Il Tirreno

Toscana

L'EDITORIALE

Il "fare soldi" e la politica degli inchini

Stefano Tamburini
L’azienda Serena, denunciata dalla Guardia di Finanza per sfruttamento
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L’azienda Serena, denunciata dalla Guardia di Finanza per sfruttamento

Buona domenica: l'editoriale. Le cronache delle ultime settimane ci hanno offerto storie di malapolitica ma anche di malacultura del lavoro e della giustizia

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Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Mi perdoni Giorgio Bocca se sono costretto a copiare l’incipit di una fra le sue inchieste più famose, perché non c’è modo migliore per farsi capire. Quelle del "fare soldi" sono le prime righe di un reportage da Vigevano, scritto per Il Giorno il 10 gennaio 1962, il titolo era "Mille fabbriche nessuna libreria".

Quasi sessant’anni dopo e in altri luoghi, i nostri, le librerie ci sono ma evidentemente quelli che dovrebbero andarci o non ci vanno o comprano i libri sbagliati. Perché il resto anche qui sta diventando, come allora, pura ricerca dei soldi e zero etica. È una somma di Sistemi di potere economico che ha reso secondario quello delle istituzioni, della politica e ha cristallizzato un modello culturale che ha ben poco a che fare con le radici di una regione operosa e virtuosa come questa. Sono radici di un’orgogliosa "diversità" etica e morale, rafforzate da una tradizione di qualità della vita e di servizi sanitari e sociali all’avanguardia, riconosciuti anche da chi è stato oppositore di antiche gestioni. Fin dalla nascita delle Regioni, nel 1970, fin dalla prima presidenza di Lelio Lagorio, gentiluomo socialista.

Le cronache delle ultime settimane ci hanno offerto strascichi di storie già avviate, inchieste giudiziarie su infiltrazioni di ’ndrangheta e indagini di morti e sfruttamenti sul lavoro. Storie amare, brutte, dove anche i silenzi hanno le gambe corte, ancor più di smentite o imbarazzanti tentativi di giustificare tutto.

Storie di malapolitica ma anche di malacultura del lavoro e della giustizia.

Parto dalla zona di Prato, perché lì si sono intrecciati due episodi apparentemente molto lontani ma che fotografano una cultura comune, appunto quella del «fare soldi, per fare soldi, per fare soldi». Siamo nel distretto del tessile, dove - estremizzando il concetto - gli indigeni più "svelti" (a danno dei tanti perbene) hanno prima sfruttato i cinesi per ingrandire il giro di affari, poi hanno venduto i capannoni ai cinesi che - forti dell’esperienza subita - hanno cominciato ad applicare il metodo con quelli che sono nel sottoscala dei diritti: gli africani.

L’inchiesta aperta intorno a un anonimo capannone di Poggio a Caiano ci ha fatto piombare in una storia di schiavi del lavoro, pagati tre euro l’ora per 15 ore di cottimo con tanto di botte punitive in caso di errore. In quel capannone mettevano insieme i pezzi di una borsa che poi passava a un contoterzista che la rivendeva a una griffe. E da qui finiva in lussuose vetrine a Parigi o New York. Dall’inferno al paradiso. C’era una rete perfetta: se fossero arrivati i controlli, ci sarebbe stata la spiata e questo era un segreto di Pulcinella, tutti sapevano ma bastava non vedere, bastava che il peggio restasse in quel capannone e in tanti altri dove storie simili si continuano a vivere.

La corsa ai soldi facili ha obnubilato più di qualche coscienza, e non solo a Prato e dintorni. Ma è qui che le ultime cronache ci hanno offerto quel che dovrebbe indignare e che invece provoca solo le lacrime per un funerale pieno di vip e poi tutto come prima. Mi riferisco alla morte di Luana D’Orazio, giovanissima madre risucchiata nei rulli di un orditoio manomesso per disattivare le misure di sicurezza minime. Luana era stata assunta con un contratto che non prevedeva la sua presenza nei paraggi del macchinario pericoloso. Ebbene, a macchinari come quello della morte, la titolare mandava a operare anche il figlio e ci andava lei stessa. "Fare soldi" viene prima di ogni cosa e ormai nessuno si sorprende più, perché è pratica diffusa.

Prendete la storia terribile dei veleni di conceria, gli scarti della lavorazione delle pelli smaltiti in modo irregolare. Da oltre un mese c’è un’inchiesta su possibili legami perversi fra industriali, esponenti toscani del Pd ed emissari della ’ndrangheta. Ripeto ancora una volta, non voglio entrare nel merito giudiziario, voglio soffermarmi sulla vergogna dei silenzi che la politica riserva agli aspetti più inquietanti dell’inchiesta. Qui si parla di smaltimenti irregolari, di veleni finiti sotto una strada e a due passi da campi coltivati, sotto gli impianti di sicurezza di un aeroporto, vicino al lago di Massaciuccoli e solo per caso sono rimasti fuori dal rimboschimento del monte Serra dopo un devastante incendio. Mi fermo ad alcuni dei luoghi noti sapendo che alla fine delle indagini ce ne saranno molti altri.

In questa inchiesta ci sono consiglieri regionali accusati di aver fatto approvare di soppiatto un emendamento che di fatto sottrae il Sistema concerie ai controlli ambientali, un gigantesco schiaffo alla salute dei cittadini, all’ambiente e al denaro pubblico. E a Santa Croce, "capoluogo" del distretto conciario, c’è la sindaca Giulia Deidda (Pd) indagata per associazione a delinquere finalizzata all’inquinamento ambientale. Lei, dal 15 aprile scorso, quando ha ricevuto l’avviso di garanzia, si è chiusa nel silenzio e alle prime richieste di chiarimento delle opposizioni ha opposto, senza averne diritto, una questione di privacy. Poi con le opposizioni ha trovato il modo di farsi "coprire" inventandosi un’audizione in commissione con appena sei persone confondendo le "porte chiuse" con la "riservatezza". Poco importa che lo stesso segretario comunale abbia sconfessato l’interpretazione, basta tenere tutto coperto. Perché una parte del Sistema (ovviamente ci sono ampie e lodevoli eccezioni) si basa su queste scorciatoie e c’è la consapevolezza che le lungaggini dell’inchiesta e una potenziale prescrizione potranno far calare il silenzio. Ma prima ancora di un eventuale processo, qui c’è un problema etico, politico, c’è un Sistema che evidentemente si regge su un clima di opacità, al limite dell’omertà. Qui purtroppo è passata la convinzione che quel "fare soldi" alla fine provochi un "ce n’è per tutti", un moderno feudalesimo dei diritti scavalcati e delle mance ai sottoposti.

Nel frattempo, non regge più la storia di un emendamento fatto approvare di corsa, e che l’attuale presidente della Regione, Eugenio Giani, si è affrettato a far ritirare per evitare una sconfessione della Corte costituzionale. Quell’aiutino anti-controlli era stato già presentato in precedenza - e stoppato dal parere negativo dell’ufficio legislativo - alla giunta di Enrico Rossi. Sì, proprio quell’Enrico Rossi che il 24 aprile aveva tuonato: «Voglio capire cosa significa quell’emendamento, perché se costituisce un favore e riduce i controlli è stato un errore madornale e il Pd deve subito aprire una discussione». Anche se lui nega, qualcosa di molto simile è avvenuto intorno alla sua giunta e il tentativo di scaricare sul consiglio non è che un lancio di stracci dentro lo stesso campo, quello del Pd.

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Qui ci sono troppi giochi su più tavoli, gli stessi dello scempio di Toscana Aeroporti e della "svendita" dello scalo di Pisa a quella società mista che sta facendo gli interessi prevalenti del gemello fiorentino, avvenuta in tempi di ricandidature e di primarie cancellate a sorpresa. Scempi rappresentati dall’ultimo schiaffo, quello del via libera a un consiglio di amministrazione con sempre meno peso degli enti pubblici a favore di Corporacion America e della presidenza di Marco Carrai, amico fraterno di Matteo Renzi. Qui la Regione, opponendo ancora bizantinismi regolamentari, si è astenuta, disattendendo anche le richieste del Pd pisano.

Una volta chi voleva "fare soldi" doveva comunque inchinarsi alle regole, oggi è la politica che si inchina ai Sistemi di potere: tessile, concerie, aeroporti e molto altro. Così, la politica di fatto è sottoposta a quelli del «Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi». Sì, quelli che sbandierano il bene comune ma in realtà pensano al proprio. Magari facendo credere che il bene dei ricchi sia, a cascata, anche quello di tutti gli altri. E pazienza se i veleni finiscono vicino ai campi coltivati. Sì, devo proprio dirlo come lo disse Giorgio Bocca: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. —

Twitter: @s_tamburini

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