Il Tirreno

Toscana

l'intervento

Se il disprezzo vale più della galera

Mauro Grassi
Giorgio Pietrostefani
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Giorgio Pietrostefani

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Arrestati sette ex brigatisti. Nomi poco conosciuti dal grande pubblico. A parte Pietrostefani, ex dirigente di Lotta Continua, accusato e condannato per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi. Si tratta di personaggi che hanno agito negli anni ’70, primi anni 80’, nelle Brigate rosse o nei Nuclei armati mietendo vittime innocenti e spargendo nel Paese un veleno ideologico aberrante che ha finito per connotare di sé la politica di quel periodo. Appunto gli anni di piombo. E il piombo fu quello delle pallottole ma anche il colore grigio e cupo che accompagnò la vita di tanti militanti che, specialmente a sinistra, si trovarono a lavorare politicamente fra l’incudine di uno Stato arretrato e spesso colpevole di nefandezze e un movimento terroristico che scambiava gli omicidi personali per lotta rivoluzionaria.

Due sensazioni, contrastanti, mi assalgono. La prima è quella di vedere finalmente accantonata, grazie al nuovo approccio di Macron e alla credibilità del governo italiano con Draghi, la dottrina Mitterand che per anni ha fatto della Francia un luogo sicuro per terroristi condannati in Italia non da tribunali speciali di un paese dittatoriale ma da tribunali ordinari di un Paese democratico.

La seconda, accettando su questo punto la riflessione di Adriano Sofri sul Foglio e aderendo alla cultura della pena non come vendetta ma come strumento di rieducazione, come sembra dirci la Corte Costituzionale che ha obiettato sul carcere a vita, è quella di trovarsi di fronte a personaggi che nulla o poco hanno a che fare con la genesi e la motivazione dei delitti contestati. Si tratta infatti di persone che hanno commesso quei delitti 40 e più anni fa, all’interno di una logica aberrante ma certamente di tipo politico e non criminale, per cui resta difficile dare un senso alla attuale carcerazione. Di sicuro non mi straccerò le vesti se andranno in carcere a scontare, nella parte finale della vita, la pena inflitta loro dal tribunale. Ma sono altrettanto lontano dalla strumentale eccitazione di quanti, in particolare politici, si sentono tutt’a un tratto ripagati da una mancanza di giustizia per tanto tempo accettata e vissuta nell’oblio.

C’è invece una terza sensazione che sento nel profondo dell’animo. Ed è il disprezzo e la rabbia per questi personaggi. Certo in primo luogo per i delitti commessi verso vittime innocenti. Ricordo come fosse ora il dolore alla Tv dei familiari, degli amici e dei colleghi. E ho letto tanti racconti di figli e di mogli colpite duramente per tutta la vita. Ma, come militante attivo in quegli anni bui, mi viene l’amarezza per non aver potuto giocare una partita che all’inizio sembrava ben avviata. Col ’68 molti di noi, giovani di allora, iniziammo a fare politica e ci accompagnò nella crescita una visione creativa, ironica e spensierata della politica. Si pensava di cambiare il mondo. Forse non si sapeva bene come fare. Ma era certo che ci ribellavamo alle regole assurde, al grigiore di certi apparati e a un potere che nella società non si fondava sul merito ma sulla forza.

Ecco, con gli anni di piombo tutto cambiò. Non ci fu più spazio per tentare di modificare il sistema in maniera democratica agendo sui principi di "spensieratezza" e di "partecipazione" vissuti nel ’68. La battaglia politica diventò guerra. Gli apparati ebbero la meglio sui movimenti. E la violenza, fisica e verbale, ebbe la meglio su un intero periodo che poteva essere invece fecondo di innovazione. La rivoluzione dei terroristi contribuì a bloccare le spinte al cambiamento di un intero Paese. Ecco perché la galera per questi personaggi, pur giusta e adeguata dal punto di vista giuridico, non mi esalta. È passato tanto tempo. Per me potrebbero restare dove sono stati in questi anni nel disinteresse, nell’oblio e nel disprezzo di chi ha vissuto quei tremendi anni. --

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