Italia
La visita di Figliuolo in Toscana: le battute, il riscatto di Giani e il ringraziamento dei medici
L’alpino cita la Toscana come esempio per le altre Regioni: «Vaccinate come qui, basta alzate di ingegno» . I retroscena del rapido tour tra Firenze e Siena
FIRENZE. E pensare che Eugenio Giani all’inizio la prende larga. Con lessico classicheggiante, le frasi piene di vaga e aulica fiorentinità, il presidente dice che per la Toscana «questo è il momento decisivo». C’è da sfruttare l’«atteggiamento favorevole che troveremo nell’ambiente, nelle condizioni geo-climatiche dell’estate» e arrivare «all’obiettivo dell’immunità di gregge». Anzi, Giani per la verità viene tradito da una sorta di lapsus e prima dice «indennità di gregge», ma suvvia, poi prosegue, va dritto al punto, e il punto è che quest’estate di Covid non ne «vogliamo sentir parlare», e anzi vorrebbe occuparsi di riaperture e turismo, ma per uscire da questa storia di virus e coprifuoco «serve la vaccinazione». Dunque avanti tutta, dice volgendosi verso il generale Francesco Paolo Figliuolo, «vi siamo grati per il metodo, il piano ben ordinato, se poi però ci date 50mila dosi di AstraZeneca in più questo fine settimana saremo anche più contenti…».
Insomma, figliuoli, se la Toscana un po’ ancora arranca è perché mancano dosi, sembra voler parare il colpo Giani sfoderando una battuta al commissario alpino. Perché il presidente della Regione ha appena «effettuato» (verbo che garba un botto ai militari: effettuare) il giro con il generale fra i vaccinatori del Mandela Forum. Un tour rapido, con passo deciso, militaresco quasi, altro che selfie e darsi di gomito per i social. I giornalisti fuori, ha chiesto il commissario, che raccontano pretenda distanziamento e rispetto rigoroso delle norme anti-Covid. Sicché niente tonnare, solo saluti brevi e laconiche chiacchierate, ché Figliuolo è venuto in uniforme da super ispettore di hub vaccinali, cappello con piuma, mascherina e mimetica. Mica quel tappeto di medaglie con cui gli fa il verso Crozza. «È operativo, operativo», ripete come un mantra chi l’ha seguito anche al centro vaccinale di Siena e poi in visita nei laboratori dei monoclonali di Toscana life sciences. Il piccolo set allestito per la conferenza stampa sarebbe un capolavoro di ordine e disciplina se non fosse per i giornalisti indisciplinati. Croci a terra su cui posizionarsi per le interviste, microfoni distanziati e coperti da sacchetti di plastica anti-saliva. Ma ora tutti temono che sì, non farà sconti. Che insomma bacchetterà la Toscana per i suoi errori, i ritardi, le vecchie storie che ormai tutti conoscono. E in effetti l’esordio è ruvido. «Noi siamo quasi a 28 milioni di somministrazioni In Italia. La Toscana era partita male, è inutile nasconderlo», dice, e Giani, che finora lievemente ciondolava rilassato sulle gambe, si irrigidisce, come bloccato da un’impercettibile tensione. Ché in fondo così chiaro non l’aveva mai detto nessuno. «Ma grazie a un dialogo costante con il presidente Giani e a una sinergia – continua Figliuolo – ora è fra le primissime per le vaccinazioni sui target importanti, quelli degli anziani e degli estremamente vulnerabili che hanno permesso le riaperture e un calo vertiginoso dei decessi». E, apoteosi, esorta pure le altre regioni a «tenere la barra dritta» a seguire il piano e l’«esempio della Toscana». Ammonisce i presidenti che vorrebbero andare in ordine sparso. «Ora dobbiamo dare priorità agli over 60 e ai fragili, altrimenti non ne usciamo». «Solo quando arriveranno più vaccini, a giugno, si potranno fare le belle pensate…». Addirittura indica loro il «realismo di Giani».
Insomma, figliuoli, un successo. E che importa se sugli over 60 la Toscana arranca ancora un po’, laggiù, penultima sulle prime dosi, con la copertura al 36,6 per cento, mentre la Lombardia è in cima alla classifica con il 69,5 per cento. Altro che Figliuolo, ormai per Giani è quasi un fratello. La Toscana è tornata un faro della sanità nazionale. Alla faccia degli attacchi del Pd toscano che gli chiedeva un «cambio di passo», tiè.
Insomma, morale alle stelle. Tanto che Giani, sebbene s’adombri quando i giornalisti gli chiedono del nuovo caso di overdose di vaccino somministrato a Livorno liquidandolo come un «errore dettato da affaticamento», lo considera un incidente di percorso, «soppiantato da una macchina organizzativa capace di macinare 35mila iniezioni al giorno». Tanto che perfino nei video ufficiali girati dall’ufficio stampa può restare una scena quasi emblematica della rimonta toscana e della faticaccia compiuta dagli operatori sanitari.
Avviene al Mandela. Figliuolo è appena entrato. Dopo gli applausi delle persone in coda, si ferma a salutare due medici. Che gli consegnano due lettere. «Intanto congratulazioni perché con il suo arrivo questa storia è cambiata da così a così», dice il primo mimando la rivoluzione roteando la mano da un lato all’altro. Però subito l’altro, con una goccia di sudore che improvvisa gli imperla la fronte, precisa: «Anche la Regione ha fatto la sua parte. Noi medici e operatori siamo qui dall’11 febbraio, sior Giani, ce lo lasci dire». Che insomma, figliuoli, siamo uomini o generali? —
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