La manifestazione
Il delicato intreccio del Quirinale
Mancano solo dieci mesi all’elezione del nuovo presidente della Repubblica e Sergio Mattarella ha già fatto sapere a tutti i profeti di un bis che lui non ci sta, non è proprio il caso. E mica una volta sola, l’ha detto: in pochi mesi si contano almeno quattro occasioni in cui il messaggio è stato esplicito. Già, ma perché ne ha sentito il bisogno? Ogni scelta per il Colle è delicata per definizione: da lì si esercita la somma magistratura, lì è lo snodo politico-istituzionale da cui discende l’equilibrio dell’intero sistema. Stavolta, poi, l’appuntamento cade proprio quando sarà necessario verificare i successi e le defaillances della campagna anti Covid, e pure avviare la realizzazione del Recovery plan. E per di più c’è sulla scena un outsider di nome Mario Draghi. E qui la faccenda si complica assai. Per il ruolo che egli ricopre, per la maggioranza atipica che lo sostiene e per l’ostile intreccio delle date.
Per molti, Draghi sarebbe il successore ideale di Mattarella, ma le contingenze non aiutano. È vero che l’Italia è un fantastico laboratorio politico dalle mille sorprese, ma non è mai successo che ci si trasferisse al Quirinale direttamente da Palazzo Chigi. Ma se accadesse, Draghi lascerebbe incompiuto un lavoro di emergenza e, una volta eletto, il suo primo atto sarebbe sciogliere le Camere e chiamare gli italiani a votare un Parlamento quasi dimezzato (da 935 parlamentari a 600) che dovrebbe formare una nuova maggioranza (di centro destra, assicurano i sondaggi) e trovare un altro leader.
D’altronde, se Draghi restasse invece a combattere il Covid e per la rinascita economica, lo stesso problema si riproporrebbe presto visto che la legislatura scade di suo nel marzo 2023: a quel punto non sarebbe così facile un Draghi bis, tantomeno sostenuto da una maggioranza ampia come l’attuale. Un bel groviglio. Ed ecco perché qualcuno ha pensato di uscirne pregando Mattarella di restare ancora un po’, magari fino al 2023, per una più ordinata soluzione dell’ingorgo.
Ma il presidente dice no. Per lui conta certo la lettura rigorosa della carta costituzionale: un settennato è un settennato e non lo si può prorogare per comodità o convenienza; ma pesa forse anche il precedente di Giorgio Napolitano il cui gesto generoso di prolungare il mandato non bastò a sanare le pochezze della politica che avevano portato allo stallo. Quando sono cominciate le prime scaramucce d’assaggio, qualcuno ha attribuito a Enrico Letta il progetto di lasciare Draghi a Palazzo Chigi e di portare al Quirinale Romano Prodi. Che, subito intervistato, ha sibilato un netto «Non mi interessa». Per aggiungere subito dopo: «E poi i 101 stanno ancora là...». Forse solo una battuta, ma per dire che poco o nulla sarebbe cambiato nella politica da quel 19 aprile 2013 quando 101 franchi tiratori del Pd bruciarono la candidatura del Prof, che poco prima avevano acclamato. Oggi la vicenda è, se possibile, ancora più complessa e delicata, ma dai silenzi, dalle manovrette sotterranee e dalle visioni di corto respiro, sembra che nessuno se ne renda conto. --
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