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Così ignorano la disperazione degli ultimi

Giuseppe Mascambruno
Così ignorano la disperazione degli ultimi

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Vedendo le immagini degli scontri davanti a Montecitorio durante la manifestazione di protesta a Roma di ristoratori e piccoli commercianti o dell’Autosole bloccata dagli ambulanti o del corteo dei lavoratori dello spettacolo a Milano o, qui a Livorno, la mia città, leggere le storie delle madri scappate senza pagare con i carrelli della spesa alla Coop «per sfamare i nostri figli» o dell’anziana attaccata a un respiratore artificiale che ha rischiato di morire perché le hanno staccato la luce per morosità, la memoria mi è andata alla battuta di Luigi Pintor, che 38 anni fa diventò un titolo del suo Manifesto, entrata nella storia giornalistica e politica nazionale: «Non moriremo democristiani».

Pintor era un intellettuale di lucido pessimismo sulle sorti della sinistra italiana, ma in quel momento provò un timido, roseo, sussulto di fronte alla prima, vera, crisi elettorale della Dc che lo indusse a quell’inusitato slancio d’entusiasmo. Credeva che fosse arrivata l’occasione perché la sinistra di allora facesse qualcosa per ridurre le disuguaglianze, già evidenti all’epoca. Ovviamente sbagliava e gli bastò poco per ricredersi.

E, non a caso, quando nel 2013 arrivò Enrico Letta alla guida del governo, il Manifesto ancora celebrava l’anniversario di quell’abbaglio con la forza satirica che distingue da sempre il giornale comunista: «Trent’anni dalla parte del torto».

Dal 2013 a oggi sono passati altri otto anni: c’è stata la stagione di Matteo Renzi che ha fatto fuori per primo proprio Enrico Letta. Ma ora Letta è tornato e, nella sua traversata alla scoperta del centrosinistra che sarà, ha incontrato proprio Renzi. Per registrare, pensa la scoperta, che il senatore italo-filosaudita, con il suo 2%, vuole pari dignità in un’eventuale alleanza elettorale e soprattutto non vuole il M5S affidato alla fresca leadership di Giuseppe Conte.

Ecchissenefrega, direte voi. Tanto più che al governo ora c’è Mario Draghi, il migliore dei migliori, che oltretutto può contare anche sull’appoggio decisivo di Matteo Salvini. Anche se un giorno sì e l’altro pure quell’appoggio assomiglia molto al sabotaggio che Renzi applicava ai danni di Conte. Eterni Mattei di lotta, di governo e di marchetta.

Fateci caso: per descrivere la prima parte, ovvero la drammatica realtà di un’umanità stremata dall’emergenza Covid, vittima di disuguaglianze sempre più acute, insopportabili, ma soprattutto inaccettabili, ho impiegato molte meno righe rispetto a quelle necessarie per illustrare, per giunta sommariamente, la fiction di una classe politica che vive, e non solo a Roma, una dimensione surreale, estranea, di puro esibizionismo narcisistico, perché da quell’emergenza non è neanche vagamente sfiorata. E che si spaventa alla sola idea anche di sussurrare parole come "patrimoniale", neanche in versione "mini", mentre le cronache raccontano di signore con quattro cognomi che si sentono «prigioniere» nella loro villa a Portofino, o di esodi al mare delle Canarie e delle Baleari perché «qui non si fa più neanche un aperitivo».

L’altra sera, a Piazza Pulita su La7, ospite in studio Beatrice Lorenzin, nata berlusconiana e oggi ovviamente esponente di punta del Pd, passando per Alfano e non ricordo più quale altro trasformismo, ho assistito a una scena che riassumeva l’abisso di quella distanza molto meglio, non tanto di questo modestissimo pezzo, ma dello stesso abbaglio storico di un Pintor. Il portavoce di un gruppo di ristoratori disperati che anticipava i contenuti della rabbia esplosa a Roma esibendo il saldo del conto in banca in rosso di oltre novemila euro, a un certo punto ha chiesto alla Lorenzin: «Ma a lei, lei personalmente onorevole Lorenzin, da garantita della politica, com’è cambiata la vita? Quanto ha perso di sicurezza economica, di qualità della vita sua e dei suoi familiari?». E la Lorenzin, senza fare un frizzo, ha risposto incurante della beffa: «Guardi che la capisco benissimo, tutti abbiamo in famiglia, tra i parenti e gli amici, qualcuno che vive la sua stessa disperazione». Corrado Formigli, a proposito anche di giornalismo, non le ha fatto notare che la domanda era un’altra. Perché, alla fine, in questo Paese chi è che non sogna di «morire democristiano»? --

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