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Le concerie e la fragilità della politica

Marco Filippeschi*
Le concerie e la fragilità della politica

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«Vorrei che il Pd diventasse il partito della sostenibilità e che il colore verde entrasse nel modo in cui ci guardano. Vivere per sei anni con dei ragazzi mi ha fatto capire che per loro la priorità è solo questa». Così Enrico Letta. È difficile oggi per il Pd parlare alla Toscana con questa immagine. La vicenda devastante dell’indagine Keu rischia di offuscare di un colpo il valore di un’esperienza di governo apprezzata e anche studiata lontano da noi, di colpire un consenso mai regalato, conquistato.

Distinguiamo i piani e entriamo nel merito. Ho cercato di farlo con un lungo intervento pubblicato sul profilo Facebook di "Progressisti in cammino". Dobbiamo essere dalla parte e degli inquirenti nella difesa più intransigente della legalità. Va rilanciato l’impegno contro la penetrazione delle mafie. Si deve agire con l’impegno nelle istituzioni e a fianco di associazioni come Libera e Avviso Pubblico, della Fondazione Antonino Caponnetto. Abbiamo in campo competenze d’assoluto rilievo: l’Università di Pisa è ormai all’undicesimo anno del suo Master contro mafie e corruzione. Lì è nata l’esperienza del codice etico per gli amministratori locali, la "Carta di Pisa", ancora oggi validissima.

Ma non c’è solo la vicenda giudiziaria con il suo corso, né spetta alla magistratura dare una prospettiva a un grande distretto industriale: la politica deve fare la sua parte. Per gli indagati che hanno incarichi politici confidare che non siano toccati dalle accuse più gravi non può certo bastare. Si deve chiedere che si spieghi e si giustifichi quello che si è letto. Ciò che oggi significa inaffidabilità per le istituzioni e insicurezza per le comunità che vivono dove sono stati interrati quei rifiuti. Si deve fare nelle assemblee elettive, com’è dovuto fare, e nel rapporto con chi ha il compito d’informare. Come sempre si è fatto in passato. Non può gravare sul partito e sulle coalizioni che si rappresentano il danno di una mancata risposta che agli occhi dei più appare una manifestazione di arroganza del potere. Comunque, il Pd ha il dovere di esprimere un giudizio politico inequivoco di disapprovazione delle scelte sbagliate e di netta correzione, poiché, purtroppo, ci sono ragioni ineludibili per darlo. Infatti, la richiesta del presidente Eugenio Giani al consiglio regionale di abrogare dalla legge 20 del 2006 l’emendamento che avrebbe imposto meno controlli e più deroghe è già stata un atto importante d’implicita autocritica. Da qui si deve partire.

C’è un affanno, una fragilità voluta della politica che diventa subalternità a poteri economici, ben oltre il rapporto stretto che le istituzioni hanno sempre avuto, doverosamente, con l’impresa. Non c’è da aspettarsi, né da augurarsi, che l’Unione Europea con la sua legislazione prevalente e il governo nazionale abbassino il livello di linee guida e soglie d’accettabilità. Si tratta di scelte irreversibili. Nessuno può pensare che, con la nuova legislazione europea e dopo il Next Generation Eu, si possano intercettare finanziamenti europei, e pubblici in generale, per diminuire gli impatti ambientali se non si adattano gli standard al rialzo e dunque se non si cambiano i sistemi e i processi produttivi.

Dunque urge una risposta impegnativa ad alcune domande. Ha prevalso una logica del profitto e, come minimo, delle scappatoie rispetto alle regole per eludere i costi di smaltimento? L’impresa ha fatto o no la propria parte? Cos’hanno significato aggregazione di imprese e segmentazione dei cicli produttivi? Quali differenze ci sono fra il polo di Santa Croce-San Miniato e quello di Arzignano, o fra azienda e azienda, nel recepimento dei processi autorizzatori? Cosa si chiede di fare al sistema d’imprese per ridare alle istituzioni un’interlocuzione credibile? Esistono ricerca e piani d’investimento adeguati a una riduzione dell’impatto delle produzioni per i quali si possano chiedere investimenti alle aziende e rivendicare anche il sostegno pubblico? Cosa si può fare per rendere trasparente agli occhi dei cittadini e facilmente accessibile e comprensibile il monitoraggio chimico-ambientale su scarichi e fanghi, l’esistenza di deroghe e i nuovi obiettivi da perseguire? Mentre gli inquirenti indagano sugli aspetti più inquietanti della vicenda, a queste domande va data una risposta trasparente, aggiornata e decisa. È molto probabile che per darla non basti l’impegno locale, che serva un rapporto molto stretto con le competenze e l’indirizzo politico della Regione e con altri attori sociali, a partire dai sindacati dei lavoratori, dalle associazioni ambientaliste e dai comitati di cittadini.

È principalmente con queste risposte, con politiche di prospettiva, che si garantisce il lavoro per il futuro. Ecco che per poterle dare e essere credibili servono prima spiegazioni e giustificazioni e poi un giudizio politico che le orienti. --

*sindaco di Pisa dal 2008 al 2018

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