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Mps, l’incubo è lo “spezzatino”. La Toscana pronta a ribellarsi

Cristiano Pellegrini
Andrea Orcel
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Andrea Orcel

Unicredit non vuole il Monte ma solo gli sportelli toscani e del Nord est.Quelli del sud a Mediocredito. Levata di scudi: "L’istituto resti unico e con lo Stato"

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Siena. Il governo Draghi avrebbe cominciato a prendere in esame nei dettagli il dossier caldo di Monte dei Paschi di Siena per l’uscita del Ministero dell’economia e finanze, attuale azionista di maggioranza della banca senese con il 67 per cento.

Un’uscita, totale o parziale, che dovrà avvenire entro aprile 2022 dopo i negoziati con l’Unione Europea che hanno permesso di spostare di qualche mese l’iniziale scadenza di fine 2021.

Quelli che ci aspettano fino ad allora saranno mesi infuocati, fatti di trattative e smentite, guerre politiche e ipotesi. L’ultima, solo in ordine temporale, è quella di uno spezzatino che potrebbe portare Unicredit a prendersi parte delle attività del Monte in Toscana e nel Nordest, mentre le filiali del Sud del Monte potrebbero invece interessare Mediocredito, il gruppo bancario fortemente voluto dall’ex premier Giuseppe Conte per salvare la Popolare di Bari.

A Siena resterebbe, in base a questa ipotesi, perlomeno per qualche anno, il quartiere generale di Mps come più volte richiesto dagli enti locali e regionali oltre che dal socio storico Fondazione Mps. La banca più antica del mondo, di fatto, verrebbe notevolmente ridimensionata a una banca del centro Italia.

L’ipotesi spezzatino sarebbe caldeggiata e ben vista dal nuovo amministratore delegato di Unicredit Andrea Orcel che, invece, non vedrebbe di buon occhio le nozze semplici con il Monte dei Paschi di Siena come invece era stato prospettato in una prima fase.

Tra i piani di Draghi ci sarebbe però quello di dare vita ad un duopolio bancario in Italia: Intesa Sanpaolo e Ubi Banca da un lato e Unicredit con Mps e Banco BPM dall’altro.

Quel che è certo è che l’ipotesi spezzatino è di difficile digestione per Siena e per la Toscana che sono pronte a dichiarare battaglia per evitare di perdere in una partita di ridistribuzione del peso nel mondo del credito a livello nazionale l’istituto di riferimento per la regione. Un’ipotesi che al momento lascerebbe aperti troppi dubbi per la mancanza di una reale prospettiva e ricaduta sul territorio e anche per la mancanza di garanzie del mantenimento dei livelli occupazionali.

Nei giorni scorsi il presidente della Regione Eugenio Giani e il sindaco di Siena Luigi De Mossi hanno detto a voce univoca che attendono di essere convocati dal Ministero dell’economia e finanze per parlare del futuro della banca.

Stessa cosa il presidente della Fondazione Monte dei Paschi che contemporaneamente ha aperto a una trattativa sulla richiesta di risarcimento danni da 3,8 miliardi di euro dell’ente di Palazzo Sansedoni nei confronti della banca.Il primo spezzatino, a dire il vero, era stato ventilato già a gennaio scorso con un matrimonio tra Unicredit e Mps e la contemporanea nascita di una banca territoriale a Siena. E già a gennaio ci fu la levata di scudi degli enti ma soprattutto da parte dei sindacati che in quell’ipotesi avevano visto «un contentino politico senza nessuna prospettiva occupazionale». «Ribadiamo che siamo nettamente contrari» ha detto Federico Di Marcello, segretario della Fisac Cgil di Siena di Banca Mps. «Puntiamo a mantenere la banca nella sua interezza – aggiunge – e sosteniamo da tempo che lo stato debba rimanere nell’azionariato della banca fino al suo risanamento». Che sarebbe ben oltre quell’aprile 2022 negoziato con l’Unione europea. —

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