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Gigi, Vale e quelli che giocano a 40 anni: devono smettere o no?

Gigi, Vale e quelli che giocano a 40 anni: devono smettere o no?

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Quelli che non mollano. Gigi Buffon, 43 anni, riflette se restare un’altra stagione alla Juventus, anche se da panchinaro, o tentare un’avventura in una squadra che lo schieri come numero uno. Valentino Rossi, 42 anni, dopo nove mondiali vinti e oltre 400 gran premi continua a correre in sella a una moto, con alterne fortune. Come loro non si arrendono alla carta d’identità Roger Federer (tennis, 40 anni ad agosto), Zlatan Ibrahmoivic (calcio, 40 anni ad ottobre) e anche Tom Brady che, a 43 anni, ha colto il settimo trionfo nella Nfl con i Buccaneers. Sono grandissimi campioni con carriere uniche, stelle della loro specialità, cultori dell’allenamento, della forma fisica, del rigore in ogni aspetto della preparazione. Ma il tempo passa per tutti e l’età porta con sé un inevitabile calo delle prestazioni. Altri campioni hanno fatto scelte diverse, da Marco Van Basten che, complice una caviglia malandata, ha abbandonato a 30 anni. O il mito del nuoto Mark Spitz, sette ori alle Olimpiadi, che ha smesso a 22 anni.

Christian Scalzo (48 anni, ex Livorno, ora in Prima): Io ne ho 49, lo spogliatoio mi fa star bene

Se Buffon è vecchio per giocare, allora io cosa devo dire? Tra qualche mese saranno 49. E io sono sempre lì. Sul rettangolo verde. Certo, ora è tutto fermo per il Covid, ma sono a tutti gli effetti tesserato con il Portuale Guasticce, Prima categoria livornese. Ho visto la Serie B, sfiorato la A, vissuto anni indimenticabili in C. E poi i dilettanti. Non ho tenuto il conto, ma credo di aver giocato circa 800 partite in carriera. E io posso dirlo: non c’è un tempo per smettere.

Buffon lo capisco. Credo proprio di sapere perché a 40 anni passati è ancora lì. Perché lo spogliatoio ti ringiovanisce. Quando hai a che fare con compagni che hanno vent’anni meno di te, ti senti fresco. Quando ti accorgi che hai ancora la forza di allenarti e giocare, avverti la straordinaria sensazione di aver vinto un’altra piccola scommessa. Con te stesso e con gli altri. Attenzione, però. Giocare da "vecchietti" significa avere anche tante responsabilità. Perché non puoi sbagliare, devi essere d’esempio per tutti. Io me lo sento questo peso sulle spalle. Mi piace dare consigli ai ragazzi che potrebbero essere i miei figli, supportarli dentro e fuori dal campo. Succede anche che qualcuno non accetti di buon grado questo atteggiamento, ma alla lunga tutti capiscono che la mia non è presunzione, ma esperienza. E poi io mi diverto ancora. Quando gioco riesco a fare cose interessanti, a segnare, a lasciare sul posto l’avversario con una finta. Io ci posso ancora stare dentro a questo calcio. E fino a che sarà così, io ci sarò. Forse per un altro anno, forse per pochi mesi.

Il virus ha sconvolto tutto, anche i miei piani sportivi. Sicuramente, fino a questo momento non ho mai pensato di smettere. Anche perché le squadre mi chiamano ancora. Nei giorni scorsi ho ricevuto la telefonata del Pavia, che milita in Eccellenza e - in seguito alla riforma dei campionati legata all’emergenza Covid - deve giocare soltanto una decina di partite per puntare al salto di categoria. Io con quella maglia ho fatto l’esordio in Serie C, da ragazzino. Mi hanno contattato per giocare. A 48 anni, secondo loro, sarei ancora in grado di dare qualcosa in quel campionato. E a dirla tutta ne sono convinto anche io. Magari non posso fare i novanta minuti, ma datemi uno spezzone di partita e vi faccio vedere io cosa può fare un quasi 50enne. Su Valentino Rossi, poi, ho un’idea precisa. Sta correndo per business, perché le case motociclistiche lo chiamano ancora e lui fa bene a rimanere nel giro. Non vince più, sul podio ci sono i giovanotti che scriveranno la storia della MotoGp del futuro, anche se difficilmente riusciranno a fare ciò che ha fatto Vale. Io vedo tanti 50enni che dopo il lavoro vanno in palestra per tenersi in forma. E nessuno li accusa di essere "troppo vecchi" per allenarsi. Allora, se io voglio andare al campo e giocare a calcio, perché non posso farlo? E perché non può farlo Buffon? Certo, lui sta giocando poco. Questa è la differenza tra noi, oltre a una carriera profondamente diversa. Ma Gigi vuole la Champions. Ne sono convinto. Lui ha continuato a giocare anche e soprattutto per poter alzare al cielo la Coppa. E probabilmente non riuscirà mai a togliersi questa soddisfazione. Lui ha accettato di passare in secondo piano, di fare la panchina. Io quando ho capito che non potevo più essere insostituibile nei professionisti sono sceso nei dilettanti. Lo dico senza vergogna, a me piace essere protagonista. Io voglio giocare, scattare, segnare, vincere. Non voglio mettermi a sedere con un bicchiere di tè caldo tra le mani.

Se avessi davanti Gigi e Vale, a loro darei due consigli differenti. A Buffon direi di farsi da parte, di buttarsi in una carriera da dirigente. Ce lo vedo. Ma capirei se decidesse di rinnovare un altro anno. E non contesterei la sua scelta. A Valentino, invece, non riuscirei proprio a dire di smettere. Mi piace la sua genuinità, vederlo in moto mi scalda il cuore. E pazienza se va più piano di qualche anno fa. Anche io non ho la rapidità dei tempi migliori. Ma voi datemi un pallone e un campo da calcio, al resto ci penso io. Perché noi vecchietti impariamo anche a gestire il nostro fisico. E non molliamo. Fino a quando ci divertiamo stiamo sotto ai riflettori. Non esistono limiti, ma solo ostacoli da superare. "Anziani", sì. Ma cazzuti.

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La premessa è obbligatoria. Per onestà intellettuale e correttezza. Valentino Rossi e Gigi Buffon sono due atleti che vanno oltre lo sport. Appartengono a quel ristretto gruppo di personalità che sono riuscite, con le loro imprese, a tenere unito un Paese intero davanti alla televisione. Rossi e Buffon sono storia, sacrificio, esempio per i giovani, professionisti veri. Ma sono prima di tutto uomini. E come tutti gli esseri umani hanno dei lati nascosti del carattere. Delle debolezze che finiscono per divorarli. E una di queste debolezze credo sia quella di non riuscire a immaginarsi fuori dalla gara. La passione per quello che fanno da una vita si sta impossessando di loro, ma non nel modo "sano" in cui lo ha fatto negli anni passati. Sembra quasi che tutti e due abbiano paura di uscire dalla quotidianità che li accompagna da decenni. Un po’ come se si rifiutassero di farsi una domanda. Anzi, "La" domanda. «Cosa farò da grande?».

Io non sono stato un campione, ho giocato in Serie C, poi ho deciso di scendere di categoria e divertirmi in campionati meno impegnativi. Ho smesso quando mi sono accorto che la mia testa non reggeva più la vita da calciatore. Avevo 37 anni, era la fine degli anni Novanta. Perché credo che ci sia un tempo per tutto, anche per smettere di correre dietro al pallone. O andare in moto, nel caso di Vale. Siamo sinceri, vederlo oggi è più una sofferenza che un piacere. Non sono un esperto di motociclismo, ma in alcune circostanze ho come la sensazione che non abbia più la forza, fisica e mentale, di reggere la moto e farle fare ciò che lui vorrebbe. E infatti le "grandi firme" delle due ruote scelgono altri, non lui. Gli manca l’incoscienza della giovane età, quella capacità di guardare in faccia il pericolo e prenderlo quasi in giro. E quando si rimane attaccati con le unghie a una vita sportiva che ormai ha raggiunto il tramonto può capitare di farsi del male. Nel senso che si rischia di bruciare tutto ciò che di buono e di bello si è fatto in carriera. Stesso discorso vale per Buffon. Già osservarlo seduto in panchina è un colpo al cuore per chi lo ha visto volare da un palo all’altro. Buffon in panchina. Solo a dirlo sembra una barzelletta. E invece è così, perché chiudere la porta dello spogliatoio per l’ultima volta è difficilissimo. E allora accetti di restare, anche se ti dicono che non sarai più un protagonista. Un tempo era sempre "merito" di Buffon, ora invece è sempre "colpa" sua. Quando gioca e subisce gol, anche se non è lui a commettere l’errore, in tanti tendono ad attribuirgli la responsabilità. «È vecchio, non ce la fa più. Non è reattivo come un tempo». Questo si dice oggi di Buffon, e non è giusto. Ci sono un sacco di giovani che sognano di fare i calciatori, che avrebbero bisogno come il pane degli insegnamenti di Gigi. Io credo che dovrebbe mettere la sua esperienza al servizio dei calciatori del futuro, uscendo dal campo e vestendo un altro abito. Dirigente? Allenatore? Non sta a me dirlo.

Di una cosa sono certo. Buffon e Rossi sono un patrimonio di conoscenza nei rispettivi ambienti. Sanno tutto, capiscono le cose prima degli altri. Hanno vissuto un mare di situazioni differenti, in così tanti anni di "servizio". Se li avessi davanti li ringrazierei per tutto ciò che di buono hanno fatto, per i salti sulla sedia di casa davanti alla tv, per le lacrime di gioia ai Mondiali del 2006, per i sorpassi all’ultima curva che tolgono il fiato. Poi, però, direi loro di pensare bene ai loro ultimissimi anni di attività. E gli farei una domanda: ne vale la pena? Vivere ancora in una dimensione che non regala più soddisfazioni è la scelta giusta? Io credo che debbano pensare a come mettere a frutto il loro straordinario bagaglio da fenomeni. Senza paura, senza il timore di venire dimenticati. Perché Vale e Gigi rimarranno nella storia per sempre. Anche se non giocheranno o correranno più. Sono simboli, icone, rappresentano due religioni sportive. La gente non smetterà mai di fare il tifo per loro. Però è ora di farsi da parte, di uscire dal palcoscenico e mettersi a lavorare dietro le quinte. Tutti gli spettacoli hanno bisogno di una regia. Non contano solo gli attori. Rossi e Buffon hanno recitato pagine bellissime, adesso dovrebbero fare un passo indietro e dirigere lo show. Le loro storie parlano e insegnano. Vanno conservate come reliquie. --

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