Il dolore
Trent'anni dal Moby, il racconto della prima telefonata anonima al Tirreno: «C’è fuoco in mare»
La nostra cronista piombò negli uffici della Capitaneria pochi minuti dopo la collisione fra il traghetto e la petroliera
Il 10 aprile 1991 era un mercoledì. Le dieci di sera erano passate già da un po’, ma ero ancora in redazione. Era stata una giornata divisa fra giri di nera e giudiziaria e una serie di telefonate per completare un servizio di “bianca”. Ero stanca e volevo andare a casa.
Alle 22.30 circa arrivò invece una strana telefonata. Non si è mai saputo di chi fosse quella voce maschile che parlava in maniera strascicata: «Sto chiamando da una cabina telefonica del lungomare, vedo un fuoco sull’orizzonte, più o meno all’altezza della Baracchina Rossa e del Moletto di Ardenza. Io ve lo dico, poi fate voi».
Il centralinista di turno al Tirreno rimase perplesso: «Aspetti in linea» disse. E mi chiamò al numero interno: «Arrighi, meno male che ci sei ancora. C’è un tizio che sembra ubriaco. Dice di vedere un fuoco in mare. Cosa faccio?».
«Un fuoco in mare? Fatti raccontare meglio» risposi.
«Va bene, me la sbrigo io» tagliò corto. Quando arrivò a riprendere la linea, lo sconosciuto aveva già riattaccato.
Ma pensa – mi chiedevo – un fuoco in mezzo al mare… Però (con il sesto senso del cronista) decisi che bisognava verificare.
Guardai l’orologio: erano le 22.31. Composi il numero dell’Avvisatore Marittimo. Alzarono la cornetta: in sottofondo udivo voci concitate. «Chiamo dal Tirreno, un tizio ci ha segnalato un fuoco in mare…». Non feci in tempo a finire la frase: «Vai alla Terrazza Mascagni e guarda verso sud-sud ovest. C’è una nave con un incendio a bordo… c’è un gran casino… devo riagganciare».
Gridai ai pochi colleghi ancora in redazione che dovevo uscire. Mentre mi infilavo il giubbotto di jeans chiesi al centralinista di avvisare il fotografo e di farlo venire all’ingresso del giornale.
Il fotografo, all’epoca, era Riccardo Repetti e abitava dietro alla sede del Tirreno. Arrivò con il suo “Vespino”. Salii al volo e ci dirigemmo sul viale Italia. Passammo cinque o sei semafori con il rosso: alle 22.45 eravamo alla Terrazza.
Repetti aveva il teleobiettivo, ma non si vedeva nulla. Il mare era calmo, l’aria umida e sull’orizzonte stazionava una striscia di foschia tant’è che le luci delle molte navi in rada avevano un alone sfumato. Puntando lo sguardo verso sud-sud ovest si notava una specie di semicerchio rossastro.
Risalimmo sul “Vespino” e andammo in Capitaneria, al Porto Mediceo. Erano le 23. Non esistevano ancora gli sbarramenti di sicurezza innalzati in area portuale dopo gli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Per cui con lo scooter raggiungemmo la Palazzina Comando dove le luci al piano terreno erano tutte accese e la porta laterale di ingresso spalancata. Mi fiondai nella stanza sulla destra del corridoio che ospitava la Centrale operativa. «Ma cosa succede?» chiesi. «Non lo sappiamo ancora. Di sicuro c’è una petroliera in fiamme. Forse è coinvolta anche un’altra nave. Ci sarebbero feriti e ustionati. Sono già usciti alcuni mezzi» mi risposero.
L’ufficiale di guardia era il comandante Lorenzo Checcacci. In Centrale era già sceso il capitano di vascello Angelo Cedro, il “secondo” della Capitaneria, che parlava al telefono. Il comandante Sergio Albanese era alla Spezia, per il passaggio di consegne a Maridipart (oggi Marina Nord, il comando dell’Alto Tirreno). Sarebbe rientrato di lì a poco.
Poco dopo le 23 annotai sul mio quaderno: “incendio a bordo della petroliera Agip Abruzzo, alla fonda in rada a 2.7 miglia dalla diga della Vegliaia, al traverso di Antignano, imbarca 82mila tonnellate di greggio”. Mentre ero ancora in Centrale operativa, le motobarche dei Vigili del fuoco, i rimorchiatori Neri e le motovedette di Capitaneria e Finanza cercavano una bettolina, come indicato da Renato Superina, comandante dell’Agip, che aveva dato l’allarme verso le 22 e 26 minuti.
Una bettolina che poi, via radio, era diventata una nave. La prima cosa da fare sarebbe stata quella di chiamare l’ultima che era uscita dal porto… ma nessuno lo fece. Perdendo minuti che potevano essere preziosi per salvare vite umane.
Alle 23.32 ero in banchina quando ascoltai sul Vhf: «Allora ci dirigiamo verso l’altra nave che è completamente a fuoco. Andiamo a vedere di salvare qualcuno». La voce arrivava da un rimorchiatore.
Il Porto Mediceo era stato nel frattempo invaso da una nebbia che mi aveva bagnato il giubbotto e i capelli. Un fenomeno simile a quello che alla fine di febbraio 2021 per parecchie sere ha avvolto Livorno e il suo porto.
Alle 23,45 minuti e 16 secondi in radio risuonò una voce che mi fece accapponare la pelle: «La nave avvolta dalle fiamme è il Moby Prince, Moby Prince… ha fatto operazioni commerciali e c’è un sacco di gente sopra».
Era stato il traghetto della Navarma l’ultima nave a uscire dal porto alle 22,03, mentre alle 22,15 aveva fornito via radio a Compamare (cioè la Capitaneria) i numeri delle persone e dei veicoli imbarcati. Alle 22,22 minuti e 20 secondi, aveva chiamato Livorno Radio per una telefonata commerciale. Poi più nulla. Fino a quando un rimorchiatore, dopo oltre un’ora dall’inizio del soccorso, trovò una «palla di fuoco che girava su se stessa».
Ancora sul Vhf risuonarono le voci concitate degli ormeggiatori Valter Mattei e Mauro Valli usciti con la barca di servizio: «Capitaneria, c’è un uomo in mare. Si è buttato dalla poppa della nave in fiamme. Ci siamo sopra». Il mozzo Alessio Bertrand fu tirato su dall’acqua, trasbordato sulla motovedetta Cp 232 e sbarcato in banchina. Era sotto choc, gridava, aveva il volto ricoperto di fuliggine. Cercò di dare una spinta al fotografo Repetti che scattava con il flash. Era l’unico superstite del Moby.
Appena passata la mezzanotte riuscii ad avere in Capitaneria la lista con 141 nomi. Quelli dei passeggeri e marittimi che erano sul traghetto diretto a Olbia. In 140 non sono mai più tornati a casa. Non c’erano, allora, i cellulari e quella notte, in un crescendo di angoscia, chiamavo a intervalli regolari la redazione del giornale da una cabina telefonica accanto alla Capitaneria per aggiornare su quello che stava accadendo.
Poi, dopo essere stata la prima giornalista ad arrivare in porto la sera del disastro, ho scritto per anni di questa tragedia che mi ha profondamente colpito. E oggi mentre ricordo quella sera di trent’anni fa, mi si materializzano davanti agli occhi due persone che in banchina si erano messe a pregare e una signora con una coperta appoggiata sulle spalle che piangeva disperata. Era la mamma di Liana Rispoli, commessa nella boutique del Moby, e di Loris, che da allora combatte (attualmente è in riabilitazione dopo un grave malore) per trovare verità e giustizia insieme agli altri familiari
Post scriptum. Riferendomi alla sera del disastro del Moby Prince devo fare una annotazione: quella notte di trent’anni fa la nebbia marina portava dietro di sé anche un odore di petrolio bruciato. Sono più che sicura che fosse nebbia, perché il fumo non bagna i vestiti. I ricordi sono nitidi nella mia mente: fui la prima giornalista a sapere che in mare era accaduto qualcosa di grave e la prima ad arrivare con un fotografo al Porto Mediceo.
E da cronista non potevo ignorare il fenomeno. L’ho sostenuto qualche anno fa anche davanti alla Commissione d’inchiesta del Senato, che ha concluso diversamente, affermando che a Livorno non c’era traccia di nebbia, cosa che invece è stata rilevata in sede giudiziaria. —
[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.40133545:Video:https://video.iltirreno.gelocal.it/locale/trent-anni-dal-moby-prince-cosi-sulle-pagine-del-tirreno/144292/145963]]
[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.40131073:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2021/04/09/news/trent-anni-dal-moby-prince-7-domande-e-un-rebus-da-risolvere-1.40131073]]
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
