Attenzione
L’offesa maschilista a Ursula von der Leyen tra diritti e realpolitik: due opinioni a confronto
Ci sono gesti che sono come lampi di luce che illuminano, rivelano l’essenza delle cose. Uno di questi è la plateale offesa a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ad opera del presidente turco Erdogan e con la complicità del presidente del Consiglio europeo Michel: loro due, maschi, che si accomodano ciascuno su una poltrona e lei che viene dirottata su un divano, in disparte. Michel doveva andarsene? Doveva cedere la sedia, in un impeto di signorilità? E Ursula von der Leyen avrebbe dovuto uscire dalla stanza? Cosa rappresenta questa immagine? Ne è scaturito un caso diplomatico che scuote le cancellerie e i palazzi di Bruxelles. Ne parlano per noi Anna Loretoni, ordinaria di Filosofia politica e preside di Scienze Sociali del Sant’Anna di Pisa; e Sev
ANNA LORETONI (preside scuola Sant'Anna)
LE DONNE E UN PASSATO CHE NON PASSA
Il fermo immagine è sconcertante. Una donna in piedi di spalle, che sta di fronte a due uomini seduti. Il video che mostra l’ingresso dei tre nella sala, e il momento in cui il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, supera Ursula von der Leyen e va a sedersi su una delle due sedie predisposte, è altrettanto sconcertante. Ed è il segno di un passato che non passa.
La vicenda è complessa e merita di essere analizzata da più punti di vista. Procediamo quindi per ordine. La Turchia non mostra più interesse ad aspettare con il cappello in mano, bussando alla porta dell’Unione europea, per conquistare una membership nel club. Soprattutto dopo la crisi del 2008 l’Unione è in grande difficoltà e la Turchia si sente un paese emergente, che cerca di imporsi come potenza regionale mediterranea e che considera l’Europa un continente in declino.
Il messaggio del presidente turco Erdogan è chiaro: noi siamo diversi. Le donne nella nostra cultura stanno un passo indietro e ve lo vogliamo mostrare plasticamente. Non esiste solo il pensiero unico occidentale, quello della parità di genere e del “politically correct”. La nostra cultura è diversa e neppure di fronte alla massima autorità dell’Unione europea rinunciamo ai nostri principi e valori, all’identità che ci stiamo costruendo vis à vis ai paesi occidentali.
L’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne è un altro tassello su questa strada. Di fronte a questo atteggiamento, credo che noi europei ed europee dovremmo riflettere più attentamente sui rischi del nostro etnocentrismo, sulla nostra illusoria autopercezione e su quanto sia obsoleta l’idea che l’Europa si trovi ancora al centro del mondo.
Democrazie illiberali innervate di populismo, regimi autoritari che praticano discriminazioni e soffocano la dissidenza, rappresentano una sfida sempre più pericolosa nei confronti della democrazia liberale europea, la cui incapacità di rispondere alle crisi economiche e all’aumento delle diseguaglianze diviene motivo di preoccupante debolezza e fragilità.
Altrettanto squalificante è stato il comportamento di Charles Michel. Nonostante la gerarchia istituzionale avesse imposto che fosse lei, Ursula, a sedersi, e l’altro ad attendere l’arrivo di un’ulteriore sedia, il presidente del Consiglio europeo non ha esitato a prendere posto, obbligandola ad accomodarsi su un divano a quattro metri di distanza.
Per l’Unione Europea, istituzione sensibile verso le questioni di genere e impegnata nella lotta alle discriminazioni, che spesso ha svolto una funzione trainante nei confronti di paesi, incluso il nostro, recalcitranti ad adottare politiche pubbliche che favorissero la parità di genere, questo rappresenta un atto gravissimo, che mostra, purtroppo, come il passato non passi. Atteggiamento patriarcale, sessismo benevolo, misoginia, sono concetti che la letteratura ha elaborato per meglio comprendere la persistenza di habitus difficili da sradicare, nonostante la piena cittadinanza delle donne sul piano formale. Che ciò avvenga ad opera di un alto rappresentante dell’Unione europea deve farci riflettere e non farci abbassare la guardia, nell’illusione che gli obiettivi siano ormai e per sempre raggiunti.
A chi ha sostenuto che la presidente della Commissione europea avrebbe dovuto girare i tacchi e andarsene rispondo così. Se tutte le volte che le donne, in posizioni apicali e di responsabilità, dovessero voltarsi e uscire dalle stanze quando il loro ruolo viene sminuito, delegittimato e calpestato, anche a causa di quel linguaggio dell’odio che spesso si accanisce su di loro, le istituzioni, i luoghi della politica, le università, sarebbero vuote e senza di noi.
Le donne, che combattono il perdurante maschilismo duro a morire, devono invece restare, come ha fatto Ursula, mostrare la nudità del re, e provare quotidianamente a costruire un mondo migliore, in cui il rispetto tra pari rappresenti il principio fondamentale.
SEVGI DOĞAN (ricercatrice della Normale)
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