Il dolore
La guerra fredda dei vaccini
Qualcuno ha paragonato la richiesta del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, di sospendere i brevetti dei vaccini per consentirne la produzione a minor prezzo e la diffusione a tutti, allo storico "whatever it takes" di Mario Draghi: si disse allora per salvare l’euro, si ripete oggi per permettere anche ai paesi più poveri di raggiungere rapidamente un’immunità di massa.
Però, paragone per paragone, è facile osservare che mentre a Francoforte, raggiunto l’accordo politico, bastava schiacciare un bottone per far uscire dalle casse della Bce tutti i soldi che servivano, mettere d’accordo i governi di mezzo mondo, i paesi dove si producono i vaccini e i Big Pharma che ne detengono i diritti, è questione infinitamente più complessa. Per risolverla non basta gridarlo al mondo.
Questo naturalmente Biden lo sa benissimo, e anche Draghi che si è subito schierato con il presidente Usa, ed Emmanuelle Macron, e pure Angela Merkel che invece si è assunta il compito di gridare "il re è nudo" e di frenare gli entusiasmi.
Dunque dobbiamo sapere che il negoziato sarà lungo, che i protagonisti ne sono coscienti, che qua e là le trattative sono già cominciate e che sono possibili soluzioni meno drastiche di una sospensione dei brevetti che avrebbe tra i tanti effetti anche quello di deprimere la spinta agli investimenti in ricerca, decisivi per scoprire nuovi farmaci.
Tra le idee alternative, per esempio, c’è di concedere le licenze di produzione ai paesi più bisognosi, ma poi lì sarebbe necessario realizzare i siti di produzione, che costano un sacco e sono molto sofisticati, e garantire che il prodotto abbia la stessa alta qualità. Partita non facile né veloce, dunque.
E però, detto questo, è molto importante che intanto Biden abbia lanciato un preciso messaggio politico, che è quasi un’introduzione a ciò che potrebbe accadere d’ora in avanti. Perché intorno a vaccini e brevetti, e qui ce lo siamo già detto, si svolge, inevitabilmente, anche una delicata battaglia geopolitica: Russia e Cina spingono per imporre i loro vaccini, e la loro presenza strategica, nei grandi mercati africano e indiano; gli Stati Uniti, viceversa, faranno di tutto per arginarne le velleità di espansione; la Germania gioca ancora un’altra partita proteggendo gli stabilimenti che producono vaccini in territorio tedesco e difendendo il suo ruolo strategico di mediazione tra Europa, Russia e Cina.
E l’Europa? L’Unione è ancora tutta da costruire, come mostra la linea Merkel e come conferma la cautela con la quale Ursula von der Leyen ha accolto la proposta Biden.
Un primo termometro dello stato di salute sono state le conclusioni del vertice di Porto; un altro dalla Conferenza sul futuro dell’Europa, con l’intento ambizioso di rilanciare l’Unione, magari anche ripensando alle norme che ne regolano le attività.
Ma prima ancora che i lavori avessero inizio, molti Stati membri si sono già pronunciati per limitare i poteri della Conferenza e comunque contro la revisione dei trattati che l’emergenza Covid ha mostrato in tutta la loro fragilità. Cominciamo bene... --© RIPRODUZIONE RISERVATA
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