieria il cambio di combustibile da carbone a gas o a idrogeno consente il taglio del 30% di emissione di anidride carbonica, oltre ad abbassare altre sostanze inquinanti, l’operazione non va rifiutata o sottovalutata in quanto facente parte del "vecchio apparato produttivo".
Insomma l’idrogeno non sarà subito "tutto verde", il gas continuerà a essere una parte importante del combustibile, l’energia nucleare, specie se di nuova generazione, dovrà essere presa di nuovo in considerazione e la mobilità elettrica ad oggi non è la panacea di tutti i mali. L’analisi costi benefici di una azione dovrà essere il fondamento razionale, non emotivo, delle scelte. Guai a ridurre tutto a guerre di religione.
Il nuovo ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, ha messo in evidenza più volte nelle interviste questo tipo di atteggiamento. E questo lascia ben sperare sul tipo di transizione che il paese intraprenderà con il Piano nazionale di ripresa e resilienza. --
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