Toscana
Gli appetiti intorno a quei 241 miliardi
Mettiamola così: e ora che la luna di miele con Mario Draghi volge al termine? In altre parole: fintanto che la missione del governo è vaccinazioni a tappeto, e approvazione del piano italo-europeo (Pnrr) che porterà con sé una pioggia di 241 miliardi di euro, era scontato che intorno al premier si formasse una larghissima maggioranza. Perfino Giorgia Meloni, indomita paladina dell’opposizione, ha scelto di astenersi in Parlamento per non sembrare contraria alla valanga di denaro in arrivo. Ma ora tutto cambia, si entra nel dettaglio, bisognerà scegliere e schierarsi e l’anima profonda (il proprio elettorato di riferimento) inevitabilmente tornerà a farsi largo. Con tutti i rischi connessi.
Le scadenze più calde sono tre. Vicinissime. La prima riguarda i 130 progetti con i quali spendere i miliardi del Recovery.
Definiti i sei capitoli del piano, adesso si parlerà nel merito dei singoli investimenti e ciò chiama in causa ministeri, Regioni, cabine di regia, tecnici e politici. Ognuno vorrà dire la sua, interloquire ed emendare. Magari frenare. E infatti Draghi paventa «l’inerzia istituzionale», la palla al piede della pubblica amministrazione oberata da «una stratificazione normativa di trent’anni». E bisogna pure fare presto, molto presto se si vuole incassare subito, in estate, la prima tranche dei fondi europei.
Poi toccherà alle riforme, sulle quali l’Ue insiste e sulle quali Draghi (con l’Italia) rischia la faccia. Il solo elenco fra tremare le vene e i polsi: la giustizia; la semplificazione normativa; la concorrenza; il codice degli appalti; il fisco... Secondo il calendario che si è dato il governo, le relative leggi delega dovranno arrivare in Parlamento entro luglio. Insomma, in tre mesi bisognerà riuscire lì dove hanno fallito una quindicina di governi.
Terzo appuntamento, l’ordinaria amministrazione, che poi tanto ordinaria non è. Anche qui, basta l’elenco: il destino di Alitalia e Ilva; il caso Autostrade e la sistemazione del Monte dei Paschi di Siena; il ruolo della Cassa depositi e prestiti e centinaia di nomine ai vertici delle maggiori partecipate dello Stato: se si pensa quello che si è scatenato intorno a mezz’ora di chiusura in più o in meno dei ristoranti...
Tempi duri e decisivi. E il contesto, purtroppo, non aiuta. Se non altro per fatali coincidenze. Le maggiori forze politiche, come Pd e M5S, hanno appena rivoluzionato la loro leadership, ma sia l’una che l’altra devono fare i conti al loro interno con chi non condivide la scelta di legare il proprio destino a Draghi.
La Lega, invece, deve misurarsi ogni giorno con la difficoltà di stare al governo cercando di non perdere la carica protestataria e oppositiva che l’ha fatta volare nei sondaggi: quanto reggerà Salvini nel doppio ruolo? Resisterà fino al 2023, scadenza naturale della legislatura? E infine, il problema finale e decisivo: la successione di Mattarella, che si intreccia anche con il futuro personale di Draghi e con quello del Recovery. Presto bisognerà scegliere: a lui il compito di portare a termine il piano (il 70 per cento dei fondi saranno stanziati nei primi due anni)? O lasciare che ne sorvegli l’attuazione dal colle più alto e ambito, il Quirinale? Che grande gioco intorno a quei 241 miliardi... --
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