Italia
Covid, la crisi degli ambulanti: "Senza fiere affari giù del 90% e arriva la rata Inps..."
Pietro e Luca Cecere abitano a Fauglia ma col loro furgone si spostano in tutta la Toscana per vendere alimenti: "Fateci tornare a lavorare"
FIRENZE. «Pranzo e cena noi li mettiamo ancora insieme. Mangiamo le galline e gli animali da cortile che alleviamo io e il mio babbo. Abbiamo anche l'orto e gli ulivi. La verdura e l'olio non ci mancano». Come dice il proverbio: fare di necessità virtù. È questa l'arte di arrangiarsi di Pietro e Luca Cecere. D'altra parte lavorare non possono: glielo vieta il Governo, e i ristori dallo Stato sono quelli che sono: acqua fresca, ma visto che hanno una casa con gli animali e i campi coltivati Pietro e Luca riescono almeno a mettere insieme il pranzo con la cena. Sono tempi brutti questi. Il Covid ha fermato il lavoro di un sacco di gente. Ha fermato pure il “Fastfood on the road”: è questo lo slogan che sta scritto sul furgone banco alimentare e porchetta di babbo Pietro e figlio Luca Cecere quando è in giro, o meglio, quando era in giro per fiere e mercati della Toscana. Pietro e Luca abitano a Fauglia, in provincia di Livorno. È dagli anni Ottanta che babbo Pietro fa l'ambulante. Luca è il suo collaboratore familiare e aspetta di rilevare l'attività quando Pietro andrà in pensione. Ma ora è dura. Di più. È durissima. Di lavorare non se parla, c'è il blocco delle attività, ma se continua così potrebbe saltare tutto. «L'anno scorso abbiamo fatto solo due fiere. Quella di Serravalle a Empoli in settembre e quella di Cecina a ottobre. Il fatturato è andato giù del 90%. Per come siamo messi ora, possiamo reggere altri due mesi. Ci devono far tornare a lavorare. Non si può vivere solo mangiando degli animali e degli ortaggi che abbiamo a casa», dice Luca Cecere.
Ma i ristori vi sono arrivati? «Sì. Io come collaboratore familiare ho preso due volte il bonus da 600 euro. Mio babbo Pietro, è lui il titolare della ditta, ha preso due volte il bonus e 2000 euro del fondo perduto. La Regione ci ha bloccato l'indennizzo perché non eravamo in regola con il Durc (il Documento unico di regolarità contributiva, ndr)». Ma sono comunque pochi i soldi ricevuti dalle istituzioni. Non servono nemmeno a coprire le spese vive. Sono quelle la preoccupazione più grossa di Luca Cecere: «Tra qualche mese arriverà la rata dei contributi Inps e sarà un “Si salvi chi può”. Ancora. Noi abbiamo i contributi Inail da pagare, la corrente elettrica, il commercialista e i suoli pubblici dei Comuni. Lo Stato – lancia l'appello Cecere – ci deve aiutare. Deve essere lo Stato a pagare le spese vive perché non siamo stati noi a decidere di chiudere. E devono trovare il modo di farci tornare a lavorare». Il presidente del Consiglio Mario Draghi l'altro ieri ha annunciato un piano per la ripartenza delle fiere. È una finestra della speranza che si apre. Però manca il decreto che sblocca la ripartenza. Chissà se il presidente Draghi lo farà davvero.
Intanto però Luca Cecere mette in fila le fiere che ha sempre fatto insieme al babbo Pietro e che vorrebbe fare anche quest'anno: «Il 28 aprile a Pontasserchio c'è la festa del patrono San Michele Arcangelo con l'Agrifiera. Il 1° maggio c'è la tradizionale fiera a Tirrenia. La prima domenica di maggio, quest'anno cade il 2 maggio, c'è la sagra dei baccelli di Salviano a Livorno». Sono tradizionali feste toscane. Sono fonte di lavoro per gli ambulanti. Ma pare davvero molto complicata una loro riapertura. Per ora il Fastfood on the road può attendere. Il furgone banco alimentare e porchetta di Pietro e Luca Cecere non va da nessuna parte e rimane a motore spento in quel di Fauglia. —
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