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Il punto

I tanti conciatori onesti ora prendano l'iniziativa

Cristiano Meoni
Il depuratore Aquarno a Santa Croce sull'Arno
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Il depuratore Aquarno a Santa Croce sull'Arno

Nel 2004 il primo ministro cinese Wen Jiabao visitò le concerie di Santa Croce e volle sapere tutto sul sistema di depurazione. Cosa è successo nel frattempo, per dilapidare questo capitale di reputazione?

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Pechino, settembre 2003. Con il presidente della Regione Claudio Martini c’ero anch’io, inviato dal Tirreno a sondare quel grande mercato che si era aperto. E c’era Piero Maccanti, direttore dell’Associazione dei Conciatori di Santa Croce sull’Arno. Massì, lo stesso Maccanti indagato nell’inchiesta della Dda come avvelenatore, con la stessa barba, la stessa facondia, lo stesso naso da cane da tartufi, ma per gli affari. Fu una delle star della missione sponsorizzata dalla Regione, riportando a casa un accordo per la costruzione di un depuratore nella regione dello Henan. La Cina si stava intossicando con il suo tardivo ma impetuoso sviluppo e il distretto toscano era “il” modello a cui guardare. Al punto che, l’anno dopo, il primo ministro cinese Wen Jiabao visitò le concerie di Santa Croce e volle sapere tutto sul sistema di depurazione. I conciatori erano increduli e commossi.

Cosa è successo, nel frattempo, per dilapidare questo capitale di reputazione? Quale malattia si è insinuata nelle vene del più grande distretto conciario d’Europa, fino a trasformare un modello in uno scandalo? Quale follia autodistruttiva se non quella dettata dall’avidità, inquini quattro e paghi uno? Come è potuto accadere che Santa Croce divenisse una terra dei fuochi un po’ più a nord?

Risparmiare qualche milioncino di smaltimento ma produrre un danno di immagine incalcolabile, nell’epoca in cui la reputazione è economia, in cui tutte le grandi società – tantopiù le griffe clienti delle concerie – sono attente alle ricadute sociali ed ambientali del proprio agire, il tempo dei bilanci etici, il tempo della comunicazione spietata in cui basta un #metoo a decretare una fine: ecco, chi ha compiuto questo disastro dovrebbe essere isolato. E dovrebbero battere un colpo i tanti che ne sono vittime. E vincere la ritrosia e la prudenza e tirare una riga che separi il prima dal dopo. Il grigio in cui è prosperato il rapporto incestuoso tra impresa e politica – con quest’ultima divenuta lo zerbino su cui gli inquinatori si nettavano le scarpe – e il verde di un’economia sostenibile che sembra un costo ma è un investimento perché il consumatore sarà portato a premiare chi non inquina e chi non sfrutta. L’economia della reputazione è cento volte più redditizia dei calcoletti degli indagati. E i margini per assorbire il costo della sostenibilità, che è un valore, non mancano in borsette firmate e costosissime.

La parte buona dell’imprenditoria rompa il silenzio e prenda l’iniziativa. E giochi a carte scoperte. C’è un problema, il Keu che non si sa come smaltire? Si trovi una soluzione tecnologica, si cerchino i soldi nel piano nazionale per la ripresa che tanta attenzione riserva alla transizione ecologica. Per tornare quelli che eravamo quando il presidente cinese veniva a Santa Croce a studiare. 

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