Così io, cronista, salii a bordo del Moby Prince cimitero senza croci: "Quelle braccia protese nell'ultima richiesta di aiuto"
Intervista al giornalista del Tirreno che per primo riuscì a mettere piede sul traghetto dopo la tragedia: «Immagini che mai potrò dimenticare»
«Di cadaveri ne ho visti tanti nel corso della mia vita da cronista. Quelli dei parà della Folgore legati ai seggiolini dell’Hercules precipitato alla Meloria, quelli delle vittime alla stazione di Bologna, quelli del terremoto in Irpinia a Sant’Angelo dei Lombardi. Ma quelle salme ebbero almeno l’umana pietà di un lenzuolo bianco. Quel che vidi a bordo del Moby no: era una distesa di carne umana dove a stento intravedevi la sagoma di una persona, se non braccia protese in una estrema invocazione di aiuto e gambe sollevate in posizione innaturale». Furio Domenici è stato cronista e inviato del Tirreno, una delle “penne” che hanno raccontato ai lettori i grandi misteri d’Italia e le piccole grandi storie locali, quotidiane (oltre ad aver avuto anche altri ruoli di responsabilità sia alla guida del reparto sport sia alla cultura-spettacoli).
Domenici è in pensione da qualche anno, adesso torna con la memoria ai giorni dell’apocalisse del Moby Prince perché vale la pena di andarsi a rileggere il racconto che fece trovando il modo di salire, primo e unico giornalista, la mattina a bordo del traghetto ancora praticamente rovente per dare testimonianza diretta: insieme con lui, come fotografo, – Domenici lo ricorda con affetto – c’era Emiliano Liuzzi che successivamente sarà nostro collega in cronaca al Tirreno e poi andrà a lavorare al Corriere di Livorno e poi al Fatto quotidiano prima di morire troppo presto, quando aveva 46 anni.
Basta leggere quel reportage pubblicato sul Tirreno per sorprendersi di come il “nostro inviato speciale” avesse intuito tutto fin dall’inizio. Prima che la commissione parlamentare d’inchiesta riuscisse a ribaltare i teoremi delle prime perizie: a cominciare dalla differenziazione delle modalità di decesso che ovviamente porta dritto dritto alla diversificazione dei tempi di sopravvivenza a bordo.
«Non sono morti subito, – scriveva Domenici raccontando il suo giro in mezzo ai cadaveri a bordo del traghetto Navarma diretto a Olbia – è stata quasi per tutti un’agonia lenta e atroce, l’addio alla vita terrena e a affetti lontani nella maniera più crudele e terribile, Chi soffocato dal fumo, chi carbonizzato dalle fiamme, chi spento come una candela da temperature a mille gradi, un calore da forno crematorio. Il serpente di fuoco dalle dieci, cinquanta, cento teste li ha dapprima circondati in un sogghigno infernale e poi ghermiti. Come un killer spietato è salito su dai garage per le ripide scalette di alluminio, si è affacciato sinistro agli oblò delle cabine, alle ampie vetrate dei saloni, ha bussato il suo annuncio di morte alle porte cosiddette “stagno” delle sale ritrovo che si erano chiuse per sbarrare invano la strada a quel mostro che vomitava fuoco...».
Era appena stato «nel ventre del mostro» a ripercorrere a ritroso il percorso della catastrofe, l’aveva raccontato «partendo da quel cimitero senza croci». Insieme con le notizie che avevano raccolto la squadra dei colleghi, prima fra tutte Elisabetta Arrighi che trovate in altra pagina di questo dossier, era stata quella testimonianza diretta a indicare che non quadrava niente della narrazione standard di alti ufficiali e ministri: a smentirlo c’era prima di tutto il fatto che non poteva esser stata una morte improvvisa di sorpresa se i cadaveri erano concentrati, con giubbotto salvagente addosso e valigia in mano, nel salone principale.
«Erano appena suonati sinistri – questo il reportage di trent’anni fa firmato da Furio Domenici – i tre fischi di abbandono-nave e gli altoparlanti, forse era la voce del commissario di bordo, come dicono i regolamenti, devono aver gridato a tutti di ritrovarsi in quello che sulle navi traghetto è il punto di riferimento. Il check point».
Detto per inciso, troverete in questa intervista qualcosa che non si fa: diamo del “tu” all’intervistato. È un errore, ma come attenuanti invochiamo il fatto che fra giornalisti il “tu” è ritenuto d’obbligo. E questo vale al di là di qualsiasi livello all’interno della gerarchia professionale: figuratevi quale finzione sarebbe dare del “lei” a chi abbiamo avuto alla scrivania accanto per più di vent’anni.
«Erano tutti morti – dice Domenici – come in un’enorme pentola a pressione. Ci vollero giorni e giorni per dare un nome e cognome a quella povera gente. Con una catenina, con un orologio, un paio di orecchini...».
A distanza di tanti anni cosa ti è rimasto impresso nel ricordo di quel giorno sul Moby?
«Quel giorno sul Moby, un ricordo umano oltre che professionale, è un qualcosa che ti porti dietro tutta la vita. Quell’odore di bruciato, di carne umana bruciata misto all’odore nauseabondo della formaldeide sui cadaveri e alla puzza acre della formica e della gommapiuma delle poltroncine che ancora bruciavano nel salone De Luxe. A distanza di trent’anni, non l’ho dimenticato. E, adesso posso dirlo con sicurezza, sono sicuro che non lo potrò mai dimenticare finché avrò vita».
Hai trovato sul Moby Prince risposte agli interrogativi? O ancora più domande? Cosa è che non ti sei mai spiegato?
«La domanda chiave, l’ho sempre detto, riguarda i soccorsi. Già nell’immediatezza della sciagura si parlò, per i passeggeri e l’equipaggio del Moby Prince, di un margine di sopravvivenza di almeno venti minuti. La maggior parte delle persone a bordo si era radunata nel check-point: per una nave, lo scrissi proprio in quel reportage, è un po’ come la piazza di un paese in caso di terremoto o il punto più alto di un palazzo in caso di alluvione. Lo avevo scritto quel giorno sulla base delle esperienze che avevo fatto in occasione di precedenti emergenze».
Erano lì che aspettavano i soccorsi…
«Lì aspettavano ma i soccorsi non arrivavano e questo a distanza di 30 anni resta il capitolo più oscuro e inquietante: si spera che la magistratura faccia luce una volta per tutte. Perché è evidente che la strage non fu immediata e tutti non morirono allo stesso modo. Me la ricordo la gente con il salvagente e la valigia: ecco ci sono fotogrammi che non puoi tirarti via dalla memoria. Lo capivi che erano lì in attesa dei soccorsi: sapevano che il porto era vicino, magari il personale di bordo gli aveva spiegato che c’erano le porte tagliafuoco a difenderli…».
Qual è stato l’impatto emotivo con quello spazio dove erano morte tante persone?
«L’impatto emotivo in quel viaggio da incubo nella carcassa ancora fumante del Moby fu il senso del cronista nel voler andare a vedere e raccontare che cosa era successo nel traghetto dopo la collisione con la petroliera. Lo feci correndo alla Darsena Petroli come centinaia di colleghi ma trovando un cordone di polizia che sbarrava l’accesso a chiunque. Feci un piccolo scoop, primo giornalista a salire sul Moby Prince dopo la tragedia».
Come ce l’hai fatta?
«Grazie all’aiuto di un amico della Labromare che mi fornì una tuta bianca come quelle dei carabinieri dei Ris, una mascherina e un paio di stivali di gomma».
Faceva ancora troppo caldo a bordo?
«Quelle protezioni si rivelarono provvidenziali perché i pavimenti e le scalette di alluminio da dove raggiunsi il salone De Luxe erano ancora roventi e i corridoi invasi dal fumo. E poi anche per un’altra cosa…».
Cosa?
«Mi protesse anche dal fatto di poter esser riconosciuto. Quando arrivammo lì c’era il procuratore Costanzo, c’era l’ispettore Grosselle: figurati che Grosselle l’avevo visto tante volte perché andavamo a ballare nello stesso locale. Lui venne verso di noi, io girai la faccia per non farmi vedere. Lui chiese a Emiliano chi eravamo. Nella confusione non c’eravamo capiti e Emiliano disse: siamo della Labrone. Ma fu proprio la confusione a salvarci: evidentemente non capì e ci lasciò fare».
Quale domanda ti è rimasta senza risposta?
«Dopo trent’anni restano in piedi tanti interrogativi che non rendono giustizia alla richiesta di verità dei familiari delle vittime. Questa è stata la più grande tragedia della marineria in tempo di pace ed è ancora avvolta nel mistero. La sensazione è quella che, lo dico anche professionalmente e non solo da cittadino, ho provato per altri grandi misteri d’Italia. Come la strage alla stazione di Bologna: lì per un giorno intero si parlò di caldaia esplosa invece che di bomba».
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