Sicurezza
Superlega: Giuda, gli apostoli e il calcio in croce con i Barabba liberi
L'editoriale. Sì, questa è una nefandezza. Ma una volta messo in chiaro il principio bisognerà anche chiedersi perché ci siamo arrivati
Il calcio, e non solo quello, finisce in croce al termine dell’ultima cena con dodici apostoli avidi e arruolati nella battaglia triste dell’egoismo. Sì, c’è anche Giuda, ed è italiano, si chiama Andrea Agnelli, quello che ha l’aggravante di giocare su tre tavoli e di rinnegare in extremis anche l’amicizia personale con il numero uno della Federazione europea, Aleksander Čeferin. Gli altri undici escono allo scoperto quando ormai la croce è già piantata sul terreno ma non sono certo dei santi. Fanno parte a pieno titolo della Congrega dell’egoismo e lanciano un segnale devastante al globo terracqueo: noi siamo noi e voi (altre squadre, il mondo dello sport) non siete un cazzo.
Solo che non è un film, non c’è Albertone, e questi Marchesi del Grillo del terzo millennio non fanno ridere. Questa Super Lega è una cosa che fa semplicemente orrore e non va vista solo come una bega fra chi gioca il calcio e chi lo organizza. Questo è un puro atto di prepotenza, figlio della globalizzazione più deteriore, è il potere dei soldi che scavalca quello delle istituzioni. Un ritorno all’epoca di vassalli, valvassori, valvassini e servi della gleba. Gli ultimi sono gli appassionati, da troppo tempo arieti o scudi umani per una sorta di strategia dell’abuso di passione popolare per far passare ogni nefandezza.
Sì, questa è una nefandezza. Ma una volta messo in chiaro il principio bisognerà anche chiedersi perché ci siamo arrivati. Tutto questo accade nel mondo più conservatore dell’universo sportivo, l’ultimo ad aprire alla tecnologia nella gestione delle regole, l’ultimo a mantenere in piedi un sistema di giustizia sportiva feudale, l’ultimo a liberarsi di sistemi di potere basati sui voti comprati. Non scordiamoci che la Fifa, la Federazione internazionale del calcio, fino al 2015 è stata in mano al despota Sepp Blatter. Presidente per 17 lunghi anni, preceduti da altri venti da direttore tecnico e segretario di quell’organizzazione. Un padrone dispensatore di favori, manovratore di potere per il potere.
Da qui bisogna partire per capire una storia fatta di ricerca di soldi per fare altri soldi, per farne altri ancora. E tappare buchi di bilancio che riguardavano la maggior parte delle società di vertice e gli organizzatori di manifestazioni internazionali, perché la fetta più grossa restava sempre alla Federazione internazionale.
Un mondo così, capace di vivere molto al di sopra delle proprie possibilità, a un certo punto si è trovato con delle pesanti aggravanti: le conseguenze dell’emergenza Coronavirus. Niente pubblico, niente pubblicità agli stadi, gli introiti da diritti tv in prospettive regressive. Non ovunque, perché ad esempio in Germania le maggiori società sono esempio virtuoso, hanno conti in ordine e se un loro presidente (Uli Hoeness, Bayern Monaco) finisce nei guai per una brutta storia di evasione fiscale, viene processato e sconta in galera fino all’ultimo giorno i tre anni e mezzo della condanna. E non è un caso che non ci sia nessun tedesco fra i dodici apostoli, fra le società che hanno dato vita a questo scisma nella più grande Chiesa laica, quella del Dio pallone.
Qui da noi no. Da noi ci sono presidenti che violano le regole del sistema di monitoraggio dei tamponi e se la cavano con un buffetto, ci sono regole violate per i pagamenti degli stipendi e tutto fila liscio, ci sono bilanci che fuori dal calcio porterebbero direttamente alla consegna dei libri contabili in tribunale. Qui da noi c’è stato un presidente federale squalificato per sei mesi per razzismo dall’Uefa, il ben poco rimpianto Carlo Tavecchio, quello di «Optì Pobà è venuto qua che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così. In Inghilterra va dimostrato il curriculum e il pedigree». Qui da noi ci sono presidenti che non vogliono il Carpi e il Frosinone in Serie A perché «sennò poi chi ci viene allo stadio» e poi con la loro squadra si trovano a essere il Carpi e il Frosinone del calcio europeo.
Siamo arrivati a tutto questo perché le dodici società dello scisma tutte insieme hanno quasi sei miliardi di debiti e la banca d’affari americana Jp Morgan gliene offre già quasi quattro in partenza, tanto per cominciare a giocare.
Basterebbero solo le parole del presidente dell’Uefa Čeferin a proposito di Agnelli: «Sono stato un avvocato di criminali di guerra per anni ma non ho mai visto niente del genere. Mai visto un tale bugiardo seriale mentire così insistentemente. Sabato alle 15 mi ha detto che erano solo voci».
Il problema è che l’Uefa offriva, offre, solo briciole. E in più, per giocare la Champions, unica gallina dalle uova d’oro di questo calcio retrogrado, c’è un piccolo scoglio non trascurabile da superare: qualificarsi ogni anno arrivando fra le prime quattro dei maggiori campionati. Per chi resta fuori è un bagno di sangue economico e per questo le Dodici Unte dal Signore dei Soldi hanno cancellato il merito: saranno inamovibili da questa fabbrica di soldi. E per le altre solo gli avanzi del banchetto, l’invito a un torneo preliminare per tentare di trovare la porta d’ingresso annuale per i pochi posti che restano.
Lo squilibrio ci sarà anche sui campionati nazionali, sempre che queste squadre restino a giocarli. Già è difficile così: negli ultimi trent’anni, a parte i due scudetti di Lazio e Roma, hanno sempre vinto Juventus, Milan e Inter. Non a caso le tre italiane della congiura. Le tre che, andando così le cose, si spartiranno anche i prossimi trenta. E che convenienza avrebbero altri investitori del pallone di spendere e spandere senza alcuna prospettiva certa di crescita? E comunque sarebbe una partecipazione molto più simile a un’esecuzione sommaria.
L’ascensore sociale, così, si blocca per sempre. Niente più favole Leicester, Sampdoria o Verona. E niente Sassuolo o Atalanta, esempi di calcio virtuoso. Ora comanda chi ha i soldi. O meglio, chi ha tanti debiti e un marchio da vendere per portare via il pallone, quello che conta. Come bambini bizzosi. Va così, andrà sempre più così. Il colore dei soldi viene prima dei valori. È vero, è un modello concepito in America per le Americhe ma lì è diverso il modo di approcciarsi allo sport, fra patatine fritte, coca cola e rutti liberi mentre si guarda distrattamente il gioco. Loro hanno anche il wrestling, dove tutto è finzione applicata a un gesto sportivo. E il nuovo calcio, vedrete, prima o poi sarà così: credibile come una schienata di Hulk Hogan.
Anche nel caso in cui venga trovato un accordo con i ribelli, non cambierà granché. Pure il format della nuova Champions è una concessione agli avidi. E in fondo è un po’ quello che accade fuori dal campo per destinazione, nel mondo reale. Non conta esser bravi, conta essere fra quelli giusti, fra quelli che hanno crocifisso il calcio e hanno salvato i tanti Barabba che gli girano intorno. --
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