La manifestazione
Le riaperture un'eterna battaglia
La chiassosa guerra delle riaperture era già scoppiata molto prima che si potesse anche solo immaginare un rapido ritorno alla normalità. Ora, con l’annuncio di una ripresa della vita quotidiana - pur se cadenzata tra il 26 aprile, il 15 maggio e gli inizi di giugno e di luglio - si potrebbe pensare che il vocìo polemico finisca; e invece è facile che continui. Perché qui non si tratta solo di virus e vaccini.
Cominciamo da Matteo Salvini, che ha finora brillato per ardore polemico. Il fatto è che per giustificare a se stesso e al suo popolo perché mai si sia imbarcato nel governo di Mario Draghi, il Capitano deve ripetere ogni giorno o che qualcosa non va, o che qualcosa è stato fatto solo grazie a lui. Pochi giorni fa, per capirci, si è precipitato in tv per anticipare lui ciò che il premier avrebbe annunciato solo il giorno dopo. Primo! La presenza in un governo di larga maggioranza, che si fonda su una comune responsabilità, lo spinge a contenersi un po’, ma un certo spiritaccio resta: ha invocato, per esempio, che si aprisse tutto e subito, ma temperando l’appello con un più realista «lì dove le condizioni lo consentano». Che è più o meno ciò che ha detto e fatto il governo, ma insistere più sull’obiettivo che sulle condizioni rende più netto il messaggio.
In questo quadro rientra anche un’altra guerra, contro il ministro della Salute, Roberto Speranza, considerato l’anello debole della catena e dunque ideale nel ruolo di capro espiatorio per ritardi, difficoltà, intoppi. Il che suona alquanto strumentale, se non altro perché non c’è stata decisione che non sia stata condivisa da un esercito di ministri, partiti, parlamentari, commissari, virologi e scienziati, salvo essere smentita o ignorata da presidenti di Regione pronti poi a fare la faccia feroce contro il governo.
In questa corsa ad affermarsi come l’opposizione più dura che c’è, spicca naturalmente anche Giorgia Meloni. Che ha però un altro conto in sospeso, tutto interno alla destra: talmente tesi sono i suoi rapporti con l’alleato di un tempo da spingerla ad alzare la posta e a minacciare una mozione di sfiducia contro il ministro Speranza sulla quale costringere Salvini a pronunciarsi. Che farà? Entrambi non sanno cosa otterranno, ma hanno le stesse necessità. La prima è logorare il governo, sminuendone ogni azione e attaccandolo ai fianchi (Draghi ha di nuovo difeso Speranza: «L’ho scelto io e ne ho piena fiducia». Traduzione: attaccando lui attaccate me); l’altra è decidere che fare domani.
E già, perché a un certo punto, non così lontano, la tensione Covid si attenuerà, il Paese ripartirà e il merito non sarà né di Salvini né di Meloni, ma proprio del poco amato governo. Inoltre il calendario vuole che la prossima sia la stagione del semestre bianco, del dopo Mattarella e della campagna per le successive elezioni politiche. Alle quali sia Salvini che Meloni dovranno decidere come presentarsi, quale ruolo assumere, se allearsi o correre da soli. Noi, più terra terra, preferiamo pensare invece ai 57 grandi cantieri che apriranno nei prossimi mesi. Lavoro e crescita. Un domani ben più concreto. --
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
