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Aperture per il 1º Maggio, il Pd infuriato con Giani: «Stufi del suo metodo di governo»

Mario Neri
Aperture per il 1º Maggio, il Pd infuriato con Giani: «Stufi del suo metodo di governo»

Il gruppo dem in Regione scrive al presidente dopo l'ordinanza per negozi, supermercati e centri commerciali: diciassette righe di fuoco che ricordano il significato della festa. Lui replica: «L’ho fatto per chi è in crisi»

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FIRENZE. È come se lo accusassero di essersi dimenticato dei più deboli, di aver tradito «una bandiera di diritti e libertà», di aver violato un pilastro della cultura di sinistra, l’architrave dei valori del partito. «Per questo, caro presidente, ti esprimiamo civilmente il nostro dissenso». Un messaggio durissimo, uno strappo senza precedenti, concepito come un monito, un altolà, perfino un avvertimento a non ripetere errori simili quello che il gruppo regionale del Pd sancisce con una lettera inviata a Eugenio Giani alla vigilia del 1° Maggio. Qualcosa di più di una semplice strigliata messa nero su bianco contro il presidente per aver deciso le aperture, seppur parziali, di negozi, supermercati, ipermercati e centri commerciali nella festa dei lavoratori.

Un messaggio che giunge al presidente mentre è in macchina, di ritorno da Roma, dal ministero dello Sviluppo economico, dove s’è di nuovo impantanato il tavolo sulla salvezza degli operai della Bekaert. «Ho preso questa decisione pensando di dare ossigeno soprattutto ai piccoli esercenti che hanno sofferto la crisi del Covid. Non metto assolutamente in discussione il 1° Maggio», dice Giani. «Garantisco che è stata un’eccezione, non si ripeterà, dal prossimo anno si torna a celebrare la festa come sempre, i negozi e i supermercati saranno chiusi». Non solo. Proprio in tarda serata, il 30 aprile, fanno notare ora dall'entourage di Giani, il Tar in Piemonte ha dato ragione a Federdistribuzione contro la delibera con cui il presidente Alberto Cirio aveva stabilito la chiusura dei supermercati per la festa dei lavoratori, di fatto consentendo le aperture. 

Insomma, Giani si appella alle ragioni dell’emergenza prima e alle decisioni della giustizia amministrativa, ma è chiaro che si è aperta una crepa nei rapporti con la maggioranza e il suo partito. Lo rimproverano soprattutto per aver deciso e poi fatto una giravolta, prima annunciando mercoledì di voler chiudere negozi e supermercati e poi il giorno dopo aver firmato un’ordinanza che ne consentiva l’attività fino alle 13. Un dietrofront che ha scatenato la furia dei sindacati e lo sciopero. «Vergogna, non hai credibilità», ha tuonato la Cgil. Proprio il nodo sui cui adesso i dem temono che Giani possa mettere a rischio la tenuta del partito in Toscana.

Un terremoto che scuote il suo governo al culmine di mesi difficili, contrassegnati da inciampi, infortuni, dai ritardi ed errori nella campagna vaccinale fino all’imbarazzo alimentato dagli sviluppi politici seguiti all’inchiesta sulle concerie. «Deve essere credibile, in gioco non c’è solo la sua credibilità ma quella di tutti noi. Siamo stufi di questo metodo di governo, serve condivisione», raccontano si sia sfogata Simona Bonafè con i fedelissimi. Non solo la segretaria toscana era informata ma ha dato il suo ok alla lettera. Non era mai successo neppure nell’era Rossi, quando Enrico il “comunista” per un po’ dal Pd fuggito, doveva vedersela con un gruppo consiliare Pd di ultrà renziani. Nemmeno l’ex scissionista che il Giglio magico e poi le sue germinazioni lottiane hanno sempre mal sopportato è mai stato sconfessato così dalla sua maggioranza. «Temiamo che il messaggio che sta passando sia sbagliato e la Toscana non può mandare questi segnali, non può ammainare la bandiera del 1° Maggio – scrivono i consiglieri dem – neppure per mezza giornata, neanche in una pandemia. Riteniamo che le battaglie per i diritti dei lavoratori non debbano essere delegate solo ai sindacati, lasciandoli soli, ma devono essere parte integrante della nostra azione politica».

Diciassette righe di fuoco, in cui i dem ricordano a Giani il significato della festa «come simbolo di emancipazione» dei lavoratori e che anche in Toscana ci sono ancora «aree di sfruttamento». Il pensiero va ai rider, ma «anche ai tanti lavoratori della grande distribuzione che in questo anno di lockdown e restrizioni hanno aiutato a continuare a vivere, spesso mettendo a rischio la propria vita. Che cosa rischia di dire loro la Toscana impedendogli di celebrare la propria festa?», chiedono i dem. Una bordata accusata anche nell’entourage del presidente. «Attaccano Eugenio perché hanno vissuto come una sconfessione la sua proposta per abrogare l’emendamento pro-concerie, in fondo i firmatari erano Pieroni, Mazzeo, Nardini e Sostegni, espressione di tutte le correnti», filtra l’irritazione dal Pegaso magico. «È quasi offensivo – si arrabbia il capogruppo Vincenzo Ceccarelli – pensare che possiamo barattare il 1° Maggio con una cosa del genere». Certo, c’è chi avrebbe preferito un’altra formula. Ma questa volta, assicurano gli strateghi dem, in gioco c’è il codice genetico stesso del Pd. E nel granaio del Pd, la Toscana. Amputare la festa dei lavoratori significa modificarlo. «Deve coinvolgerci di più nelle decisioni». E c’è chi pensa anche a nuovi innesti nel suo staff. «Magari un consigliere politico di peso». —

(aggiornato alle ore 15 del 1° maggio 2021)

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