Il Tirreno

Toscana

Quando la morte non provoca lo stesso scalpore

Paolo Nencioni
Quando la morte non provoca lo stesso scalpore

Il commento. Che differenza c’è tra Sabri e Luana? Nessuna. Lui aveva 22 anni, lei ne avrebbe compiuti 23 a giugno

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Che differenza c’è tra Sabri e Luana? Nessuna. Lui aveva 22 anni, lei ne avrebbe compiuti 23 a giugno. Entrambi sono morti mentre lavoravano, lui stritolato da un “apriballe” alla Millefili di Montale, lei schiacciata da un orditoio all’Orditura Luana di Montemurlo. Eppure una differenza c’è, evidente, macroscopica, in quello che è successo dopo le due tragedie. Della morte di Sabri Jaballah, avvenuta il 2 febbraio, hanno parlato diffusamente le cronache locali ma non c’è stata la valanga di reazioni seguita alla morte di Luana D’Orazio, il 3 maggio. Uno tsunami emozionale e in certi casi retorico che ancora oggi agita il mare delle cronache. In altre parole, Sabri non ha “bucato lo schermo”, Luana sì.

Un po’ è anche colpa nostra, colpa del circuito mediatico che certe volte, troppo spesso, va in corto. Detta fuori dai denti, Luana ha riempito le prime pagine dei giornali e i titoli dei notiziari tv non solo perché è morta, ma anche perché lascia un figlio piccolo e perché sono comparse le foto di una ragazza che sembra una bambina, lontane dall’immaginario collettivo di un’operaia che lavora alle macchine tessili. E poi, se vogliamo dirla tutta, Luana e Sabri erano tutti e due italiani, ma lui ha un cognome tunisino.

A ricordarci questa differenza non di trattamento ma di attenzione è stata ieri mattina la madre di Sabri, Alya Tyahi. C’era anche lei in piazza Santa Maria delle Carceri, dove i sindacati hanno convocato la manifestazione per chiedere più sicurezza nei luoghi di lavoro. In mano teneva una foto del figlio e si è fermata sulla scalinata del Castello prima di salire sul palco. «Sì, a Sabri è successa la stessa cosa – ha mormorato – ma non c'è stata la stessa attenzione, perché Sabri era straniero e Luana era italiana. Ecco perché».

Non si tratta necessariamente di razzismo. I meccanismi della comunicazione sono legati alla necessità di raccontare una storia, e quella di Luana aveva ingredienti che sono risultati più “appetibili”, soprattutto in televisione. Ecco perché in questi giorni il piccolo schermo ha scoperto che in Italia si muore di lavoro. Infortuni mortali che ieri sarebbero finiti nelle “brevi” oggi diventano l’apertura di un telegiornale, e andrà avanti così per un altro paio di giorni, prima di tornare a una normalità che non è normale, perché non è normale che un ragazzo o una ragazza di poco più di 20 anni esca di casa per andare al lavoro e non torni più.

Dovremmo sforzarci tutti di guardare negli occhi Alya Tyahi e farle capire che la morte di Sabri conta quanto quella di Luana. Che non ci sono morti di Serie A e morti di Serie B. Lei purtroppo lo sa già. «Ho pianto anche per Luana come se fosse morto un altro mio figlio» ha detto. Siamo noi che ogni tanto ce ne dimentichiamo e andiamo dietro all’onda emozionale. Alya Tyahi ci ha riportato con tutti e due i piedi dentro la realtà. Non è un caso se la delegata sindacale che ha dovuto parlare dal palco dopo di lei ha avuto qualche difficoltà a cominciare, perché la realtà molto spesso fa male. —

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