Il Tirreno

Toscana

Un pallone dentro al gabbione di Armando Picchi: in campo Allegri, Protti e tanti ricordi

Gianni Tacchi
Massimiliano Allegri e Igor Protti durante la gabbionata in ricordo di Picchi foto franco Silvi
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Massimiliano Allegri e Igor Protti durante la gabbionata in ricordo di Picchi foto franco Silvi

Livorno, a 50 anni dalla morte del capitano dell'Inter l'iniziativa organizzata nello storico stabilimento balneare. Il racconto di giocatori e vecchi compagni: «Campione dentro e fuori dal campo»

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LIVORNO. Il gabbione è quello in cui Armandino portava Suarez, Jair, Sandro Mazzola. «In realtà era messo peggio, ma il cemento è quello», ricorda Egidio Morbello, compagno di squadra del capitano della Grande Inter appena prima che iniziasse il ciclo da due Coppe dei Campioni e altrettante Intercontinentali.

Il gabbione è quello dei Bagni Fiume, storico stabilimento balneare di Livorno, dove al mare si sta sugli scogli e la sabbia chissenefrega. Un campo recintato da una rete metallica alta circa cinque metri, palla che non esce mai ed è sempre in movimento, porte larghe circa un metro e portieri che le coprono tutte o quasi: è qui che giocava Armando Picchi d’estate, è qui che viene ricordato dalla sua Livorno a cinquant’anni da quella tragica scomparsa.

Una gabbionata per Picchi, sì. Sembra robetta, un ricordino in confronto a grandi celebrazioni e omaggi che vengono riservati ai campioni dello sport, invece è l’essenza della livornesità. Semplice, pura, magari con qualche battuta in campo tra amici. E in questo caso, per ricordare uno dei più grandi difensori della storia del calcio, gli amici sono simboli del pallone livornese come Massimiliano Allegri, appena tornato sulla panchina della Juventus dopo due anni di stop, e Igor Protti, leggenda amaranto.

«Campione dentro e fuori dal campo», dicono tutti, chi l’ha conosciuto e chi ne ha sentito parlare per anni. Citazione abusata, spesso buttata lì, ma in questo caso siamo davvero davanti alla figura di un mito. Una personalità fortissima, un capitano vero, uno che – per dirla con le parole di un altro pezzo di storia del calcio amaranto come Cristiano Lucarelli, ospite del talk show dopo la gabbionata – giocava «a cane e gatto con Helenio Herrera e da buon livornese voleva avere l’ultima parola». L’ultima parola in un faccia a faccia e l’ultima parola in campo. Libero d’altri tempi, allenatore in campo, carattere di ferro.

Tra i mille ricordi di Armandino, spicca quello di Sandro Mazzola che ci arriva grazie a Cristiano Lucarelli: «Una volta erano a giocare a Bucarest e all’improvviso ci fu un’invasione di campo. Tutti scappavano, tutti correvano via. Picchi fece entrare i compagni di squadra nello spogliatoio, poi si mise davanti alla porta, si tolse uno scarpino e iniziò a prendere a scarpate chi voleva entrare». «Vabbè – interviene il conduttore radiofonico livornese Giacomo Ciccio Valenti, telecronista della gabbionata – stiamo parlando di un ragazzo che si mise in testa di sposare una modella, che sarebbe poi diventata veramente sua moglie, dopo averla vista sulla copertina di una rivista dell’epoca».

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Alla fine la gabbionata per i cinquant’anni dalla morte di Picchi diventa anche la prima uscita da allenatore della Juventus di Allegri, pronto a tornare in panchina dopo due anni senza calcio. Mentre la società bianconera pubblica sui social i primi indizi del ritorno di “Acciuga” – a partire dal post con il perimetro dello Stato americano del Minnesota, nome del cavallo citato dal tecnico livornese in una conferenza stampa indimenticabile ed entrata nel cuore di tantissimi tifosi – Allegri si scalda per la gabbionata ai Fiume con qualche amico.

Perché a Livorno, che tu sia uno degli allenatori più vincenti del mondo o un impiegato appena uscito dal lavoro, per una gabbionata il tempo si trova sempre. «È una bellissima giornata – le parole di Allegri, che però preferisce non parlare del ritorno alla Juventus – sono davvero orgoglioso di partecipare a questa splendida iniziativa. Picchi? Stiamo parlando di un uomo di eleganza e professionalità che ha fatto tanto per il mondo del calcio».

«Per me era come un fratello – aggiunge Egidio Morbello – ho giocato con lui per quattro anni, uno a Ferrara con la Spal e tre all’Inter. Venne anche a vivere a casa mia, eravamo sempre insieme. Era una persona eccezionale, unica». Il campione dentro e fuori dal campo, appunto, forgiato sul cemento dei Bagni Fiume e diventato per due volte campione d’Europa con la maglia dell’Inter. E ora, cinquant’anni dopo il dramma che toccò una città intera, siamo ancora dentro un gabbione per ricordare Armandino. E no, non è robetta. —

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