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Il cambio climatico alimenta i conflitti

Alfredo De Girolamo
Il cambio climatico alimenta i conflitti

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Il clima che cambia sta alimentando conflitti violenti dappertutto nel mondo. Il riscaldamento globale, oltre a mettere in ginocchio molti paesi, soprattutto nelle aree sottosviluppate, dal punto di vista della sopravvivenza, è anche un ostacolo all’avanzamento dei processi di pace, cui necessariamente dovrebbero seguire modelli di sviluppo sostenibile e non-violento.

Invece, in molte aree del pianeta - soprattutto lungo le sponde del Mediterraneo - le anomalie climatiche hanno agito da acceleratore delle tensioni sfociate in conflitti e rivolte che a partire dal 2011 hanno infiammato con le primavere arabe il Nord Africa e poi con la guerra la Siria.

Anche se non si possono etichettare le rivolte del Mediterraneo come conflitti ambientali, non vi è dubbio che il cambiamento climatico risulta spesso il fattore scatenante dei conflitti. Questo è lo scenario fotografato nel report annuale dell’Agency for peacebuilding, primo think thank italiano no profit che studia i processi di pace.

Sono così emersi prepotentemente i risvolti nascosti del cambiamento climatico. Ben il 70 per cento delle regioni più vulnerabili al clima appartiene infatti a stati fragili, ed ecco allora che è necessario analizzare i giusti procedimenti per la prevenzione dei conflitti, incrociando dati ed esperienze sugli impatti del cambiamento climatico, e su come questo condiziona i processi di pace, in particolare in zone critiche quali, appunto, il Mediterraneo, dove il clima impazzito sta avendo un impatto devastante sulle produzioni agricole, alterate se non annientate, inasprendo così bisogni sociali che poi si tramutano in tensioni dapprima interne, e poi addirittura internazionali. Lungo le coste del Mediterraneo vivono circa 150 milioni di persone, un terzo della popolazione totale degli Stati che vi si affacciano.

Zone soggette a un forte aumento demografico, dove processi di inurbamento e crescita della pressione demografica caratterizzano quasi tutta la regione. Un contesto povero e popoloso, dove il clima agisce da moltiplicatore di minacce, alimentando ulteriori conflitti in assenza di un’azione multilaterale. Come si combatte e si ferma tutto ciò. È necessario promuovere intese non eurocentriche, e sviluppare quadri di cooperazione sulle attuali sfide alla sicurezza nella regione. Il bacino del Mediterraneo è particolarmente sensibile alle vicissitudini climatiche in quanto collocato in un’area di transizione tra i climi aridi e caldi del Nord Africa e quelli piovosi e temperati dell’Europa centrale.

Un clima che a causa di effetti naturali e antropici combinati, soffre di un’alta vulnerabilità, fatta di nubifragi cui seguono lunghi periodi di siccità, rischio idrogeologico ricorrente e scarsità d’acqua, con conseguenze negative sull’agricoltura, principale fonte di sostentamento.

L’innalzamento del livello del mare e l’aumento delle temperature medie ed estreme fanno il resto, e così si completa il quadro emergenziale in cui nascono veri e propri conflitti per la sopravvivenza, le cui reali cause sono però spesso oscurate. --

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