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L’offesa maschilista a Ursula von der Leyen tra diritti e realpolitik: due opinioni a confronto

l flashmob davanti a Palazzo Vecchio, a Firenze, in solidarietà a Ursula von der Leyen: le assessore Benedetta Albanese, Cecilia Del Re, Sara Funaro e Titta Meucci sulla sedie, dietro il sindaco Nardella
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l flashmob davanti a Palazzo Vecchio, a Firenze, in solidarietà a Ursula von der Leyen: le assessore Benedetta Albanese, Cecilia Del Re, Sara Funaro e Titta Meucci sulla sedie, dietro il sindaco Nardella

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Ci sono gesti che sono come lampi di luce che illuminano, rivelano l’essenza delle cose. Uno di questi è la plateale offesa a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ad opera del presidente turco Erdogan e con la complicità del presidente del Consiglio europeo Michel: loro due, maschi, che si accomodano ciascuno su una poltrona e lei che viene dirottata su un divano, in disparte. Michel doveva andarsene? Doveva cedere la sedia, in un impeto di signorilità? E Ursula von der Leyen avrebbe dovuto uscire dalla stanza? Cosa rappresenta questa immagine? Ne è scaturito un caso diplomatico che scuote le cancellerie e i palazzi di Bruxelles. Ne parlano per noi Anna Loretoni, ordinaria di Filosofia politica e preside di Scienze Sociali del Sant’Anna di Pisa; e Sevği Dogan, ricercatrice turca della Normale di Pisa dove è responsabile della sezione Scholars at Risk.

ANNA LORETONI (preside scuola Sant'Anna)

LE DONNE E UN PASSATO CHE NON PASSA

Il fermo immagine è sconcertante. Una donna in piedi di spalle, che sta di fronte a due uomini seduti. Il video che mostra l’ingresso dei tre nella sala, e il momento in cui il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, supera Ursula von der Leyen e va a sedersi su una delle due sedie predisposte, è altrettanto sconcertante. Ed è il segno di un passato che non passa.

La vicenda è complessa e merita di essere analizzata da più punti di vista. Procediamo quindi per ordine. La Turchia non mostra più interesse ad aspettare con il cappello in mano, bussando alla porta dell’Unione europea, per conquistare una membership nel club. Soprattutto dopo la crisi del 2008 l’Unione è in grande difficoltà e la Turchia si sente un paese emergente, che cerca di imporsi come potenza regionale mediterranea e che considera l’Europa un continente in declino.

Il messaggio del presidente turco Erdogan è chiaro: noi siamo diversi. Le donne nella nostra cultura stanno un passo indietro e ve lo vogliamo mostrare plasticamente. Non esiste solo il pensiero unico occidentale, quello della parità di genere e del “politically correct”. La nostra cultura è diversa e neppure di fronte alla massima autorità dell’Unione europea rinunciamo ai nostri principi e valori, all’identità che ci stiamo costruendo vis à vis ai paesi occidentali.

L’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne è un altro tassello su questa strada. Di fronte a questo atteggiamento, credo che noi europei ed europee dovremmo riflettere più attentamente sui rischi del nostro etnocentrismo, sulla nostra illusoria autopercezione e su quanto sia obsoleta l’idea che l’Europa si trovi ancora al centro del mondo.

Democrazie illiberali innervate di populismo, regimi autoritari che praticano discriminazioni e soffocano la dissidenza, rappresentano una sfida sempre più pericolosa nei confronti della democrazia liberale europea, la cui incapacità di rispondere alle crisi economiche e all’aumento delle diseguaglianze diviene motivo di preoccupante debolezza e fragilità.

Altrettanto squalificante è stato il comportamento di Charles Michel. Nonostante la gerarchia istituzionale avesse imposto che fosse lei, Ursula, a sedersi, e l’altro ad attendere l’arrivo di un’ulteriore sedia, il presidente del Consiglio europeo non ha esitato a prendere posto, obbligandola ad accomodarsi su un divano a quattro metri di distanza.

Per l’Unione Europea, istituzione sensibile verso le questioni di genere e impegnata nella lotta alle discriminazioni, che spesso ha svolto una funzione trainante nei confronti di paesi, incluso il nostro, recalcitranti ad adottare politiche pubbliche che favorissero la parità di genere, questo rappresenta un atto gravissimo, che mostra, purtroppo, come il passato non passi. Atteggiamento patriarcale, sessismo benevolo, misoginia, sono concetti che la letteratura ha elaborato per meglio comprendere la persistenza di habitus difficili da sradicare, nonostante la piena cittadinanza delle donne sul piano formale. Che ciò avvenga ad opera di un alto rappresentante dell’Unione europea deve farci riflettere e non farci abbassare la guardia, nell’illusione che gli obiettivi siano ormai e per sempre raggiunti.

A chi ha sostenuto che la presidente della Commissione europea avrebbe dovuto girare i tacchi e andarsene rispondo così. Se tutte le volte che le donne, in posizioni apicali e di responsabilità, dovessero voltarsi e uscire dalle stanze quando il loro ruolo viene sminuito, delegittimato e calpestato, anche a causa di quel linguaggio dell’odio che spesso si accanisce su di loro, le istituzioni, i luoghi della politica, le università, sarebbero vuote e senza di noi.

Le donne, che combattono il perdurante maschilismo duro a morire, devono invece restare, come ha fatto Ursula, mostrare la nudità del re, e provare quotidianamente a costruire un mondo migliore, in cui il rispetto tra pari rappresenti il principio fondamentale.

SEVGI DOĞAN (ricercatrice della Normale)

LA MISOGINIA È SOLO PARTE DEL PROBLEMA

L’immagine di Ursula von der Leyen relegata ai margini del vertice tra Turchia e Ue accende un faro sull’impronta misogina del regime di Recep Tayyip Erdoğan. Ma per comprendere l’atteggiamento verso le donne nella “Nuova Turchia” bisogna guardare al quadro d’insieme. Possiamo farlo attraverso i concetti di Antonio Gramsci, ancorché non in modo esaustivo in questo spazio, per comprendere come Erdogan e il suo partito (Akp, Partito della Giustizia e dello Sviluppo) stiano mettendo a dura prova il Paese.

Gramsci ridefinì i concetti di bonapartismo e cesarismo di Marx ed Engels nell’Italia agli albori del fascismo. Il giudizio gramsciano della crisi italiana come catastrofica (Quaderni del carcere) si applica alla Turchia, attraversata da uno scontro tra forze che si paralizzano a vicenda, in un equilibrio che si rivela appunto catastrofico.

Erdoğan e Abdullah Gül fondano l’Akp nel 2001 e salgono al potere l’anno successivo col 34% dei voti, conquistando il 66% dei seggi. Erdoğan si definiva “uno del popolo”, un musulmano moderno, filo-occidentale. Era considerato all’estero, in particolare in Europa, come un leader musulmano moderato. Si pensava che potesse essere d’esempio agli altri paesi mediorientali e rappresentare un ponte tra occidente e cultura islamica. Per usare il concetto gramsciano di egemonia, potremmo dire che fu proprio in questo modo che Erdoğan ottenne il consenso.

Nel 2016 la Turchia subisce un tentativo di colpo di stato. Erdoğan lo attribuisce all’organizzazione islamista radicale Gülen / Feto. Il 21 luglio dichiara lo stato di emergenza, esteso di tre mesi, ma per ben sette volte. In quegli anni vengono emessi 36 decreti per espellere 116.250 persone dagli impieghi pubblici. Si rende loro impossibile trovare un altro lavoro, attraverso una serie di misure de jure e de facto. Vengono annullati i loro passaporti, sono puniti con la morte civile.

Ma il carattere del regime era chiaro fin dall’inizio: conservatore, anti-democratico, anti-intellettuale, patriarcale, misogino, pro-gerarchia e pro-burocrazia, contro le differenze. In breve: autoritario.

Torno a Gramsci per spiegare il tratto di anti-democraticità. Prima di finire in carcere, agli albori del fascismo, il fondatore del Pci su L’Ordine nuovo spiega come la borghesia si aggrappa alla legge nei momenti di pericolo. Per Gramsci la borghesia era salita al potere esercitando i diritti civili a cui si era poi opposta una volta divenuti minacciosi per la sua esistenza. Uno schema che si attaglia alla Turchia di oggi, vista la richiesta di chiudere il partito curdo (Hdp, Partito democratico dei Popoli). L’Akp, salito al potere con una strategia bonapartista mitigata dai diritti, li ha poi negati all’Hdp piegando le leggi ai propri interessi. Alle elezioni del 2015 l’Hdp ha conquistato i seggi per privare l’Akp della maggioranza per la prima volta dal 2002. Un emendamento costituzionale ha abolito l’immunità parlamentare: 14 deputati dell’Hdp, compresi i due co-presidenti, sono stati arrestati. Gli arresti non sono terminati e l’Akp e l’alleato ultranazionalista Mhp hanno fatto appello alla Corte Costituzionale per ottenere la chiusura del partito curdo.

Sull’anti-intellettualismo ricordo invece l’appello degli “Accademici della pace” del 2016 in cui 1.128 docenti chiesero la cessazione dello stato d’assedio dell’esercito turco nei territori curdi. Da quel momento il governo ha colpito sistematicamente gli accademici, definiti “terroristi” e “traditori”. Molti firmatari sono stati arrestati e licenziati.

Torniamo infine alla misoginia. Il 20 marzo scorso la Turchia si è ritirata dalla Convenzione di Istanbul che protegge i diritti delle donne. Il documento è il primo atto vincolante sulla violenza domestica contro le donne a livello internazionale. A partire dal 2012 la violenza di genere è aumentata drammaticamente. Il ritiro dalla Convenzione dimostra una mentalità che non riesce a considerare le donne al di fuori della vita domestica.

Dal 2016 in Turchia tutti, senza esclusione, possono essere accusati di terrorismo. Parlamentari, imprenditori, artisti, giornalisti, scrittori e accademici, possono essere interrogati, arrestati, processati e imprigionati per terrorismo. Erdoğan, che li definisce criminali, ha sempre ritenuto opportuno identificarsi come vittima. —

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