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Parole, silenzi e illusionisti della politica

Stefano Tamburini
Parole, silenzi e illusionisti della politica

L'editoriale. In politica le parole possono essere veleno anche quando non ci sono o sembrano al giusto dosaggio. Questa settimana è stata più di sempre un intreccio di parole non dette, o meglio di risposte non date, di consonanti e vocali spese per far bella figura ma senza alcuna convinzione

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No, non è questione di quantità ma di qualità. Le parole non sono come il veleno del celebre motto dell’alchimista svizzero del Rinascimento, Paracelso: «Tutto è veleno, e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto».

In politica le parole possono essere veleno anche quando non ci sono o sembrano al giusto dosaggio. Questa settimana è stata più di sempre un intreccio di parole non dette, o meglio di risposte non date, di consonanti e vocali spese per far bella figura ma senza alcuna convinzione. E, purtroppo, di paroloni in piena libertà negli immancabili festival degli annunci ai quali la politica ha abituato i cittadini. Anzi, in molti casi si può parlare di assuefazione, di colossale presa in giro.

Prendo tre storie come sfondo della narrazione. La prima è quella dello scandalo delle concerie, con il pesante coinvolgimento di esponenti del partito di maggioranza relativa in Regione, il Pd. E questo serve per parlare dei silenzi, delle risposte non date, dell’arroganza del potere. La seconda storia è quella della morte sul lavoro di Luana D’Orazio a Montemurlo, in provincia di Prato. E qui siamo alle parole al vento, agli impegni solenni, alle lacrime spesso di comodo perché ci sono i riflettori e le telecamere. E siamo agli impegni presi su ciò che andava affrontato prima: la sicurezza sul lavoro. L’ultima è ancora una storia di lavoro, o meglio di lavoro che non c’è, di sussidi e di promesse che si trasformano in un devastante caso di ipnosi collettiva. Quello delle acciaierie di Piombino.

Partiamo dalle parole non dette, dalle risposte che i principali esponenti del Pd regionale non vogliono dare a proposito delle accuse che li riguardano direttamente o indirettamente sullo scandalo concerie».

Parliamo delle infiltrazioni e dei legami con la ’ndrangheta e, soprattutto, di un emendamento fatto approvare in modo quantomeno sbrigativo (eufemismo) per aiutare il Sistema concerie a eludere o saltare i controlli sugli scarichi tossici. Al Tirreno abbiamo preparato una lista di domande che, oltre al mondo della politica, riguardano i responsabili dei consorzi conciari coinvolti. Chi dovrebbe rispondere tace, scappa. Fra gli altri, la segretaria regionale del Pd Simona Bonafè, il presidente del consiglio regionale Antonio Mazzeo (Pd), il consigliere regionale Andrea Pieroni (Pd) e la sindaca di Santa Croce, Giulia Deidda (Pd). L’ex presidente della commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi (Pd), non le ha mandate a dire: «Siamo oltre gli indizi, non si può restare in silenzio perché sono in ballo salute dei cittadini, ambiente e denaro pubblico».

Abbiamo provato a più riprese a sottoporre queste domande ai personaggi coinvolti. Non hanno mai voluto rispondere o hanno fornito solo dei "come se fosse Antani". Bene, proveremo ancora, per rispetto verso i cittadini che li hanno votati e di quelli che hanno fatto altre scelte, perché gli scranni che occupano non sono cosa loro ma cosa di tutti. Siamo purtroppo di fronte alla peggiore arroganza di un potere autoreferenziale, che scambia il consenso nell’urna per investitura regale. E qui i silenzi, la mancanza di parole, sono più di un veleno mortale per la democrazia. Siamo al balconismo puro, a una sorta di piazza Venezia mascherata. No, la politica non può tacere, perché i silenzi sono omertà.

E non può neanche avere l’ardire di presentarsi a un funerale e far finta di sorprendersi se la sicurezza sul lavoro è pura enunciazione astratta. La morte di Luana D’Orazio, la madre di 23 anni straziata dai rulli di un orditoio in un’azienda tessile di Montemurlo, ha provocato un’ondata di genuina solidarietà in tutto il Paese. Stavolta il lavoro senza sicurezza che uccide non è rimasto confinato nelle cronache locali, stavolta la bellezza della ragazza, la mancata carriera di attrice, hanno fatto accendere qualche riflettore in più. Ma presto calerà il silenzio, poco importa se emerge (e Il Tirreno su questo è attento da sempre) che i tagli agli ispettorati del lavoro hanno favorito le scorciatoie. Insomma, nel settore tessile ma non solo in quello, tutti sanno che i dispositivi di sicurezza vengono spesso rimossi perché fanno perdere tempo e crescere i costi. E allora perché far finta di sorprendersi quando muore qualcuno? Fa parte del gioco delle parole al vento, degli impegni solenni che non trovano riscontri nella realtà. Altro veleno per la convivenza civile. Servirebbe un altro passo, reale, per inasprire pene e instaurare una cultura della sicurezza.

Ma, si sa, di promesse la politica ha sempre campato. Diciamo pure che hanno fatto parte del gioco, sono state e sono funzionali ad avere un seguito di consensi. La realtà purtroppo è fatta invece di una sequenza di annunci, un festival delle bugie con il sorriso sulle labbra di fronte a vere tribù di adoranti.

E qui siamo alla terza storia, una storia piena di ipnotizzatori di cittadini, pronti a farsi fregare ogni volta. E siamo a Piombino, ex storico Principato che assiste da anni all’eutanasia di un altro principato: quello dell’acciaio. Il 24 aprile 2014 è stato spento l’altoforno e per un paio di migliaia di famiglie, indotto compreso, è cominciata l’odissea fra sussidi, proroghe, timori di finire in miseria e soldi con il contagocce. Appena giovedì l’ultimo atto, con la visita della viceministra allo Sviluppo economico, Angela Todde. Parole al vento, di quelle che non costano niente: «Piombino è strategica per la siderurgia». E certo, io che a Piombino ci sono nato e cresciuto questa storiella di "Piombino strategica" l’ho sentita usare con la stessa naturalezza con la quale ci si infilano le scarpe prima di uscire di casa. Solo che di "strategico" Piombino ha ben poco da decenni. È una realtà che vive, faticosamente, di sussidi. I lavoratori sono esasperati, ultimamente hanno messo in piedi l’ennesimo presidio davanti alla fabbrica, ideale passerella per politici pronti a promettere. Tanto non costa niente. Purtroppo, nell’indifferenza dell’altra parte di comunità che quella fabbrica ha cominciato a odiarla, perché frena ogni altra occasione di sviluppo alternativo. Un sindacalista Fiom, anni fa, mi fece capire molto con questa frase: «Piombino è l’unico posto dove non dobbiamo litigare con la questura per il numero dei partecipanti alle nostre manifestazioni. Negli altri casi fornisce cifre inferiori alla realtà, qui dichiara cifre più alte delle nostre».

Piombino è un posto che da tempo ha perso la speranza e quelli che lottano sono sempre più soli, costretti ad assistere al balletto delle promesse. Anche quelle di chi ha fatto perdere anni preziosi prima dietro a un giordano pluri inguaiato in tutto il mondo (Khaled al Habahbeh) smascherato dal Tirreno e dal Sole 24 Ore e abbracciato come benefattore dalla politica locale. E poi dietro all’algerino Issad Rebrab di Cevital, un imprenditore solido ma proveniente da un Paese che impedisce l’uscita di capitali. Tempo sprecato, non senza qualche surreale passeggiata sul corso a braccetto con sindacalisti e amministratori, per poi tornare alla casella del via.

Solo che nel frattempo si sono persi anni, gli impianti si sono deteriorati e sono pieni di amianto. Là dentro vengono colpevolmente ancora mandate a lavorare persone costrette a tenere in piedi i pochi impianti rugginosi in grado di dare fatturato di qualità ai nuovi proprietari, gli indiani di Jsw. Ora sono aggrappati a una commessa di rotaie da Rfi e al possibile ingresso dello Stato, di fatto al ritorno delle Partecipazioni statali. Per dire che forse si farà ma non è detto, anche negli ultimi tempi, si sono messe in piedi gigantesche trombonate farcite di improbabili e grottesche promesse. A Piombino, purtroppo, con le prese in giro potrebbero fare un festival come quello di Sanremo, inarrivabile. Altro che veleno, molto peggio. Fiumi di parole tossiche. Bugie, illusioni, ipnotismo collettivo. Sì, è vero, c’è la crisi e tutto è più complesso. Ma se per pensare di venirne fuori, dobbiamo aggrapparci a questo modo di fare politica abbiamo poche speranze. --

twitter: @s_tamburini

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