Attenzione
Una lezione dalla Germania
L'intervento. Nessuna attenzione è stata data sinora fuori dalla Germania alle dimissioni di un tal Osterloh da presidente del Consiglio dei lavoratori del gruppo Volkswagen
Nessuna attenzione è stata data sinora fuori dalla Germania alle dimissioni di un tal Osterloh da presidente del Consiglio dei lavoratori del gruppo Volkswagen che non pochi pensavano fosse il vero capo del grande gruppo automobilistico. In realtà tali dimissioni meritano essere considerate sia perché illuminano il sistema industriale tedesco, il primo in Europa e tra i maggiori del mondo, sia per la specifica motivazione.
In Germania, tutte le imprese con 2.000 o più dipendenti per legge devono far nominare dai lavoratori metà dei componenti del consiglio di sorveglianza che, a sua volta, sceglie il Consiglio di amministrazione che governa l’impresa. Qui la situazione del gruppo Volkswagen non è certo molto brillante. L’utile operativo in tempi normali era il 7,4% del fatturato ed è calato al 5,3% nell’anno in corso. Per giunta la maggior parte dello stesso è ottenuto nei veicoli sportivi di alta qualità come Audi e Porsche nei quali c’è poca concorrenza. Altri profitti vengono dalla Cina dove i lavoratori non contano nulla. Le menzionate dimissioni importano perché una motivazione delle stesse è stato il tentativo non riuscito di opporsi alla scelta, da parte del management, di trasformare la Volkswagen in un produttore di veicoli elettrici.
Questa decisione, infatti, implica che la maggior parte dei 660.000 lavoratori dovrà essere addestrata per svolgere i nuovi compiti in un sistema radicalmente modificato e, in non pochi casi, mandati anticipatamente in pensione proprio perché, a una certa età, non è facile apprendere nuovi modi di lavorare. Quali sono, dunque, le lezioni che possiamo trarre dall’ esperienza della Volkswagen? Istintivamente verrebbe da pensare che una partecipazione dei lavoratori alla gestione aziendale comporti poca cura per il futuro e, quindi, agli investimenti in innovazione e molta, invece, per i compensi alle classi più basse dei lavoratori. In realtà questo è vero qualche volta, ma non sempre. Molto dipende dalla cultura dei sindacati che di fatto guidano i lavoratori e i loro rappresentanti. I pubblici poteri, per altro, possono influire sugli orientamenti dei sindacati. Ad esempio si potrebbero introdurre incentivi fiscali sui premi dati ai lavoratori ove l’azienda si sia sviluppata a un ritmo predeterminato nell’ultimo decennio o altro periodo scelto. Analoghi provvedimenti potrebbero essere presi per le innovazioni tecnologiche. Con un po’ di fantasia nuovi incentivi si potrebbero immaginare.
A questo punto una domanda si pone su quale lezione può trarre l’Italia che di imprese di grandi dimensioni ne ha poche. Una legge che, come in Germania, obblighi le grandi aziende ad avere una rappresentanza dei dipendenti nei consigli d’amministrazione è opportuna, ma non è sufficiente. Occorre una normativa che limiti la concorrenza basata su dumping sociale e/o ambientale. Va, poi, migliorato l’addestramento continuo dei lavoratori. È soprattutto necessario un miglioramento culturale. In Italia già oggi imprese di diverse dimensioni hanno di fatto una collaborazione dei lavoratori alla gestione con suggerimenti per migliorare produzione e prodotti. Introdurre incentivi perché soluzioni analoghe si diffondano è una necessità per un’economia che, terminata la crisi del Covid-19, deve necessariamente migliorare cambiandosi. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
